The Bishop

L’abbiamo trovata al centro del campo da basket nel cortile della Lincoln Junior High.

Posizione supina, braccia legate dietro la schiena. Dal collo si estendono tracce di schizzi lunghi e curvi, grosse pennellate che tracciano un disegno confuso, crudele. Sulla linea dei tre punti una scritta col sangue:

NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA

 

Tuoni in lontananza, sopra di noi le nubi promettono temporale. Ordino alla squadra di fare in fretta i rilevamenti prima che possano venir cancellate le tracce.

La vittima è una ragazza di 23 anni, bianca, l’altezza può variare da 1,57 a 1,62 forse 63. Difficile dirlo senza testa. Il modus operandi è quello dell’omicidio di Andrea Kinkaid, uccisa il mese scorso e ritrovata fuori da un edificio abbandonato a Muttville. L’assassino è stato soprannominato dalla stampa “Il cacciatore di teste”. La squadra del tenente Plummer e io abbiamo messo in piedi una task force per individuare ed arrestare l’aggressore, abbiamo richiesto anche un profile dell’assassino da Quantico. Una vera e propria caccia al mostro.

Eccetto che il mostro non esiste.

Andrea Kinkaid è stata uccisa in una delle celle del distretto da una vecchia tossica che poi è svanita nel nulla. La sua migliore amica, Frances Walsh, ha dimenticato a fatica la storia in cambio di un salvacondotto per l’arresto. La stessa notte, assieme agli altri agenti, abbiamo fatto spostare il cadavere e l’abbiamo “ritrovato” a Muttville grazie ad una “segnalazione anonima”.

La storia è rimasta in piedi per un mese intero mentre interrogavamo i soliti sospetti, arrestavamo mitomani e consolavamo la famiglia.

Crusade è entrata in paranoia.

C’è un mostro, un mostro a piede libero. Un cacciatore di teste.

Il profile è chiaro. Il mostro non si fermerà, colpirà ancora.

Di colpo le strade sono diventate più sicure. Spacciatori, scippatori, accattoni e pervertiti si sono presi una vacanza per paura di essere arrestati.

Qualche giorno fa ho confidato al tenente Plummer che la morte di quella ragazzina è stata la cosa migliore che potesse succedere.

Abbiamo riflettuto che, forse, avere uno spauracchio in giro per Crusade a seminare il panico, stava contribuendo a rendere la città più sicura.

Fino a stasera.

Carichiamo il corpo quando le prime gocce iniziano a baciare l’asfalto.

La mattina arriva, ma senza luce.

Plummer entra in ufficio bestemmiando.

“Non si risponde più alle chiamate d’emergenza?” gli chiedo.

Lui mormora qualcosa di incomprensibile. Credo abbia detto “scassa cazzo”

“Hanno trovato un cadavere decapitato. Femmina, bianca, 23 anni…”

“Me l’hanno detto. E allora?” mi guarda da dietro la sua tazza di caffè.

Plummer è visibilmente irritato.

“Ci sono buone ragioni per pensare che sia lo stesso della Kinkaid.”

Lui si siede sulla sua scrivania. No, non si siede. Si lascia cadere.

Lo temevamo entrambi, lo temeva buona parte delle persone coinvolte. Quella sensazione in fondo al cranio. Quel pensiero fisso, come un cattivo odore che non vuole andarsene dalle mani.

“Potrebbe essere un epigono. Abbiamo fatto in modo di alzare un fottuto polverone con questa storia. Ricordi solo quanti mitomani si sono consegnati?”

Certo che lo ricordo. Un esercito di mitomani a tutte le ore che affermava di essere il cacciatore di teste. Avevamo in programma di arrestarne almeno uno e chiudere la faccenda, ma nessuno di loro era abbastanza convincente. Senza contare che la pistola fumante sarebbe stata la testa della Kinkaid e nessuno sapeva inventarsi che fine gli avesse fatto fare. Uno si è presentato con un barattolo con all’interno una testa di bambola sotto tequila, affermava di essere il padre biologico e di averla salvata dal peccato.

