Slot Room

Sono le 4 del mattino, fra 30 minuti finisce il mio turno.
Ho passato la nottata a battere pacchi di sigarette e portare da bere ai tossici della slot room.
Sono casi umani che sconfinano in Nevada per provare ad alzare qualche biglietto, in genere puzzano di sudore, paura e fallimento. Poveri bastardi bastonati e cacciati da Las Vegas, da Reno, da Primm e da tutti gli altri posti dove la fortuna, ogni tanto, ti infila la lingua in gola.
Se passi la sera alla slot room del Doughie’s Roadhouse Gas & Slots fuori un buco pidocchioso come Jean lo fai perché non hai altro posto dove toglierti la scimmia dalla schiena. Sei, insomma, finito in quella spirale in cui carichi la macchina di ogni genere di spazzatura su cui sei riuscito a mettere le mani, grattandola come un sorcio dai tuoi stessi familiari, e l’hai venduta per pochi biglietti al banco dei pegni. Quelle quattro banconote le cambi in fiches e inizi a darci giù pesante coi tasti sperando in un bel jackpot per riscattare qualcosa e rimetterti in pari.
I primi giorni di prova, a noi novizi, ci hanno istruiti a trattare con quelli in scimmia da videopoker ancor prima di spiegarci come battere uno scontrino.
Speravo di staccare un po’ prima stanotte. Anche solo per prepararmi un cheeseburger con calma e riprendere un po’ di energie prima di entrare in macchina e guidare fino a casa. Ho dormito poco e domani devo portare nonna dal medico.
Ma non posso starmene tranquillo fino a che lui è di là.
Lo sento imprecare e bestemmiare mentre continua a buttar soldi nella macchinetta.
È arrivato barcollando alle dieci e da allora non si è mosso un secondo dalla sua postazione. Il mondo ha continuato a correre attorno a lui senza che se ne rendesse conto.
Lo chiamiamo Marty “McShake”.

Ha qualche malattia degenerativa, per questo piglia un sussidio.
Grazie al sussidio sconfina in Nevada e lo versa generosamente nelle slot.
Il Doughie’s Roadhouse Gas & Slots è l’unico posto da dove non l’hanno ancora cacciato.
“Quando Marty arriva – ci ha spiegato il direttore – lasciatelo smaltire la scimmia, chiedetegli se non vuole prendersi una pausa ogni volta che vi chiede da bere, ma non insistete. Accanto al telefono c’è il numero del figlio, se inizia ad agitarsi chiamatelo senza farvi vedere. Diventa violento”
Ho chiamato il figlio due ore fa e ancora non s’è visto nessuno.
Sento un’altra sonora bestemmia dalla sala Slot e penso di richiamare, quando vedo un’auto entrare nel parcheggio.
Finalmente il figlio di Marty McShake, l’agente Ryker della polizia di Crusade, è arrivato sul luogo del delitto.
Entra coperto di sudore, con un’espressione che ho visto agli sfollati di Katrina in TV. Rabbia, impotenza, rassegnazione.
Non so quanti anni abbia, ma li porta decisamente male fra la postura ingobbita, i chili di troppo e la carnagione malaticcia.
Si avvicina al bancone e mi saluta.
“Buonasera ragazzo”
Non si ricorda il mio nome, forse non gliel’ho mai detto.
“Dov’è?” mi chiede. Come ogni settimana. Io mi limito ad indicargli la sala slot. Dove pensava che fosse?
Lui si scusa.
Come ogni settimana.
“Io devo pulire, fra un po’ finisce il mio turno. – lascio la frase in aria per un po’ – se non trovano tutto in ordine se la prendono con me”
Lui inizia ad annuire freneticamente, guarda a terra, poi, come ricordandosi qualcosa, cerca il contatto visivo. Io non riesco a distogliere lo sguardo dalla peluria fra le sue grosse ciglia nere.
“Capisco il tuo punto di vista, ma non sono potuto venire prima. Avevamo delle rogne fra le mani.”
Parla con una lentezza esasperante. Mentre l’ascolto riesco a sentire gli ingranaggi nel suo cranio comporre le frasi parola per parola. Non c’è spontaneità in lui.
Tento di rispondergli rimanendo il più calmo possibile.
“Ci sono posti dove possono aiutarlo. A lui non fa bene stare qui e noi non siamo pagati per fare da badanti”
Sta per ribattere, ma dalla slot room si sente un rumore di vetri infranti. Una bestemmia sommessa.
