YMCA: Fall into an healthier you!

Il giorno che ho perso tutti i denti avevo 14 anni.

Era estate.

Mi ero svegliato di buon’ora per andare a trovare Jim.

Dopo essere arrivato al palazzone dove abitava, sono passato dal vicolo arrampicandomi a fatica sul cassone della mondezza per issarmi sulla scala antincendio.

Ho aspettato che Jim si svegliasse, non volevo disturbarlo.

Lui come al solito non sembrava sorpreso di vedermi, non mi ha nemmeno salutato. “Dove andiamo oggi?” mi ha chiesto.

Era pallido come la luna da ragazzo, Jimbo.

La pelle lentigginosa, i lineamenti femminili e la faccia da schiaffi.

Io ho alzato le spalle. “Ho della birra”

Lui ha sorriso e mi ha detto “Entra a far colazione, Steve. I miei non ci sono”

Una delle cose simili fra casa mia e quella di Jim era la puzza di fumo. Un’altra erano gli scarafaggi e la polvere. Ma Jim aveva la play nuova di pacca, merito del ragazzo di sua mamma, e quindi star da lui era Disneyland a confronto che star da me.

Abbiamo mangiato due tazze di cereali a testa per colazione.

Gli avevo proposto di giocare a Destruction Derby, ma Jimbo aveva sbuffato.

“Nah, usciamo. Voglio provare a fare il rail oggi. Andiamo a farci un giro”.

Per convincermi, mi ha lanciato un pacco di Lucky strike.

Gli ho sorriso, era merce rara “Dove le hai prese?”

“Dalla giacca di mamma, tanto gliele scroccano sempre al lavoro”.

Messi insieme 10 dollari, li abbiamo spesi tutti sulla strada fra il KFC e il minimarket all’angolo e abbiamo pistato a piedi sotto il sole fino alla zona est della città. Jimbo parlava poco. É sempre stato uno poco loquace fin da bambino, ma io e lui avevamo questo modo particolare di capirci, fatto di segni e sguardi.

Il nostro posto speciale per l’estate, il nostro campo per le vacanze estive, era una vecchia YMCA nella zona industriale. Il meglio che potessimo avere. Sapevamo che ci avrebbero cacciati anche da lì entro l’inizio di settembre. Ma fino ad allora ci limitavamo a passare dalla porta di servizio divelta e ci sistemavamo nella vecchia palestra a goderci frescura e ombra.

Tutto il giorno, tutto il dannato giorno.

Ogni tanto Joey o Camaro portavano lo stereo e passavamo il pomeriggio ad ascoltare di tutto. Joey adorava i Guns n’ Roses e i Nirvana, Camaro era un fanatico dei Motley Crue, dei Soundgarden e dei Faith No More, Jimbo era quello dei Red Hot Chili Peppers e di Marilyn Manson, mentre io…io ascoltavo DMX e 2Pac. Non avevamo niente in comune come gusti e ci scannavamo da bravi amici ogni volta che qualcuno cambiava il nastro fra un “metallaro di merda” e un “tua madre puttana”. Eppure i soldi per le batterie C li mettevamo insieme e conoscevamo l’uno i testi dei pezzi degli altri a memoria.

Forse avevamo tutti gli stessi gusti dopotutto.

Quel giorno, Joey e Camaro non erano nei paraggi.

C’era un silenzio inquietante.

Abbiamo mangiato il pollo e poi Jimbo si è messo a provare il rail con lo skateboard.

Si è stancato dopo la quarta volta che è finito di schiena bestemmiando come un camionista.

Ho aperto la prima birra ridendo. “Dovresti provare tu, coglione” mi ha risposto, fingendo un’incazzatura.

Ho riso, scuotendo la testa.

Mi son acceso una sigaretta e gli ho passato il pacchetto. Il senso di appagamento di fumare, allora era intrinsecamente collegato al nostro atteggiamento da stronzi teenager a cui erano scesi da poco i testicoli. “Sai che non ne sono in grado, Jimbo, so manco leggere a momenti”

“Stronzate, Redrum! Tu sai leggere, solo hai quella cazzo di cosa”

“Dislessia? Forse sono solo stupido per le botte”

Dopo aver sputato nella polvere, Jimbo è rimasto un po’ in silenzio, poi ha mormorato “A scuola sono degli stronzi, lo sai. Se ne rendessero conto ti farebbero…”

Ricordo di averlo interrotto, di essermi incazzato.

“Non farebbero un cazzo. Mi manderebbero da qualche consulente di merda! Poi, sai che risate fargliela capire allo stronzo” Lo stronzo era mio padre. Non l’ho chiamato padre per un bel pezzo. Quell’ubriacone del cazzo mi aveva scassato lo stereo a pedate e da quando s’era rotto la mano stava a ciondolare a casa scassando le palle. Non lo sopportavo. Poi le cose son cambiate, ma forse era già troppo tardi per riallacciare.

Mio padre era la ragione per cui di prima mattina facevo la posta fuori dalla finestra di Jimbo. Jimbo sapeva, non ne parlavamo, ma lo sapeva.

Ogni volta che saltava fuori mio padre nel discorso cambiava strada senza dire troppo.

“Camaro ha fregato la cassetta di Natural Born Killers al videonoleggio. Domani ce la vediamo da me?”

Mi sono limitato ad alzare le spalle “Ok”

Abbiamo bevuto un’altra birra. Degli altri nessuno in vista. Abbiam dato fondo alle patatine e abbiamo continuato a fumare parlando di stronzate. Gli X Files erano veri? Il Tour di Antichrist superstar sarebbe passato per Crusade? Avrebbero rieletto Clinton? Joey “Comrade” era una spia russa mandata per ucciderci? Risate fino alle lacrime.

Alla terza birra eravamo già belli ubriachi e iniziavamo a ridere per ogni cosa senza ragione.

Mi stavo divertendo.

Ci stavamo divertendo.

Jimbo e io.

“vuoi fermarti da me stanotte? Cerchiamo di vedere due tette alla tv e giochiamo con la play” ha chiesto Jimbo. Me l’ha chiesto per una sola ragione.

Sapeva che non volevo tornare a casa e i problemi che avrebbe avuto con la madre sarebbero stati inferiori rispetto a quelli che potrei aver avuto io a casa con lo stronzo.

Ho annuito.

Non mi interessavano le tette, non troppo.

Avevo 14 anni e stavo passando la mia prima cotta.

Si chiamava Vivi ed era un cazzo di maschiaccio.

Capelli neri corti, occhi verdi, nessuna femminilità.

Sboccata senza speranza.

Mi aveva copiato il nastro di AstroCreep 2000 dicendomi di iniziare ad ascoltare roba seria invece che stronzate da ghetto.

Volevo portarla alla YMCA ad ascoltare un po’ di musica, ma ero certo che Camaro mi avrebbe preso per il culo, lui e Joey Comrade.

Mi son acceso un’altra sigaretta e ho provato a introdurre il discorso a Jimbo “Hai presente Vivi?”

“Quella che sta sulla quinta?”

“Si, mi ha copiato una cassetta dei White Zombies”

“A te fan cagare i White Zombies”

“Non sono male”

“Come mai ti ha copiato una cassetta?”

Ho alzato le spalle

“Nessun motivo, parlavamo di musica, credo”

Ricordo che Jimbo ha tirato fuori un messo sorriso.

Non una risata. Un sorriso.