“C’erano le scritte, Plummer”

Quando Andrea è stata decapitata nella sua cella, senza che le telecamere di sorveglianza registrassero nulla, sono comparsi disegni e scritte, simboli esoterici forse. Non abbiamo mai fatto analizzare la cosa. La parola d’ordine era INSABBIAMENTO.

E quella scritta: NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA.

Da quando l’ho vista, nella cella di detenzione del distretto, ho iniziato a vederla ovunque.

La potevo leggere grafitata nei vicoli, incisa nelle panchine dei parchi pubblici, scritta a pennarello nei bagni dei locali. Il mantra di Crusade.

L’ho ignorato, non ho fatto domande. Non mi sono chiesta il significato. Ci siamo detti che era sicuramente un caso, un testo di qualche pezzo che danno alla radio, uno degli slogan del terrorista extraordinaire Mark Navarro. Niente che possa aver a che fare con quanto abbiamo visto.

Fino ad ora.

Per la stampa, tutto il contesto soprannaturale della morte di Andrea Kinkaid è stato omesso per ovvie ragioni.

“Merda…Ed era cominciata come una cazzo di giornata tranquilla” brontola Plummer.

Rimaniamo in silenzio qualche secondo, poi è lui a rompere il ghiaccio “ok, che facciamo?”

Io scuoto la testa, ci penso da stanotte. Non riesco a farmi venire un’idea. Non dovremo annunciare che il mostro ha colpito di nuovo, lo sta già per fare la stampa. Sicuramente, presto, trapelerà qualcosa ancor prima di poterci organizzare.

É Plummer a proporre, di nuovo “Mettiamo insieme tutti quelli che sanno dell’affare Kinkaid, creiamo una squadra e troviamo la fottuta mantide”

“Tu eri quello che voleva far finta che non fosse mai esistita, Plummer”

“E tu eri d’accordo, Hernandez. Cristo,che dovevamo fare? Ci avrebbero preso per il culo, riso dietro e poi avrebbero smantellato il distretto per trovare chi, delle guardie aveva assassinato la ragazza”

Apre un pacco di sigarette, ne sfila una e se l’accende. Le sue mani tremano.

“Avremmo dovuto accusare la sua amica.” riesco a mormorare, sentendomi una merda per averlo detto.

Plummer annuisce “Ormai è un po’ tardi”

“Già, ormai è tardi” concordo.

 

Inizieremo le indagini ancor prima di confermare alla stampa che, si, il cacciatore di teste, il nostro maschio sulla quarantina, bianco con disturbi psicologici, problemi legati alla sessualità e al relazionarsi con l’altro sesso, proveniente da un ceto medio basso e possibilmente traumatizzato in età infantile  da un evento che ha influenzato tutta la sua vita aveva colpito ancora. Stavolta ha lasciato ulteriori segni. Ci sta prendendo gusto, non si fermerà. Invitiamo la popolazione a collaborare. Non uscite di casa da sole, se vedete una persona sospetta avvisate subito le autorità.

Qualsiasi informazione sarà ben retribuita.

Plummer propone di battere sulla pista esoterica. Manderemo gli agenti ad interrogare cartomanti, spiritisti, santoni, guaritori ed esorcisti. Sarà tutto fatto in sordina, mentre continuiamo a tenere in piedi la storia del cacciatore di teste, sollevando più polverone possibile. Io mi occuperò di trovare l’identità della nostra mantide, della nostra persona ignota che rapisce bambini.

Ma non oggi.

Sono stanca e voglio solo finire il turno e staccare.

 

Esco dal distretto portandomi dietro una tazza di caffè. Arrivo all’auto. Mi fermo a cercare le chiavi cercando di non bagnarmi troppo per la pioggia.

“Signora” una voce mi fa sobbalzare. Mi volto di scatto.

Un bambino sporco e bagnato da capo a piedi con la testa rasata mi guarda. Ha dieci, forse undici anni, ha le labbra screpolate e la pelle piena di macchie violacee.