Faccio un cenno col mento in quella direzione guardando il figlio fisso negli occhi.
“Ha già sfasciato 5 bicchieri. Siamo mica ad un matrimonio ebreo”
Il figlio, forse per sdrammatizzare, manda una risata atona, ogni “Ah” contiene un silenzio che precede quello seguente.
“Non era una battuta – gli dico rincarando la dose – la roba costa”
Lui si fa piccolo, come se avesse preso una frustata sulla schiena. Annuisce e abbozza un sorrisetto mortificato.
Si dirige verso il padre, che se ne sta appollaiato sullo sgabello. Ha il viso scavato da profonde occhiaie, il naso sporgente come un bizzarro uccello mutante. La mano artritica pesca da un sacchetto di plastica della farmacia pezzi da uno che infila con dita tremanti nella macchinetta “HOWARD THE DUCK SPACE FORTUNE”. Click Click Click Click. Altro sbattere di tasti seguito da uno scroscio di monetine. Preziosi dobloni che finiranno nella mia cassa o di nuovo nella macchinetta di Howard il papero.
Il figlio gli si avvicina sospirando.
“Papà…”
Lui si volta, la vista annebbiata, finge di non capire la situazione.
“Ho beccato un dieci. Vai via che porti sfiga” lo spinge lontano, con dita tremanti.
Il figlio gli poggia una mano sulla spalla.
“Dai, papà… Quanto ti è rimasto? Ti servivano per la visita…il dottore…”
Sento il padre bestemmiare e inveire contro il medico curante con aggettivi tipo “spione del cazzo”, “ciucciapalle” e altro che non riesco ad afferrare. Fa un cenno verso di me.
“Portami un’altra birra”
Il figlio si volta e scuote la testa “Ne ha avuto abbastanza, ragazzo”.
Mentre Ryker mi sta rivolgendo la parola, il vecchio ha già infilato dentro la macchinetta metà delle monete appena vinte.
“Devi riempirla, la cagna, se vuoi che scodelli” ghigna con canagliesca soddisfazione.
Ryker si gira sconcertato.
“Papà, la mamma…”
“Tua madre può ciucciare cazzi all’inferno per quel che mi riguarda!”
Vedo il figlio arrossire, mentre il padre batte i tasti noncurante.
“Dai, papero dimmerda, sputali fuori” mormora il vecchio.
Il figlio prova a farsi crescere un paio di palle e lo prende per la manica. Lo strattona giù dallo sgabello.
“Ora vieni a casa!” gli grida. Sento singhiozzi nella sua voce. Il padre si divincola, inciampa nello sgabello e cade col culo nella pozza di birra e vetri. Avrei dovuto pulire, ma abbiamo imparato ad aspettare che il vecchio McShake venga portato via dal figlio o finisca i soldi prima di farlo. Il vecchio manda un grido acuto, simile ad un fischio, come quello di un porcellino d’India stanato a scopettate. Il figlio rimane stordito, lo vedo impallidire.
“Papà…”
McShake prova ad alzarsi, pronto a menare le mani, e urla “Lurido pezzetto di stronzo! Ti insegno io a…” Nel rialzarsi cade di nuovo sulle mani, direttamente sui vetri. Lo sento gemere.
Sto al mio posto, ho le mie ragioni.
Il sacchetto dei soldi si rovescia ovunque e il vecchio si tuffa a raccoglierli per tutta la sala ansimando. Le mani gli tremano visibilmente. Ogni volta che riesce a raccoglierne una buona manciata, un tremore glieli fa volare in giro. Il figlio sospira e si china ad aiutare il padre. La porta del locale si apre, torno dietro il bancone. Entrano Karl la Blatta e Jimbo il Mezzatesta a comprare una stecca di paglie. Fissano i due casi umani nella sala slot dandosi di gomito.
Alla radio Busta Rhymes, neanche a farlo apposta, sbraita alle puttane di dargli i suoi fottuti soldi. Li guardo in silenzio. Il figlio e il padre si alzano insieme. Il figlio rimane intento a guardarsi le punte delle scarpe, mentre il vecchio si toglie i pezzi di vetro dalle mani. Distende il palmo insanguinato verso il figlio, come un mendicante.
“No” fa il poliziotto.
“Sono i miei cazzo di soldi” risponde il vecchio.