C’era una grossa differenza.

“Dovresti portarla qui, una volta.” mi ha risposto

“Dici che potrebbe divertirsi con il nostro gruppo?”

Lui ha sorriso di nuovo “Da solo, tu e lei, coglione”

Ricordo che non riuscivo ad afferrare, non avevo capito a cosa si riferiva, non del tutto.

Ci siamo guardati fissi per qualche istante, poi ho annuito senza troppa convinzione.

“Perchè domani non la inviti fuori? Io comunque volevo andare in sala giochi. Salty dice che ha pestato due ragazzini e ha fregato un sacchetto di gettoni.”

Invitare Vivi fuori, chiamarla a casa. Avevo il suo numero? Sapevo dove stava.

Potevo trovare il numero.

Portarla in un posto abbandonato non era proprio il massimo, ma ero un ragazzino e solo pensare di vederla fuori da scuola mi mandava fuori di testa. Aveva un buon odore, Vivi. Mi piaceva come mi guardava.

“Redrum” mi ha riportato alla realtà Jimbo.

“Che” ho risposto io.

“Sei rosso, cazzo” ed è scoppiato a ridere.

Faccio finta di incazzarmi e lancio una delle bottiglie vuote al muro “Affanculo, piantala di dire stronzate, Jimbo” ci siamo messi a ridere e Jimbo, imitandomi, ha lanciato un’altra bottiglia vuota. verso una delle finestre.

“Affanculo te, Redrum! ti piace una metallara che rutta e sputa per terra”

Io, ridendo ho gridato “Si, fanculo! La posso presentare in famiglia senza vergognarmi!”

Un tonfo ci ha zittiti.

Quel tonfo lo ricordo ancora. Nei miei incubi.

La porta dell’YMCA si era spalancata.

“Che cos’abbiamo qui?” la voce era quella di un uomo adulto.

La risposta è stata una risata.

Erano due. Mi sono voltato verso Jimbo e lui era pallido come uno straccio.

Le due figure hanno superato la soglia e ho sentito il cuore cadermi nello stomaco.

“Sbirri” ha sussurrato Jimbo.

Uno dei due era un vecchio sovrappeso con la faccia crivellata da cicatrici da acne, denti piccoli, gialli e maligni. L’altro era allampanato, con occhi chiari e il muso affilato.

La mia associazione è stata immediata con l’attore che faceva il T-1000 in Terminator 2.

Io e Jim ci siamo guardati, l’idea era iniziare a correre, correre di brutto.

“Fermi, ragazzi” ci ha bloccati quello vecchio. La sua mano era vicina alla fondina.

Si sono avvicinati alle gradinate.

Noi non abbiamo mosso un muscolo.

Ricordo le ginocchia farsi di gelatina mentre i due camminavano verso di noi con una lentezza esasperante. Ogni passo risuonava nella sala.

“Questa è proprietà privata, ragazzini” la voce di quello magro era acuta, stridula.

Jimbo ha provato a ragionarci.

Ha fatto un passo avanti “Stavamo solo…”

Il poliziotto grasso ha disteso la mano davanti a sé, come Magneto degli X-men quando blocca i proiettili.

Jimbo ha esitato.

“Stavate facendo i vandali, ragazzino. Quanti anni avete?”

Mi ero voltato e Jimbo era con la bocca mezza aperta, incapace di parlare.

E i due poliziotti stavano ridendo.

Se la stavano godendo.

Le parole sono uscite da sole

“Agente, non stavamo facendo niente di male, devono demolirlo questo buco” L’ho guardato negli occhi, ho sostenuto lo sguardo.

“Questo qui sembra un piantagrane. Sei un piantagrane, pisciasotto?” quello magro ha iniziato a sfottermi.

Io ho spostato lo sguardo su di lui e ho ringhiato “Tua Madre”

Non ho fatto in tempo a dire nient’altro.

Un colpo fortissimo, come un maglio da fabbro, mi ha colpito in piena faccia.

Mio padre a confronto era una piuma.

Sono volato a terra con le orecchie che fischiavano.

Ricordo il sapore della polvere quando sono atterrato.

Mentre vedevo solo cemento e vetri rotti, sentivo quello magro ridere di gusto.

Mi sono alzato in ginocchio per combattere, ma una mano mi ha sollevato da terra. La maglietta di Tupac tesa verso il grugno del poliziotto grasso.

“Teppistello del cazzo, mi sa che te le dobbiamo insegnare, due buone maniere” Puzzava di alcool e nicotina, si leccava le labbra in modo laido.

“Lasciatelo stare!” Ha gridato Jimbo, correndo verso di me, solo per essere intercettato dall’agente magro.

Gli ha fatto mulinare lo sfollagente diritto sul muso.

Ho sentito chiaramente il suono di ossa rompersi.

Ho sentito chiaramente il suo grido.

Non il grido da ragazzina che faceva quando andava giù di faccia con lo skate.

Quello era dolore vero. Jimbo era a terra di schiena. Si teneva la faccia con entrambe le mani.

Lo sbirro grasso non ha perso tempo, ha iniziato a sbraitarmi contro. “Aggressione a pubblico ufficiale. Mi sa proprio che ve la dobbiamo dare una lezione” mi ha lanciato a terra “Oh si” ha continuato “dobbiamo proprio darvela, una bella lezione.” L’ultima parola era quasi un sussurro.

Ho agito d’istinto.

L’ho colpito sullo stinco da terra.

Forse speravo di potermi alzare in tempo mentre lui si fermava ad imprecare, distrarre l’altro, sollevare Jimbo e scappare come nei film.

Non è andata così.

Il poliziotto grasso ha riso, si è avvicinato.

La sua figura ha eclissato il sole, come se assorbisse la luce.

L’ho sentito ghignare mentre mi piantava la scarpa sullo sterno.

Poi ha sollevato lo sfollagente.

I colpi erano come fuochi d’artificio di dolore. Tutti diretti verso la faccia.

Ricordo che ho provato a difendermi mettendo le mani avanti, ma non è servito.

Non so quanto fosse durato. Non riuscivo ad urlare senza ingoiare bicchieri interi di sangue.

La lingua annaspava fra schegge di denti, sangue e saliva.

“Smetterai di aprire quella bocca del cazzo. Certo che smetterai, piccolo bastardello ciucciacazzi” ringhiava lo sbirro, ridendo.

Stavo piangendo senza rendermene conto.

Provavo a implorare di smettere, ma non riuscivo a parlare.

Ogni volta che aprivo bocca era per gridare.

Ogni grido esplodeva in una bolla di sangue e schegge di dente.

Sentivo Jimbo piangere e gridare accanto a me. Non riuscivo a vederlo.

Ad una certa è finita. Non so se sono svenuto. Non sentivo più nulla.

Vedevo solo il soffitto della YMCA, la polvere che scendeva lenta come neve.

Ho provato a muovere la testa e ho sentito un dolore lancinante.

I due poliziotti si stavano allontanando.

Jimbo era in piedi. Aveva il naso rotto e i pantaloni mezzi calati. Sangue sulla maglietta. Aveva raccolto un coccio di vetro. Gli occhi da folle.

Come al rallentatore l’ho visto correre verso i due stronzi.

Uno dei due si è voltato, la pistola alla mano alzata verso di lui.

Ho visto la fiammata senza sentire alcun rumore. Ho visto parte della testa di Jimbo schizzare verso l’alto, come una pennellata rossa.