“Che succede, piccolo?” gli dico sentendomi piuttosto imbarazzata.

“Mi dispiace signora” Lo vedo puntarmi un piccolo spray, riesco a vedere la cannula gialla.

Un sibilo e i miei occhi iniziano a bruciare come l’inferno. Mi sfila la borsa dalle mani mentre lacrimo e tossisco in maniera isterica.

Riesco ad aprire gli occhi per un secondo. Intravedo il bambino che mi guarda con la mia borsa in mano. Sta in piedi, tranquillo. Incespico e gli vado incontro.

Lui corre via mentre io grido aiuto.

Nessuno risponde.

Incespico e continuo a correre lacrimando. Gli occhi gonfi e irritati mi fanno vedere solo immagini sfocate. “Fermati” grido.

Riesco a vedere il bambino prendere un vicolo verso il cortile interno di un palazzo. Gli vado dietro. Estraggo la pistola d’istinto.

“Fermati o sparo!” urlo sparando un colpo in aria.

Lo vedo lasciar cadere la borsa in una pozzanghera mentre entro nel cortile.

Ho i polmoni in fiamme, credo che gli occhi siano pronti ad uscirmi dalle orbite.

Il bambino non si muove.

Rimane fermo al centro del cortile. La sua sagoma sfocata muove il braccio in un arco.

Di colpo la mia vista torna nitida e rabbrividisco.

Mi ritrovo attorno almeno quindici, venti bambini. Tutti sudici e bagnati, tutti con il cranio rasato.

Rimango paralizzata.

L’unica cosa che esce dalla mia bocca è la frase più trita che possa dire “Che volete?”

Dico la mia battuta incespicando sulle sillabe, incapace di mantenere la mia autorità.

Ho paura.

“Oh, fai bene ad averne, ragazza” Mi volto.

La prima cosa che vedo è una ferita sulla fronte. Un ghirigoro infetto dalla forma simile a quelli trovati nella cella della mantide. La seconda sono due occhi infossati, di un grigio spiritato.

La terza è la bocca. L’uomo di fronte a me non ha labbra sotto il naso. I suoi denti sono grigi e sporchi, le sue gengive sono scure, come cuoio.

“Questi sono i nostri figli, sono la generazione che porterà avanti quello che noi stiamo iniziando. Noi convertiti, noi primi servi, noi indegni” Non muove la mascella mentre parla. La sua voce non la sto ascoltando. La sto sentendo nelle orecchie, la sto sentendo nel cranio.

Indietreggio di un passo. Sento che lo sto facendo, ma non mi muovo. Sono piantata a terra.

“Se io volessi, ora, potrei dire alle cellule tumorali che ti girano nel fegato di iniziare a moltiplicarsi. Potrei dire al tuo utero e al tuo colon di contrarsi in spasmi talmente forti da causarti un prolasso e costringerti a raccattare i tuoi pezzi in giro. Non scapperai, non ti ribellerai. Ascolterai”

Inizio a tremare, la mia mano stringe ancora la pistola. Tento di alzarla e i muscoli della mano iniziano a contrarsi di dolore, come se qualcuno li tirasse e li tendesse.

Il dolore diventa lancinante mentre le mie dita si aprono da sole. Sento la pistola cadere a terra. Uno dei bimbi la raccoglie.

“Ascolterai” dice ancora l’uomo.

Provo ad annuire. Il dolore alla mano svanisce.

“La nostra sorella Faye è andata a compiere il suo rito di passaggio. Anche il fratello James è andato a raggiungerla. Aprire la porta è difficile, ma non impossibile per chi ha appreso le lezioni più importanti. Questi che io faccio a te” fa una pausa, la mia bocca si apre da sola, la lingua scivola fuori. “non sono altro che trucchetti, sono le basi perché noi possiamo difenderci da voi” rimango con la lingua fuori dalla bocca spalancata. Lui alza la sua mano sudicia, appoggia due dita luride sulla mia lingua, sento il sapore salato e disgustoso del fondo di una pattumiera sulle papille gustative. Le dita si insinuano in gola. Sento i conati farsi avanti. Lui non distoglie gli occhi dai miei, mi stritola con lo sguardo mentre lo sento titillarmi l’ugola, premendola come un chicco d’uva. Fa scivolare fuori le dita mentre un getto di vomito mi sale dall’esofago e si spiaccica a terra.