“Ragiona. Tu stai male”
La mano di Marty McShake afferra il sacchetto e lo tira a sé.
“Stupida checca.” sibila.
Passa oltre il figlio, ed esce dalla porta, nella notte.
Visibilmente sconvolto, Ryker si china a raccogliere una moneta superstite.
Si avvicina al bancone e mi paga le bevute del padre, con gli occhi arrossati da un pianto che sta per arrivare.
Rimane a fissare il vuoto per qualche momento, sospirando.
Come ogni settimana. Quello che succederà ora è la parte peggiore. Io che pulisco con il mocio del cazzo la pozza del cazzo fatta da suo padre del cazzo sotto il videopoker di Howard il papero del cazzo mentre lui se ne sta a snocciolarmi sull’orlo delle lacrime la sua triste storia del cazzo. La malattia del padre e la sua dipendenza dall’amico Howard, la totale assenza della madre in piena crisi di mezz’età e quelli degli affari interni che stanno soffiando sul collo a tutto il distretto di Crusade. Tutto in un tono monocorde, stiracchiato, imparato da un corso di autoapprendimento di dizione su internet per nascondere un brutale accento campagnolo.
“Io non so più cosa fare. – pausa di sette secondi esatti – davvero, ormai mia madre, sua moglie – altra pausa – ha deciso di smettere di curarlo e io…”
“Eh, la vita è nammerda”
Cerco di tagliare corto, ritirandomi nello sgabuzzino delle scope, ma lui mi viene dietro.
“Io penso che dovrei provare a cambiare lavoro per stargli vicino, sai. Io non capisco questo suo comportamento, i soldi che butta – pausa per soffocare un singhiozzo – potrebbero aiutare a curarlo. Sai, sono indietro anche con l’affitto. Non so più cosa fare”
Esco brandendo il mocio come una mazza da baseball.
“Io devo pulire quella merda, se ti levi un attimino dal cazzo magari…” gli dico non senza una punta di sana esasperazione. Lui si scosta quel tanto che basta a farmi passare e mi viene di nuovo dietro. Mi concentro sul pavimento, aspettandomi che il dialogo continui. La madre, il padre, il padrone di casa, gli affari interni, i turni, il suo collega. Potrei scriverci un romanzo sulle sue sfighe.
Strizzo il mocio. L’acqua lercia che cade nel secchio è l’unico rumore che sento oltre i suoni della macchinetta di Howard il papero.
Mi volto.
Lui è in piedi davanti alla cassa, il viso cinereo.
“Signor Ryker, dovrebbe tornare a casa ora.” Glielo dico con tutta la gentilezza possibile. Lui mi guarda, gli occhi rossi e lucidi, le mani che tremano.
Mi rendo conto che comportarsi da stronzi con lui è sempre più naturale ogni giorno che passa.
I drammi come il suo sono all’ordine del giorno e ciò che è all’ordine del giorno diventa solo noia. Chi ha tentato di dargli una mano ha perso le speranze dopo essersi compromesso al lavoro e nella vita privata.
In un mondo ideale sarebbe naturale aiutarli. Padre e figlio.
In un mondo ideale non esisterebbe la scimmia da slot e il problema non si porrebbe da principio.
Consolare l’agente Ryker, che fuori dalla sua merdosa giurisdizione è solo il signor Ryker, un nessuno come tutti noi, mi porterebbe via sonno, salute e, in un futuro prossimo, anche denaro.
Siamo soli come cani in un maledetto deserto e a nessuno frega un cazzo della nostra vita.
A Ryker non importa se il padre ci manda a puttane il locale, se vende la casa o se si ammazza. Preferisce continuare per tutta la vita questa pantomima pur di non prendere una decisione e rinchiuderlo in una clinica.
Lui ora è lì, perso nel vuoto fra la cassa e il frigo dei gelati, non capisce cosa dovrebbe fare. Il padre è partito, probabilmente cercando un altro posto dove buttare i soldi.
Forse ha capito di essere solo. Forse questa è la sera in cui prenderà in mano la situazione.
“Mi dispiace per il casino, ragazzo. Ora devo andare.” mormora mentre esce.
Mentre raccolgo sangue e vetri rotti, lo sento dire “Alla prossima”.
Nel suo tono c’è dell’allegria rassegnata.
Ricambio il saluto strizzando il sangue di Marty McShake nel secchio.
Maledicendoli entrambi.
Alla prossima settimana, figli di puttana.

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