Si è accasciato a terra. Come un pupazzo gonfiabile.

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.

I due sbirri sono usciti dalla porta di corsa.

Mi sono alzato a fatica e sono corso verso il mio amico.

Aveva gli occhi spalancati e il naso come una frittella.

Guardava fisso il soffitto.

Un pezzo di testa era volato via.

Sotto di lui, un lenzuolo rosso si stava allargando.

Ho provato a dire “Jimbo, stai bene?” Ma tutto quello che è uscito erano sangue, muco e un lamento. Jimbo ha mosso gli occhi verso di me. Sembrava sereno.

Le labbra si sono mosse “Li ammazziamo” sembravano dire.

Ricordo di essermi tolto la maglietta ed avergliela messa attorno alla testa come un turbante. Non riusciva a camminare. L’ho caricato in spalla e sono uscito dalla YMCA barcollando.

Faticavo a reggermi in piedi. Tentavo di gridare aiuto, ma il risultato era vomitarmi sangue addosso. Non riuscivo a muovere la lingua, pensavo avesse fatto la stessa fine dei denti.

Sentivo solo schegge e gengive in bocca.

Nessuno ha fermato l’auto per aiutarci.

Nessuno è uscito dal negozio.

Siamo crollati nella prima cabina telefonica.

Ho fatto il 911 e ho blaterato tutto quello che riuscivo prima di svenire. Ricordo solo la voce dall’altra parte dire “può parlare più chiaramente? Da dove chiama?” “per favore parli con calma, la prego”

Mi sono svegliato due giorni dopo all’ospedale Saint Judas di Crusade.

Mio padre a fianco al letto a tenermi la mano. Non riuscivo a muovere la testa in nessun modo. Mio padre, quello che chiamavo lo stronzo, è scoppiato a piangere e mi ha abbracciato. “Dio sia lodato. Cazzo, Steve sei qui”. Ho pianto e mi sono riaddormentato.

Vivi è venuta qualche giorno dopo a trovarmi e non mi ha più lasciato. Passava le giornate a leggermi storie dell’orrore da libri per ragazzi e raccontarmi quello che succedeva a scuola. Chiedevo a lei e a mio padre di Jimbo, ma si limitavano a dire che non lo sapevano.

Era vivo, ma era in neurologia e nessuno poteva vederlo.

Joey, Camaro, Karl e Salty sono venuti una settimana dopo.

Quando stavano per mettermi la prima protesi. Ho scritto su un foglio.

Jimbo? Dov’è Jimbo?

Si sono guardati per un po’ e poi Salty ha preso coraggio. “Ha perso un pezzo di cervello.”

“Un grosso pezzo” ha aggiunto Camaro.

“Non si è ancora svegliato. È fuori pericolo, ma non sanno cosa succederà” ha continuato Salty.

“Per quanto ne sappiamo potrebbero mandarlo direttamente al reparto vegetali” Camaro non è mai stato un mostro di sensibilità.

“Ancora non lo sappiamo, Porco. Dicevano che potrebbe vivere tranquillamente senza troppi problemi” lo ha interrotto Karl.

“See, certo, Karl. Jim il Mezzatesta, te l’immagini? Che fenomeno da baraccone”

“Fanculo, Porco” l’ha zittito Joey, facendosi avanti.

“Redrum. Cerca di stare bene. Ti verremo a trovare ancora, ok?”

Io ho annuito e poi ho scritto:

“Hanno arrestato i bastardi?”

I miei compari d’avventure si sono guardati “Tuo padre ci ha detto tutto, ma…” ha iniziato Karl.

“Ma la denuncia è caduta nel vuoto” ha preso la parola di nuovo Joey “Sono sbirri del cazzo, non si infamano fra loro. Finirà come Rodney King.”

L’ho trovato talmente divertente, talmente paradossale da scoppiare a ridere. La risata è uscita come un suono graffiato, spaventoso, orribile. L’ho capito vedendo le facce dei miei amici impallidire.

“Quando uscirò” ho scritto sul foglio “Li troveremo.”

Ridendo ancora ho continuato a scrivere, era come se la mano si muovesse da sola “Li troveremo e poi gliela farò pagare. Li voglio morti”

Loro si sono guardati imbarazzati per un pezzo. Poi Camaro ha preso la parola “Sicuro, solo se Jimbo si riprende.” Ha risposto con strafottenza.

Ci siamo salutati e sono usciti.

Io sono rimasto sdraiato a guardare il cielo riempirsi di nuvole.

Il riflesso di me tenuto insieme da bulloni, fil di ferro e punti di sutura.

Sarei uscito dopo un altro mese e da quel giorno ogni volta che avrei sorriso la gente avrebbe avuto un brivido corrergli lungo la schiena.

Per quanto riguarda Jimbo, è ancora in giro. Lo chiamiamo il Mezzatesta e, nonostante tutto, è ancora più intelligente di me.

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Slot Room

Sono le 4 del mattino, fra 30 minuti finisce il mio turno.
Ho passato la nottata a battere pacchi di sigarette e portare da bere ai tossici della slot room.
Sono casi umani che sconfinano in Nevada per provare ad alzare qualche biglietto, in genere puzzano di sudore, paura e fallimento. Poveri bastardi bastonati e cacciati da Las Vegas, da Reno, da Primm e da tutti gli altri posti dove la fortuna, ogni tanto, ti infila la lingua in gola.
Se passi la sera alla slot room del Doughie’s Roadhouse Gas & Slots fuori un buco pidocchioso come Jean lo fai perché non hai altro posto dove toglierti la scimmia dalla schiena. Sei, insomma, finito in quella spirale in cui carichi la macchina di ogni genere di spazzatura su cui sei riuscito a mettere le mani, grattandola come un sorcio dai tuoi stessi familiari, e l’hai venduta per pochi biglietti al banco dei pegni. Quelle quattro banconote le cambi in fiches e inizi a darci giù pesante coi tasti sperando in un bel jackpot per riscattare qualcosa e rimetterti in pari.
I primi giorni di prova, a noi novizi, ci hanno istruiti a trattare con quelli in scimmia da videopoker ancor prima di spiegarci come battere uno scontrino.
Speravo di staccare un po’ prima stanotte. Anche solo per prepararmi un cheeseburger con calma e riprendere un po’ di energie prima di entrare in macchina e guidare fino a casa. Ho dormito poco e domani devo portare nonna dal medico.
Ma non posso starmene tranquillo fino a che lui è di là.
Lo sento imprecare e bestemmiare mentre continua a buttar soldi nella macchinetta.
È arrivato barcollando alle dieci e da allora non si è mosso un secondo dalla sua postazione. Il mondo ha continuato a correre attorno a lui senza che se ne rendesse conto.
Lo chiamiamo Marty “McShake”.