“Quello dei miei fratelli è un compito più grande di quanto possiate immaginare. Io sono stato uno dei primi, ho ricevuto gli insegnamenti e sono stato ordinato dall’emissario in persona”

L’uomo spalanca le braccia “Io ho visto la Dama d’Ys e sono stato folgorato dalla sua bellezza alla luce dei soli neri”

Cerco di tossire per sputare pezzi di vomito, ma non ne sono in grado. Se lui non lo vuole non sarò in grado di farlo.

“Non possiamo permettere che i nostri accoliti interrompano il loro cammino. Io sono tornato da dove loro sono andati per assicurarmi che non interferiate.”

Si sbottona il lungo impermeabile nero, sotto riesco a vedere una massa pulsante e strisciante. Sto per svenire dall’orrore.

“E per farlo devo impedirvi di parlare di quello che è successo” Improvvisamente i muscoli della mascella si contraggono. Tento di impedirglielo, ma non riesco. La bocca si chiude con uno schiocco secco. I miei incisivi affondano nella mia lingua, la tranciano di netto. Sento un dolore atroce, il sangue mi riempie la bocca. Provo a urlare, esce solo un mugolio soffocato. La lingua penzola dalle labbra, la sento sbattermi sul mento attaccata ad un unico brandello di carne. Il mostro che ho di fronte si avvicina ancora di più con il viso. Apre le fauci. Una serie di lingue sottili escono sibilando e mi si chiudono sulla faccia. Mi attira a sé.

“Il Vescovo sta facendo la meraviglia!” urla uno dei bambini.

“Evviva, evviva il Vescovo che fa la meraviglia!” urlano tutti cantando.

Mentre mi attira verso le sue fauci, vedo i suoi lineamenti contorcersi, la sua bocca ora è enorme, gigantesca.

“Ecco la meraviglia, ecco la meraviglia! Il Vescovo porta la signora a vedere la mamma”

Dentro le sue fauci vedo il vuoto abissale, per un istante, un istante solo, riesco a vedere dei soli neri brillare. Le voci dei bambini si interrompono in uno schiocco secco.

Rotolo dentro il Vescovo.

Giù, in un vuoto siderale.

Credit for the image: sunburnedvamp.deviantart.com 

 

The pills won’t help you now

Luis Harris si presenta nel mio ufficio alle 18, quando sto per chiudere.

Chiede permesso, tiene lo sguardo basso.

Ha un taglio nuovo, i capelli castani ora hanno un taglio uniforme, da boy scout.

Non sembra nemmeno la stessa persona.

“Dottoressa Schumann, ha un minuto per me?”

Sfoggio il mio miglior sorriso ricacciando dentro l’istintivo “No, Luis, stavo andando a casa. Mi metti a disagio” e gli rispondo “Certo, Luis, Bentornato”.

Lui si siede sulla sedia di fronte alla scrivania. È chino in avanti, lo sguardo spento, un mezzo sorriso ebete.

“Quando sei tornato a scuola?” gli chiedo cercando di rompere il ghiaccio.

“Un paio di settimane. Mi hanno dimesso il mese scorso, ma ancora non mi sentivo pronto a tornare”

La sua voce è mite, dolce. Non mi è difficile immaginare i bossoli arancioni pieni di Seroquel XR e Xanax allineati nell’armadietto del bagno di casa sua, più un flacone nello zaino per le emergenze.

L’ultima volta che è entrato qui dentro ha fatto volare la foto di mio figlio contro il muro, ha sfasciato la lampada da scrivania ed infine è scoppiato in un pianto isterico.