Ha qualche malattia degenerativa, per questo piglia un sussidio.
Grazie al sussidio sconfina in Nevada e lo versa generosamente nelle slot.
Il Doughie’s Roadhouse Gas & Slots è l’unico posto da dove non l’hanno ancora cacciato.
“Quando Marty arriva – ci ha spiegato il direttore – lasciatelo smaltire la scimmia, chiedetegli se non vuole prendersi una pausa ogni volta che vi chiede da bere, ma non insistete. Accanto al telefono c’è il numero del figlio, se inizia ad agitarsi chiamatelo senza farvi vedere. Diventa violento”
Ho chiamato il figlio due ore fa e ancora non s’è visto nessuno.
Sento un’altra sonora bestemmia dalla sala Slot e penso di richiamare, quando vedo un’auto entrare nel parcheggio.
Finalmente il figlio di Marty McShake, l’agente Ryker della polizia di Crusade, è arrivato sul luogo del delitto.
Entra coperto di sudore, con un’espressione che ho visto agli sfollati di Katrina in TV. Rabbia, impotenza, rassegnazione.
Non so quanti anni abbia, ma li porta decisamente male fra la postura ingobbita, i chili di troppo e la carnagione malaticcia.
Si avvicina al bancone e mi saluta.
“Buonasera ragazzo”
Non si ricorda il mio nome, forse non gliel’ho mai detto.
“Dov’è?” mi chiede. Come ogni settimana. Io mi limito ad indicargli la sala slot. Dove pensava che fosse?
Lui si scusa.
Come ogni settimana.
“Io devo pulire, fra un po’ finisce il mio turno. – lascio la frase in aria per un po’ – se non trovano tutto in ordine se la prendono con me”
Lui inizia ad annuire freneticamente, guarda a terra, poi, come ricordandosi qualcosa, cerca il contatto visivo. Io non riesco a distogliere lo sguardo dalla peluria fra le sue grosse ciglia nere.
“Capisco il tuo punto di vista, ma non sono potuto venire prima. Avevamo delle rogne fra le mani.”
Parla con una lentezza esasperante. Mentre l’ascolto riesco a sentire gli ingranaggi nel suo cranio comporre le frasi parola per parola. Non c’è spontaneità in lui.
Tento di rispondergli rimanendo il più calmo possibile.
“Ci sono posti dove possono aiutarlo. A lui non fa bene stare qui e noi non siamo pagati per fare da badanti”
Sta per ribattere, ma dalla slot room si sente un rumore di vetri infranti. Una bestemmia sommessa.
Faccio un cenno col mento in quella direzione guardando il figlio fisso negli occhi.
“Ha già sfasciato 5 bicchieri. Siamo mica ad un matrimonio ebreo”
Il figlio, forse per sdrammatizzare, manda una risata atona, ogni “Ah” contiene un silenzio che precede quello seguente.
“Non era una battuta – gli dico rincarando la dose – la roba costa”
Lui si fa piccolo, come se avesse preso una frustata sulla schiena. Annuisce e abbozza un sorrisetto mortificato.
Si dirige verso il padre, che se ne sta appollaiato sullo sgabello. Ha il viso scavato da profonde occhiaie, il naso sporgente come un bizzarro uccello mutante. La mano artritica pesca da un sacchetto di plastica della farmacia pezzi da uno che infila con dita tremanti nella macchinetta “HOWARD THE DUCK SPACE FORTUNE”. Click Click Click Click. Altro sbattere di tasti seguito da uno scroscio di monetine. Preziosi dobloni che finiranno nella mia cassa o di nuovo nella macchinetta di Howard il papero.
Il figlio gli si avvicina sospirando.
“Papà…”
Lui si volta, la vista annebbiata, finge di non capire la situazione.
“Ho beccato un dieci. Vai via che porti sfiga” lo spinge lontano, con dita tremanti.
Il figlio gli poggia una mano sulla spalla.
“Dai, papà… Quanto ti è rimasto? Ti servivano per la visita…il dottore…”
Sento il padre bestemmiare e inveire contro il medico curante con aggettivi tipo “spione del cazzo”, “ciucciapalle” e altro che non riesco ad afferrare. Fa un cenno verso di me.
“Portami un’altra birra”
Il figlio si volta e scuote la testa “Ne ha avuto abbastanza, ragazzo”.
Mentre Ryker mi sta rivolgendo la parola, il vecchio ha già infilato dentro la macchinetta metà delle monete appena vinte.
“Devi riempirla, la cagna, se vuoi che scodelli” ghigna con canagliesca soddisfazione.
Ryker si gira sconcertato.
“Papà, la mamma…”
“Tua madre può ciucciare cazzi all’inferno per quel che mi riguarda!”
Vedo il figlio arrossire, mentre il padre batte i tasti noncurante.
“Dai, papero dimmerda, sputali fuori” mormora il vecchio.
Il figlio prova a farsi crescere un paio di palle e lo prende per la manica. Lo strattona giù dallo sgabello.
“Ora vieni a casa!” gli grida. Sento singhiozzi nella sua voce. Il padre si divincola, inciampa nello sgabello e cade col culo nella pozza di birra e vetri. Avrei dovuto pulire, ma abbiamo imparato ad aspettare che il vecchio McShake venga portato via dal figlio o finisca i soldi prima di farlo. Il vecchio manda un grido acuto, simile ad un fischio, come quello di un porcellino d’India stanato a scopettate. Il figlio rimane stordito, lo vedo impallidire.
“Papà…”
McShake prova ad alzarsi, pronto a menare le mani, e urla “Lurido pezzetto di stronzo! Ti insegno io a…” Nel rialzarsi cade di nuovo sulle mani, direttamente sui vetri. Lo sento gemere.
Sto al mio posto, ho le mie ragioni.
Il sacchetto dei soldi si rovescia ovunque e il vecchio si tuffa a raccoglierli per tutta la sala ansimando. Le mani gli tremano visibilmente. Ogni volta che riesce a raccoglierne una buona manciata, un tremore glieli fa volare in giro. Il figlio sospira e si china ad aiutare il padre. La porta del locale si apre, torno dietro il bancone. Entrano Karl la Blatta e Jimbo il Mezzatesta a comprare una stecca di paglie. Fissano i due casi umani nella sala slot dandosi di gomito.
Alla radio Busta Rhymes, neanche a farlo apposta, sbraita alle puttane di dargli i suoi fottuti soldi. Li guardo in silenzio. Il figlio e il padre si alzano insieme. Il figlio rimane intento a guardarsi le punte delle scarpe, mentre il vecchio si toglie i pezzi di vetro dalle mani. Distende il palmo insanguinato verso il figlio, come un mendicante.
“No” fa il poliziotto.
“Sono i miei cazzo di soldi” risponde il vecchio.
“Ragiona. Tu stai male”
La mano di Marty McShake afferra il sacchetto e lo tira a sé.
“Stupida checca.” sibila.
Passa oltre il figlio, ed esce dalla porta, nella notte.
Visibilmente sconvolto, Ryker si china a raccogliere una moneta superstite.
Si avvicina al bancone e mi paga le bevute del padre, con gli occhi arrossati da un pianto che sta per arrivare.
Rimane a fissare il vuoto per qualche momento, sospirando.
Come ogni settimana. Quello che succederà ora è la parte peggiore. Io che pulisco con il mocio del cazzo la pozza del cazzo fatta da suo padre del cazzo sotto il videopoker di Howard il papero del cazzo mentre lui se ne sta a snocciolarmi sull’orlo delle lacrime la sua triste storia del cazzo. La malattia del padre e la sua dipendenza dall’amico Howard, la totale assenza della madre in piena crisi di mezz’età e quelli degli affari interni che stanno soffiando sul collo a tutto il distretto di Crusade. Tutto in un tono monocorde, stiracchiato, imparato da un corso di autoapprendimento di dizione su internet per nascondere un brutale accento campagnolo.
“Io non so più cosa fare. – pausa di sette secondi esatti – davvero, ormai mia madre, sua moglie – altra pausa – ha deciso di smettere di curarlo e io…”
“Eh, la vita è nammerda”
Cerco di tagliare corto, ritirandomi nello sgabuzzino delle scope, ma lui mi viene dietro.
“Io penso che dovrei provare a cambiare lavoro per stargli vicino, sai. Io non capisco questo suo comportamento, i soldi che butta – pausa per soffocare un singhiozzo – potrebbero aiutare a curarlo. Sai, sono indietro anche con l’affitto. Non so più cosa fare”
Esco brandendo il mocio come una mazza da baseball.
“Io devo pulire quella merda, se ti levi un attimino dal cazzo magari…” gli dico non senza una punta di sana esasperazione. Lui si scosta quel tanto che basta a farmi passare e mi viene di nuovo dietro. Mi concentro sul pavimento, aspettandomi che il dialogo continui. La madre, il padre, il padrone di casa, gli affari interni, i turni, il suo collega. Potrei scriverci un romanzo sulle sue sfighe.
Strizzo il mocio. L’acqua lercia che cade nel secchio è l’unico rumore che sento oltre i suoni della macchinetta di Howard il papero.
Mi volto.
Lui è in piedi davanti alla cassa, il viso cinereo.
“Signor Ryker, dovrebbe tornare a casa ora.” Glielo dico con tutta la gentilezza possibile. Lui mi guarda, gli occhi rossi e lucidi, le mani che tremano.
Mi rendo conto che comportarsi da stronzi con lui è sempre più naturale ogni giorno che passa.
I drammi come il suo sono all’ordine del giorno e ciò che è all’ordine del giorno diventa solo noia. Chi ha tentato di dargli una mano ha perso le speranze dopo essersi compromesso al lavoro e nella vita privata.
In un mondo ideale sarebbe naturale aiutarli. Padre e figlio.
In un mondo ideale non esisterebbe la scimmia da slot e il problema non si porrebbe da principio.
Consolare l’agente Ryker, che fuori dalla sua merdosa giurisdizione è solo il signor Ryker, un nessuno come tutti noi, mi porterebbe via sonno, salute e, in un futuro prossimo, anche denaro.
Siamo soli come cani in un maledetto deserto e a nessuno frega un cazzo della nostra vita.
A Ryker non importa se il padre ci manda a puttane il locale, se vende la casa o se si ammazza. Preferisce continuare per tutta la vita questa pantomima pur di non prendere una decisione e rinchiuderlo in una clinica.
Lui ora è lì, perso nel vuoto fra la cassa e il frigo dei gelati, non capisce cosa dovrebbe fare. Il padre è partito, probabilmente cercando un altro posto dove buttare i soldi.
Forse ha capito di essere solo. Forse questa è la sera in cui prenderà in mano la situazione.
“Mi dispiace per il casino, ragazzo. Ora devo andare.” mormora mentre esce.
Mentre raccolgo sangue e vetri rotti, lo sento dire “Alla prossima”.
Nel suo tono c’è dell’allegria rassegnata.
Ricambio il saluto strizzando il sangue di Marty McShake nel secchio.
Maledicendoli entrambi.
Alla prossima settimana, figli di puttana.