“L’importante è che tu ti senta pronto Luis. Ti vedo molto bene” Sto mentendo. I suoi occhi sono infossati, la sua pelle è talmente tirata che ne potrei intravedere il teschio. Non ha più felpe nere, borchie e magliette con scritto “Tua madre succhia cazzi all’inferno”. Luis indossa un pullover azzurro, una camicia bianca e dei pantaloni beige.

“Si, sto bene. Il ricovero mi è servito. Ho capito di avere un problema, non potevo farcela da solo. Il ricovero mi è servito. Ho letto molto riguardo ai pellegrinaggi sa? È necessario che un individuo si stacchi dalla propria realtà per poter lavorare su sé stesso. Il ricovero mi è servito, mi è servito molto. Ora sto bene.”

Non si rende conto di aver ripetuto per tre volte la stessa frase. Non lo interrompo, non so come potrebbe reagire.

“Hai già deciso che corsi seguire questo semestre?”

Lui sorride “Beh, ho deciso di lasciare arti visive e concentrarmi su qualcosa di più concreto. Chimica 101 mi sembra più adatto e utile. I medici hanno detto che dovrei evitare ambienti che mi rendono un po’ sovreccitato” l’ultima frase la dice sforzandosi di ridere, vedo le mani stringere i pantaloni in maniera frenetica. Ride imbarazzato.

“Forse dovresti pensarci un po’ su, Luis. Potrei aiutarti a scegliere i corsi se vuoi, hai molto talento artistico ed è un peccato che vada sprecato. Può essere sempre una passione, una valvola di sfogo”

Lui scuote la testa “No, non ho tempo ora per quello. Non ho più tempo. Faccio anche volontariato e vorrei concentrarmi prima sul mettere la mia vita in carreggiata, magari andare a vivere per conto mio e sistemarmi. Poi potrei riprendere come si deve la mia carriera artistica” alza lo sguardo e prova a guardarmi negli occhi mentre mi parla. Cerca di dimostrarmi convinzione e vuole la mia approvazione.

Io gli sorrido. Cerco di essere più sincera che posso. “Questo è molto maturo da parte tua. Fai volontariato, dici? È una cosa molto bella. Di che si tratta?” Luis Harris, prima che venisse sostituito con questo automa imbottito di farmaci, non contemplava il volontariato. Era ambizioso, tormentato, dolce a suo modo. Mi aveva regalato un paio di suoi quadri. Roba forte, roba da adolescente incazzato con il mondo. Nessuno ha mai accettato che la sua fosse una fase, che la sua fosse solo rabbia repressa e stress per la pressione sociale fattagli dai genitori e dal resto del mondo. Luis non è nella squadra di football, Luis non presta giuramento alla bandiera, Luis la domenica non accompagna la famiglia in chiesa.

Una volta Luis è entrato da quella porta con il labbro spaccato. Ha detto che suo padre l’ha colpito con “il Libro”.

Quando gli ho chiesto che libro fosse lui mi ha detto che era l’unico libro creato per far del male.

Ora Luis mi dice che fa volontariato, che è pulito, che deve lasciar perdere l’arte.

“Oh, non è proprio volontariato, è un gruppo di amici, si, un gruppo di supporto. Noi facciamo attività per migliorare il mondo. Ci impegniamo per aiutare le persone, per mandare un messaggio. Penso che tocchi a noi giovani fare la differenza. Mi sento finalmente accettato”

Ora si spiega, penso dentro di me. Luis è stato preso in mezzo a qualche culto. Avrei dovuto immaginarlo. Probabilmente gli evangelisti, forse addirittura Scientology. Non mi stupirebbe, il ragazzo è sempre stato suggestionato dalla fantascienza.

“Sembra…molto interessante, Luis. Come si chiama questo gruppo di cui fai parte?”

Lo vedo arrossire, sorride imbarazzato. “Oh non abbiamo proprio un nome, ma ci hanno confermato che potremo fare un annuncio per la nostra organizzazione prima della partita di basket di stasera in palestra.”

Luis che va ad una partita di basket del suo liceo e parla al pubblico. Non avrei mai detto che sarebbe stato in grado di farcela, la sua timidezza è sempre stata al pari del suo odio per gli sport. Roba da cerebrolesi, la chiamava. Forse ha davvero acquistato fiducia in sé stesso, forse sta davvero meglio. È solo nervoso nei miei confronti per l’imbarazzo che può avermi causato.

Forse si sente in colpa.

“Sa, avrei piacere che venisse a sentirmi. Sarà fra mezz’ora, sono venuto per invitarla.” Luis fa una pausa, smette di guardare il portapenne sulla scrivania, alza lo sguardo. I suoi occhi mi fissano. Mi sorride “Mi farebbe davvero piacere”.

Ancora prima di ragionarci mi faccio fregare e dico “Certo, avrei molto piacere” gli sorrido.

Lui si alza di scatto, come un pupazzo a molla. Scatta in piedi come sull’attenti. Di colpo la sua faccia si illumina, solo per un istante, sembra riacquistare l’energia che aveva prima.

“Grazie” riesce a dire con voce strozzata. Mi sorride, di nuovo impacciato.

“Devo andare. La prego, non faccia tardi. È importante.” Mi dice allontanandosi.

“Ci sarò. A più tardi, Luis. Ora devo chiudere l’ufficio”. Lui annuisce di risposta ed esce chiudendosi la porta alle spalle.

Mi ritrovo da sola in ufficio a sospirare. Cerco di concentrarmi nel sistemare le carte prima di chiudere, ma non ci riesco. Il colloquio con Luis è stato sconfortante, penoso. I miei sforzi con lui sono stati distrutti. Non mi va di andare alla dannata partita di basket, non mi va di sentire Luis parlare di Gesù cristo o di L. Ron Hubbard o di come il metodo Gerson sia più efficace della chemio. Non voglio sapere in che truffa è rimasto fregato. Non lo voglio vedere esporsi davanti a degli adolescenti, fra cui sicuramente ci saranno i bulli che l’hanno tormentato prima del ricovero, che si aspettano una partita e si devono sorbire un’ulteriore lezione imparata a memoria infarcita di propaganda.

Avrei dovuto parlarne con lui, avrei dovuto dirglielo di lasciar perdere, ma la verità è che anche per me Luis è una persona scomoda. Uno che è arrivato al punto di non ritorno e vive solo per dare a noi persone sane l’avvertimento che potrebbe succedere anche a noi. Vivere bombati di psicofarmaci, manipolati da qualche venditore di sogni la cui preda sono proprio gli elementi con bassa autostima, il cui unico desiderio è sentirsi utili. Non avrei mai voluto vedere Luis in questo stato.

Un grido mi riporta sulla terra. Non un grido. Uno strillo.

Uno strillo tanto lungo e tanto assordante da coprire persino il suono dei miei pensieri.

Esco dalla porta.

Non c’è nessuno in giro.

Sento una voce in fondo al corridoio che porta alla palestra.

“…Non siamo qui per imporci su di voi…”

Mi avvicino circospetta. Svolto l’angolo. La voce continua.

“…Ma per mandare un messaggio chiaro alle vostre famiglie…”

Il corridoio che porta alla palestra è disseminato di cadaveri. Sono ragazzi e ragazze con magliette della squadra del liceo. Sono riversi a terra, le cervella sparse per tutto il pavimento. Jeffrey Deagle, un ragazzo del primo anno che stavo seguendo, è seduto a terra, spalle al muro, con una mano premuta sulla gola, tentando di tamponare la ferita che lo sta dissanguando lentamente. Appena la settimana scorsa aveva trovato il coraggio di presentare il suo ragazzo ai genitori. Mi chino su di lui, mi sfilo il foulard e glielo premo sulla gola. Provo a dirgli qualcosa, ma non mi escono le parole di bocca. Le corde vocali si sono polverizzate. Il viso di Jeffrey impallidisce a vista d’occhio mentre il sangue gli continua a scorrere fra le mani.

Le labbra provano a dire un grazie.

La voce continua.