Propositi per l’anno nuovo

Santa merda, ci risiamo.

Ancora il maledetto Governatore.

Ogni anno quell’imbecille si guarda una carrellata di film di Natale e ogni anno dobbiamo sorbirci le sue maledette epifanie.

Il miracolo sulla 34esima strada, il dannato gigante egoista e quello stramaledetto signor Scrooge che in una notte diventa un filantropo. Signor Scrooge, se lo lasci dire, lei era uno scassamarroni, lei e quel fottuto di Charles Dickens. A noialtri, i marroni, li ha scassati di brutto.

Ma quando si tratta del Governatore, noi dobbiamo dire sissignore ed essere d’accordo.

Stasera è la cena di Natale e noi siamo nella villa del Governatore. Come ogni anno siamo nella sua stramaledetta villa a mangiare lo stramaledetto porchettone e lo stramaledetto dolce e a sentire le stramaledette canzoni dei figli del Governatore.

Ma il Governatore è un infame e ogni Natale si fa aspettare a tavola per la sua maratona di film natalizi.

Lui adora i film natalizi, lo riempiono di gioia e letizia e ogni anno lo ispirano per il discorso alla popolazione.

Peccato che quest’anno la popolazione non sia molto dell’umore di sentire discorsi.

Abbiamo disoccupazione ai livelli storici, povertà, sommosse razziali e omicidi di massa.

La gente è scontenta, è disperata, ed è molto incazzata.

Perfino la servitù del Governatore ci regala sorrisi tirati e sguardi vuoti di circostanza

Oltretutto, questi bastardi sanno che il Governatore è un povero rincoglionito e fanno quello che pare a loro.

Se tutto va bene il tronco di Natale che ci verrà servito a fine pasto sarà pieno di sputi e sborrate.

Forse le sborrate saranno nella minestra.

Non importa, mangerei qualsiasi cosa.

Si sono fatte già le dieci e siamo tutti a tavola.

La moglie del Governatore si sta già stancando di intrattenere gli ospiti. I figli hanno cantato Tannenbaum e Oh Holy Night così tante volte che nei prossimi giorni le loro corde vocali sanguineranno.

Noi aspettiamo con gli stomaci che brontolano e quel beota se ne sta a guardare la televisione. Accanto a me, mia moglie tenta di attaccar bottone con la signora del Direttore del Gabinetto degli Affari Esteri. Un’arpia altezzosa, che nel ridere mostra una dentatura orribile, intaccata alla radice da del lerciume grigiastro, come se masticasse sempre caramelle gommose alla liquirizia.

La conversazione cade subito dopo tre battute e mia moglie beve il terzo bicchiere di champagne. Lo trangugia con un suono disgustoso, come di un lavandino che si sgorga.

Tutti danno fondo al pane e continuano a farsi riempire la coppa di champagne dai valletti in attesa che il Governatore arrivi.

Sono le undici e il Governatore arriva in vestaglia rossa.

È gongolante e allegro. “Oh! Oh! buon Natale a tutti! Perdonate l’attesa ma la tradizione…eh, la tradizione dei film di Natale non si perde mai! Oh che visione ispirante, che gioia! Oh che…” Cazzate, termino la frase dentro di me. Fuori, tengo il mio buon sorriso e annuisco come tutti gli altri, come il Direttore del Gabinetto dei Servizi Segreti o il Direttore del Gabinetto della Sanità. Tutti a sorridere e annuire.

“Ah, Miracolo sulla 34esima strada che allegria che mette!”

“Una poltrona per due? IRRINUNCIABILE”

“Quanto mi commuovo guardando La vita è meravigliosa”

E nel mentre, questo botolo di Governatore deve farsi mettere il cuscino per arrivare alla tavola.

Siamo tutti sconciamente ubriachi e abbiamo mangiato tanto di quel pane e tartine che iniziano a levarsi sinistre flatulenze da lievito lungo tutta la tavolata.

Non si parla d’altro che di film di Natale.

Per tutta la cena.

È durante il dolce che succede.

Come sempre.

L’epifania del signor Governatore.