“…Una rivoluzione è un atto di violenza, e preferiamo che voi siate testimoni dell’orrore…”

Mi avvicino alle porte antipanico della palestra. La voce diventa più forte.

“…Piuttosto che inutili consumatori, membri di una società che vi sta uccidendo per un profitto…”

Premo la maniglia della porta.

“…che vi appartiene per diritto. Il nostro simbolo ci insegna che solo con l’orrore, le coscienze si sveglieranno…”

Vengo investita dalla luce della palestra. Sento un grido. Una ragazza mora con una maglietta viola mi si para davanti gridando. Riesco a vedere solo il suo viso contorto in una smorfia di orrore, di disperazione.

La voce si interrompe. Alcuni colpi assordanti scuotono la palestra. Altre grida.

Metà della testa della ragazza mi esplode in faccia. Mi arrivano pezzi d’osso e materia grigia in pieno viso. Cado di schiena. La ragazza si contrae sopra di me in spasmi involontari “A…Aiuto” riesce a dire prima di fermarsi. L’avrò vista qualche volta nei corridoi, forse nel parcheggio della scuola. Non so il suo nome.

Al centro della palestra, l’oratore continua.

“…Per questo noi oggi daremo una lezione di realtà agli Stati Uniti D’America. Questo è il regalo creato da Mark Navarro, a voi morti viventi.”

L’oratore è Luis, e Luis parla da dietro una maschera antigas. Imbraccia un fucile AR-15.

In giro per la palestra, in posizioni strategiche, ci sono altri ragazzi, con le maschere antigas e gli stessi fucili.

Tengono in ostaggio più di un centinaio di studenti.

Luis si volta verso di me, sono sicuro che mi stia sorridendo.

“Sveglia, America! È ora di morire!” Lo vedo sfilarsi un telecomando dalla tasca. Lo tiene in alto.

Tutti gli assaltatori urlano all’unisono “HAIL NAVARRO!”

Il pollice preme il pulsante. Sento solo per un attimo i ragazzi gridare. Poi un fascio di luce e fiamme mi investe. Investe tutti noi.

Il mondo finisce.

Non sento più nulla.

 

The emergency exit

 

Mi han buttato giù dal letto perché c’è stata un’emergenza alle celle del distretto.

C’è stata un’emergenza, non c’è un’emergenza.

Vuol dire che altri cinque minutini di sonno me li potevano anche dare.

C’è stata un’evasione.

C’è anche stato un omicidio.

Non sanno come possa essere successo.

Parlano di una cosa alla Houdini.

Il risultato è che mi tocca prendere la macchina e filare diritto in centrale.

L’agente Cruz mi aspetta all’entrata delle celle di sicurezza, sembra sconvolto.

“Tenente, abbiamo avuto qualche problema” mi fa quello.

“Si l’ho saputo. C’è del caffè?”

“Gliene faccio portare una tazza. La detective Hernandez è giù con la…”

“La…?”

“Non lo sappiamo, diciamo testimone, o sopravvissuta. Non riusciamo a capire niente”

Annuisco, che altro dovrei fare? Nessuno mi ha spiegato ancora un cazzo.

Mentre mi dirigo alla stanza per gli interrogatori passo davanti ad una delle celle.

È aperta.

Dentro gli agenti stanno scattando foto e facendo i rilevamenti.

A terra c’è un telo insanguinato con sotto qualcosa di abbastanza facile da intuire.

Le pareti sono imbrattate di sangue, gli schizzi sono arrivati perfino sulla lampada.

Inquietanti ghirigori sulle pareti. Un graffito col sangue recitava:

“NON C’è ALCUN DIO, E IL CAOS è IL SUO PROFETA”

Mi è subito venuto in mente il sindaco di San Francisco in Dirty Harry che dice “MA CHE HANNO NEL CERVELLO?!” e il commissario che gli risponde: “DROGA”.

La detective Hernandez è fuori dalla porta, ha gli occhi sbattuti e mi guarda avvicinarmi impaziente.

“Alla buon’ora Plummer” mi fa.

“Hey, dacci un taglio Vera, ho staccato alle undici” mi difendo.