“Ragazzi miei, miei cari. Mi è d’obbligo fare uno scomodo annuncio. Ho di fronte a me, qui su questa tavola, le menti più acute dello Stato, gli uomini migliori che io possa avere a disposizione per aiutarmi a governare. Le prelibatezze che noi gustiamo a questa tavola sono un privilegio che vi spetta di diritto. Ma, come saprete, il mio e il vostro sono incarichi di grandissima responsabilità e quando vi è una crisi nella nostra giurisdizione noi dobbiamo agire al meglio per il bene del governo, per il bene dei nostri cittadini. – Il Governatore fa una pausa teatrale – Sapete, mi si stringe sempre il cuore davanti a quel cancro che intristisce le nostre città e ci rode dall’interno…”

Dentro di me penso “Signor Scrooge, la prego, i suoi tre fantasmi il prossimo anno li mandi a farsi fottere”

“Parlo della povertà. Ci sono così tanti poveri e disadattati sotto il nostro governo e non riesco a credere che non ci sia nulla da fare per combattere la povertà. Dove si annida la povertà? Chi la causa?”

Il Governatore fa giusto una pausa per bere dell’altro champagne. Si asciuga la bocca col tovagliolo ricamato con filamenti d’oro purissimo.

“Dobbiamo porre fine a questo sfacelo. Per l’anno nuovo, amici miei, voglio che tutti i nostri sforzi siano volti alla lotta contro la povertà.”

Tutti ad applaudire. Si! Bravo il nostro Governatore, Evviva il Governatore!

Il problema è che quando usciremo di qui quello stronzo vorrà, come ogni anno, una soluzione e noi dovremo sudare sette camicie per inventare qualche panzana per cui la lotta non è andata a buon fine.

Stiamo tutti ad ascoltare il Governatore, mentre sotto i tavoli c’è un frenetico digitare di messaggi. Messaggi veloci per sorteggiare a chi tocca quest’anno “risolvere” il problema una volta per tutte.

Togliere i film di Natale? Ci avevamo già pensato. Lo stronzo li ha tutti in bluray.

Inventarci qualche nuova crisi estera contro le nazioni vicine per distrarlo? Rischieremmo di creare altri poveri vertendo i fondi alla difesa.

Fare qualcosa di facciata ripulendo gli accattoni? Fatto tre anni fa e quelli son tornati più cenciosi di prima.

Tutt’un tratto quello della Sicurezza fa “Oh, e se sti poveri li facciamo sparire e basta? Facciamo in modo che quello non ne veda più uno”

Approviamo dicendogli che avrà tutto il nostro appoggio.

Ci riuniamo di fretta e dopo qualche minuto annunciamo al Governatore di aver appena trovato la soluzione per risolvere il problema dei poveri e che, prima possibile, gli faremo avere il disegno di legge su carta. Prima del discorso alla Nazione gli mettiamo quattro pagine scritte in fretta sotto gli occhi. Lui le firma distrattamente prima di dire le sue solite panzane agli zombie attaccati alla televisione.

“Che c’era scritto nel disegno di legge?” chiedo a quello della Sicurezza mentre usciamo dalla villa.

“Che il Governatore dà il consenso per, uh, delocalizzare e, uhm, combattere i poveri, essendo un, uh, decreto avrà effetto immediato. Valuteremo grazie al Direttore del Gabinetto dell’Economia gli individui senza reddito o con, uh, il reddito inferiore ad una soglia da definirsi con il Direttore del Gabinetto del Welfare, e, ecco, li delocalizzeremo per, uhm…toglierli dal, uhm, radar del Governatore…li cancelleremo…dai registri e li, uhm… riqualificheremo”

“E c’è un posto dove verranno riqualificati?”

“Ah, ecco…Questo è competenza del Gabinetto delle Infrastrutture e, ah…credo che abbiano i mezzi per spostarli, ma…la destinazione spetta al…, uh, Gabinetto dell’Edilizia che sta, ecco, provvedendo a questo scopo”

E così, dopo l’Epifania le forze dell’ordine hanno iniziato ad andare casa per casa e, con modi gentili e velate minacce, hanno iniziato a radunare i poveri senza tanto chiasso. In principio è toccato agli squatters, ai mendicanti e ai clandestini, in seguito a quelli che avevano perso la casa o vivevano in condizioni di sovraffollamento. Li hanno caricati su grossi autobus e spediti in campagna, dove sono stati fatti scendere all’interno di grossi hangar in attesa di essere condotti ai centri di riqualificazione.

L’operazione è durata solo un paio di settimane e tutta la terra del Governatore è diventata libera dai poveri.

Un paio di mesi dopo, alla mensa del palazzo del governo, incontro il Direttore del Gabinetto dell’Edilizia “Certo che siete stati veloci a costruire quei centri di riqualificazione. Quando verranno reintegrati gli accattoni?”

Il minchione impallidisce visibilmente “I che?? I centri di cosa?” Quello delle telecomunicazioni lo fissa. Tutti gli altri lo fissano. Sulla tavola cade un silenzio di tomba.

Lui, balbettando, si difende “Non era MIO compito portarli verso i centri, io ho solo provveduto a individuare le strutture e metterle in funzione! È il Direttore alle infrastrutture che doveva disporre per trasferirli!” Tutti fissano il Direttore alle infrastrutture.

“Io non ho avuto alcuna notizia a riguardo, il compito dei nostri è stato svolto e attendevamo conferma dal Direttore dell’educazione e dal Direttore della sanità per i controlli alle strutture del Direttore all’edilizia!”

SILENZIO.

Il Governatore entra a pranzare, ci alziamo a salutarlo

Iniziamo a guardarci l’un l’altro come topi di fogna mentre lui elogia il nostro operato contro la povertà.

In tacito accordo, decidiamo di andare a controllare ai centri di smistamento.

Le guardie al cancello si lamentano “Quando verrete a portare via il carico? Qui inizia a puzzare”

L’aria è irrespirabile. Il Direttore del Gabinetto delle Risorse Umane si vomita sulle scarpe dal fetore, provocando una scandalosa reazione a catena.

Gli hangar sono ancora pieni, ma il loro contenuto è un mare di vestiti e carne in decomposizione. Braccia, gambe, capelli.

“Un paio di hangar sono andati a fuoco – continuano le guardie – penso stessero provando a scaldarsi. Volevamo dar loro qualcosa, ma sapete… le autorizzazioni…”

Corpi carbonizzati, segni di cannibalismo. Merda ovunque.

“E COMUNQUE – sbotta il Direttore alla sanità – A noi non è arrivato nessun ordine di controllo!”

Inizia un litigio di quelli feroci fra tutti noi. La verità è che nessuno ci aveva più pensato.  I propositi delle feste vanno a farsi fottere non appena ti riprendi dal doposbronza del veglione.

“Ah…Eccellenze…” fa il capo delle guardie.

“CHE C’è?” gli urla in faccia il Direttore della sicurezza.

“Ah…è che abbiamo un altro carico di persone…in arrivo a fine mese…e…sapete… vorremmo veramente che questa cosa venisse risolta…”

Il Direttore all’edilizia lo aggredisce “Senti, piccolo riservista da quattro soldi, lasciaci fare il nostro lavoro! Noi sappiamo quello che facciamo!”

“GIUSTO, GIUSTO” diciamo “APRIREMO UN’ INCHIESTA! Questo è uno schifo! Aspetta e vedrai, nazista!”

E ce ne andiamo.

Andiamo dal Governatore tutti insieme. Il Governatore è nella sua villa da Governatore a fare il bagno al barboncino della moglie del Governatore.

Fottuto Governatore.

“Signore, Eccellenza” inizia il Direttore del Gabinetto degli Affari Interni.

“Oh miei cari, dite, dite, che vi porta qui?” Il cane esce dalla vasca e si scrolla l’acqua di dosso, inzaccherandoci. Il Governatore manda un risolino “Lilì, sei una mascalzona!”

“A proposito della lotta alla povertà, quel disegno di legge che LEI ha approvato e firmato”

Lui ci guarda un attimo confuso e poi gli occhi gli si illuminano “Oh si! Bene bene! Ottimo lavoro signori! Non si vede più un povero! Continuate così! Bravi, bravi! Abbiamo risolto una piaga sociale”

“Ecco, a questo proposito ci sarebbe…”

“Cosa?” chiede il Governatore impaziente “Cosa c’è?” Il suo sguardo va da noi alla cagnetta, che sta alzando la gamba per pisciare sui pantaloni del Direttore del Gabinetto per l’Energia.

“Ci servirebbero più fondi per costruire nuovi centri!” interviene il Direttore del Gabinetto per l’Economia.

Il Governatore torna raggiante “Oh beh, certamente! Ma prego, inviatemi il documento al più presto e lo firmerò. Ora, se volete scusarmi, ho urgenti incarichi che mi attendono” Tutti ringraziamo e sorridiamo, perfino il Direttore dell’energia sorride, con un litro di piscio di cane su una gamba.

Il giorno dopo riceviamo la richiesta di finanziamento firmata e ci guardiamo “Uh…. – parte il Direttore della sicurezza – qualcuno sa…ehm chi sarebbe stato il carico del mese prossimo?”

“La gente a basso reddito non esiste più, voglio dire…non credo ne siano sopravvissuti”

“La domanda è – interrompe quello dei servizi segreti – chi è diventato adesso a basso reddito?”

Ci guardiamo tutti uno dopo l’altro.

“Ma in che consisteva poi la riqualificazione?”

“Uh…credo dovesse occuparsene il Direttore del Gabinetto dell’Educazione”

Il Direttore sbotta “No, era un compito del Gabinetto degli Affari Interni!”

“No, è la Sanità che gestisce le classi meno abbienti!”

“E’ colpa della Sicurezza!”

“E’ colpa di voi altri delle Infrastrutture!”

La domanda è: vale tutto questo il non sorbirsi l’ennesimo Natale con i buoni propositi? Non che ci interessi poi molto. Dubito che avremmo qualcuno che ci sborri nel consommé l’anno prossimo.

Dubito che avremo qualcuno che ce lo prepari, in effetti.

23.12.14

Credit for the image: Leonard McCombe, LIFE © Time Inc.

Il Best Seller Mancato di Camaro

Dire Camaro O’Leary è come dire il primo che arrestano su un’episodio di NYPD BLUE e fa il soffia a Sipowitz appena minaccia di alzare le mani.
Dire Camaro O’Leary è dire l’amico che ti da grosse pacche sulle spalle, ti offre una birra solo per farsi offrire 6 Long Island.
Dire Camaro O’Leary è dire il tizio che ti svaligia la casa mentre tu e la tua famiglia siete al funerale della tua stessa madre.
Per questo lo chiamiamo tutti il Porco da queste parti.
Ora come ora nessuno di noi sa bene dove sia. L’ultima volta che l’abbiamo visto stava negli uffici di un capannone abbandonato fuori città con un fucile a canne mozze puntato verso la porta e uno spago che collegava la maniglia al grilletto.
Ma prima che diventasse l’elemento ideale per un linciaggio, ovvero mentre era ancora in lizza per entrare in quel fantastico club di gente definita “FECCIA DELLA TERRA”, il Porco aveva sviluppato un’interessante teoria apocalitticofantascentificohollywoodiana che sperava di trasformare in un film e sfruttare in qualche maniera.
Inutile dire che il Porco aveva problemi a elaborare e modificare materie prime per giungere ad un prodotto finito ideale per la vendita, come del resto molta gente comune.
Me ne parlò mentre eravamo allo Stonewall Jackson Memorial Park, in una splendida giornata di primavera. Erano le tre del pomeriggio ed eravamo piuttosto fatti.
Tutto cominciò con un messaggio sul suo cellulare.
– Stase Preserata Cube? Cya XoXo –
“Che cazzo vuol dire stammerda?”
“Stasera ci vediamo per un preserata al Cube? Baci Baci” rispondo io allungando l’occhio.
“Mavaffanculo, che cazzo è ‘sta roba per dislessici? Come se cambiasse qualcosa completare la parola! Nove cellulari su dieci hanno ti completano le parole da soli, per risparmiare otto decimi di secondo, otto fottuti decimi di secondo, ti dico. Per fare cosa, poi? Te lo dico io, la gente risparmia tempo ma non sa che farsene . Prendi mia cugina: quella zoccoletta ha un nuovo fidanzato ogni 3 settimane, tre settimane capisci? Chattano tre notti di fila su Facebook , si vedono una volta e lei gli succhia il cazzo, si fa sderenare e poi lo lascia perché si rende conto che lui non è un poeta o un cazzo di campione olimpionico o un cazzo di rapper, ma solo un povero sfigato che non sa cambiare il filtro della macchina del caffè. Ed ora lei è incinta e stanno facendo il test di paternità perché la ritardata vuole tenerselo ed andare su MTV. Sono arrivati in sei a fare il test. Sei! Sti ragazzini del cazzo non sanno come grattarsi il prurito. Ci mettono trenta secondi per venire a furia di clip sui porno dove saltano da una parte all’altra. Checcazzo, quando ero ragazzino dovevo rubare un giornaletto o una cassetta e sperare in quei due minuti di scopate andando avanti e indietro col videoregistratore. Ad una certa il telecomando è andato a puttane, la scheda era talmente incrostata di merda che avevo schifo pure io a toccarlo. Ora digiti su Google e trovi quello che vuoi. La gente non guarda più un porno intero, non pensa manco più alla trama. Vogliono vedere la tipa nuda, la tipa che succhia l’uccello per 3,2 secondi, la tipa che lo prende e la tipa che si becca una secchiata di sborra in faccia. È più il tempo che sprecano a pulirsi le mani e a cancellare la cronologia. E poi cosa servirebbe scopare per più di trenta secondi a questa gente? Non li hanno trenta secondi! Altro che pastiglie contro l’eiaculazione precoce, fra un po’ chiederanno pastiglie PER AVERE l’eiaculazione precoce! Bob l’altro giorno si vantava di essersi fatto una tipa e di averci dato per due ore. Ammesso che avesse avuto i soldi per pagarla, dove avrebbe due ore di tempo quel fetente? Lavora otto ore e ne dorme dieci e le rimanenti o è con noi o li spreca in colonna con la sua Lasabre del cazzo per muoversi da un posto all’altro. Una volta avevi questa gente che non leggeva il libro e andava a vedersi il film per pigrizia. Ora per risparmiare tempo guardano le videorecensioni su internet di qualche ritardato che si è letto la sinossi su Wikipedia e due recensioni da duecento parole sulla pagina dello spettacolo. Chi seriamente si è mai guardato tutti i film della Hammer? Eppure te li trovi a far paragoni. Una volta avevamo i vecchi che scrivevano interminabili lettere rancorose al direttore, ora abbiamo gli youtubers che dicono la loro ad altri youtubers e questi youtubers commentano ingiuriandosi a vicenda di come il loro video inutile sia spazzatura facendo altri video inutili con la loro opinione spazzatura. È come uno sketch dei Monty Python! Bloggers che si lamentano del loro stesso atteggiamento e baldracchette che si fanno foto ogni cinque minuti con didascalie dicendo “uuuh sono brutta”. Se sei brutta, stupida cagna, fai come l’uomo elefante e ti metti un sacco in testa. Non ho mai visto Faccia di Cuoio farsi quaranta autoscatti e postarli su Instagram”
“Io li ho visti i film della Hammer, Porco”
“Tu sei un disoccupato e uno stracciapalle, è un altro discorso! Non stiamo parlando di cinedipendenti, stiamo parlando…”
“Stai parlando…”
“Di cazzoni che sbraitano in rete credendo che la loro opinione valga qualcosa! Ecco cosa succede”
“Porco, non per dire, ma…”
“Che cazzo serve parlare o postare stati rancorosi verso enigmatici nemici sperando che questi colgano la provocazione, gli vada a fuoco il deretano e inizino a sbraitare cogliendo l’occasione di una rissa verbale a colpi di messaggi scritti in una piccola casella sperando che qualcuno venga in aiuto. Beh, indovinate? A nessuno frega un cazzo di cogliere le provocazioni perché sono tutti troppo occupati a dire la loro Nessuno ascolta, nessuno! Il che rende il dialogo inutile e sai perché?”
“Perché, Porco?”
“Perché – ESSSMETTILA DI CHIAMARMI PORCO! – perché i porci…cosa stavo dicendo? Ah si, a ‘sta gente mancano le palle e il tempo per andare di persona ad attaccare una discussione che potrebbe durare tutto il pomeriggio quando han di meglio da fare, come per esempio guardare video di gatti o premere PGDown per vedere la home del loro social, trovare qualcosa di cui lamentarsi e lamentarsene”
“Uh uh”
“Sai cosa succederà? Guardali, comprano il giornale e leggono i titoli in grande, l’oroscopo e poi lo usano per farci cagare il cane. C’è gente che ci mangia con un dollaro! E a proposito, vai da MacMerda e invece di ordinare un Big mac ordini un UNO. Un numero non è un cazzo di panino! E poi perché dovresti anche solo risparmiare tempo? Hai fatto dieci minuti di fila e ne passi altri dieci ad aspettare che il ritardato dietro al bancone che non parla nemmeno la tua cazzo di lingua alzi il culo e dica al ritardato al grill il tuo ordine, dopodiché ti scatarrano dentro a tutto e ti ci son voluti venti minuti per mangiare un panino allo sputo e steroidi. Io a casa un panino me lo faccio in sette fottuti minuti. E quello me lo chiamano FAST FUCKING FOOD “
“Ok, qual è il punto?”
“Il punto è che sta gente è sempre di corsa, troncano le parole, e parlano come negri del ghetto che han ricevuto troppe legnate da altri negri del ghetto incazzati. La gente non dice Nigga per razzismo, lo dice per far prima. Hai mai sentito dire “HEY AFROAMERICANO!” e ci sono bianchi che chiamano altri bianchi negro! Ma li senti? Yo negro, famo na capata in staz a cattar la robba e poi mangiamo un macalvolo e stase ci facciamo un call alle tipe e ci spacchiamo” CHE CAZZO DICONO?! Si può sapere? Te lo dico io cosa succederà, fra vent’anni, a furia di tagliare le parole e troncarle, avremo una lingua che si ridurrà a cinque concetti. La gente durante la giornata non farà nulla se non spiare altra gente e lamentarsene con altra gente ancora che poi se ne lamenterà con altra ancora. Non avremo nemmeno il tempo per cagare! Nella società dove lavora mio zio hai due minuti per cagare! Serio! Come puoi quantificare la merda? Non possiamo più fumare da nessuna parte, bella stronzata, e chi ha il tempo di fumare? Vai su Facebook, guardi le notifiche, ti fai trenta secondi di sega, passi le seguenti due ore a guardare cose di cui non te ne frega un cazzo e ad apprezzare cose per farti bello agli occhi di chi osserva. Ma chi osserva? TI DICO NESSUNO! A NESSUNO FREGA UN CAZZO! Saremo tutti controllati da una forza superiore e agiremo tutti in nome di essa screditandone gli altri o combattendola. Ma sai che ti dico? Non esiste nulla. Nessuno è nella stanza dei bottoni a controllarti. Hey mi sto fumando una canna, lo posto su Facebook, sono un ribelle! E la gente ti controlla, ma ti arrivano mai gli sbirri a casa ? No e lo sai perché? Perché a nessuno frega un cazzo della tua opinione. E sai perché?”
“Uhm…sono troppo occupati…a….fare cose di fretta?”
“ESATTAMENTE! E perché fan le cose di fretta?”
Alzo le spalle, nel mentre ho sfilato il cellulare dalla tasca del Porco. Attorno a noi iniziano a guardarlo come un povero demente. Nessuno che lo contraddica però.
“Per risparmiare tempo prezioso per fare altre cose, ma indovina un po’? NON HANNO NULLA DA FARE SE NON STARE SU UN SOCIAL NETWORK A FARSI I CAZZI ALTRUI l’uno con l’altro. Sembra uno scenario apocalittico tipo di quelli paranoicissimi ed è realtà!”
“Ma perché non ne fai un libro, Porco? Tipo qualcosa chiamato 2084, o Il prossimo mondo, o magari FACEBOOK 931. Scrivilo e mandalo a Hollywood, se tutto va bene mica s’accorgono che è una scopiazzatura di qualche classico di fantascienza”
Spero che colga la presa per il culo, ma non è così.
“Bah – fa lui calmandosi – non lo leggerebbero, sono una massa di idioti, e poi…chi ha tempo?”
Cala il silenzio, il Porco non ha un lavoro fisso da…che cazzo dico, non ha mai avuto un lavoro fisso e oggi l’ho svegliato io alle due e ora sono le sei di sera. Non abbiamo fatto altro che bere.
“Allora, ci vai all’ aperitivo con la tipa dislessica?” gli chiedo.
“Fanculo, stasera non ho voglia di uscire”
“E che farai?”
“Bah, guardo un po’ di TV e gioco a Medal Of Honour”
Ci salutiamo sotto casa sua. Prima di partire mando un messaggio alla dislessica il cui numero avevo fregato dal cellulare di Camaro. Le dico che sono un amico di O’leary e che lui stasera ha impegni improrogabili e che ci avrebbe raggiunto più tardi, ma che le avrei tenuto compagnia. Lei risponde così:
“KEwl! K, C Ved x le 22”
E’ arrivata a mezzanotte passata lamentandosi della giornata infernale che ha avuto e di come Camaro fosse attaccato su Facebook tutto il tempo.
“Altro che impegni! Lui con me ha chiuso!”
“Gliel’hai detto?”
“Ho postato uno stato rancoroso, se la capisce bene, altrimenti è proprio un beota”
In un’ora e tre quarti beve due Cosmopolitan, si fa foto con gente a caso, compreso me, e una volta ubriaca cade in depressione e racconta a Frank tutta la sua triste storia.
Frank annuisce mentre sprofonda lentamente sul divano. Cellulare alla mano, manda in loop il video di uno stormtrooper che da una capocciata alla porta.