“Bravo e io torno dagli straordinari. Hanno fatto secco un pappone a Muttville, palle in gola e tutto il resto. Qualcuno era veramente incazzato” Si è risistemata i capelli. Se non berciasse come un camionista mi chiederei dove lo trova una donna così lo stomaco per stare alla sezione omicidi.

“Professionalità, Plummer, è quello il segreto.” Lo dice come se mi avesse letto nel pensiero.

“Ok, ok…Senti, mi dai qualche ragguaglio prima che entriamo dentro?”

“Si chiama Frances Walsh, la ragazza uccisa si chiama Andrea Kinkaid. Le hanno beccate i ragazzi per ubriachezza molesta. Messe in cella giusto per schiarire loro le idee.” Ho annuito mentre mi passava i fascicoli.

“E questa?” La terza foto segnaletica mostra una donna di trent’anni, il volto scavato, capelli radi e sudici, denti neri, rovinati da crack e meth.

“Questa è il nostro enigma”

“Che vuoi dire?”

“Non abbiamo nome, né indirizzo né nient’altro. L’hanno arrestata qualche ora dopo le due ragazze in seguito ad una segnalazione. Una coppia di coniugi l’ha beccata mentre tentava di portarsi via il loro figlio di sei mesi. Hanno sentito una voce gracchiare al baby monitor, una cantilena strana. Si sono allarmati e son entrati nella stanza del figlio. Lei era china sulla culla pronta ad afferrarlo. Il signor Linson, così si chiama l’uomo, l’ha tenuta sotto tiro mentre la moglie chiamava il 911. Lei non ha opposto resistenza, ma tentava di convincere l’uomo a sparare alla moglie e a darle il bambino farfugliando stronzate su…” Vedo Vera girare la pagina del rapporto “ecco, su tributi da dare all’Araldo del Caos Strisciante, l’Uomo dal Sorriso Scintillante.”

Mentre ascolto, l’agente Cruz arriva con due tazze di caffè.

L’ho ringraziato e ho guardato Vera “Una strafatta di crack a cui è andata male. Ora dov’è? A smaltire la botta?”

Lei ha semplicemente scosso la testa “Meglio che lo senta da te”

Siamo entrati nella stanza degli interrogatori.

Davanti a noi, seduta con una tazza di cioccolato, quella che Vera aveva detto essere Frances Walsh.

Capelli corvini spettinati, un maglione sporco di sangue, le guance pallide costellate di lentiggini. Piercing al naso e al labbro.

Fissa il vuoto tremando. Tiene la tazza con entrambe le mani, sembra che provi a scaldarsi.

“Frances, io sono la detective Hernandez e lui è il tenente Plummer” ha iniziato Vera.

Lei ha alzato gli occhi “Mi manderete al manicomio se ve lo racconto.” ha farfugliato.

Io ho scosso la testa e mi sono seduto. “No, non ti manderemo da nessuna parte. Vogliamo solo che tu ci racconti quello che è successo, poi ti faremo tornare a casa, d’accordo?”

Lacrime hanno iniziato a scendere sulle sue guance.

“Si incazzeranno a morte tutti… Non dovevamo nemmeno uscire stasera” Il pianto diventa presto un singulto isterico. Vera le si avvicina, le appoggia una mano sulla spalla “respira, piano, respira”

La ragazza, dopo qualche momento, si calma. Sospira.

“Andrea mi rubava sempre i marshmellow che mettevo nel cioccolato. Sempre. Siamo cresciute insieme”

Io ho annuito “Quando ti senti pronta puoi raccontarci quello che è successo”

“Ora ve lo racconto”

 

Trapped with a mantis

Ci hanno fermate perché stavamo prendendo a calci la macchina della mia ex coinquilina. Quello troia ci aveva lasciato tutte le bollette da pagare e si era fregata il tostapane. Ci credereste? Eravamo ubriache e un po’ incazzate. Può succedere. Abbiamo risposto male a quelli della pattuglia, non ci vedevamo fuori. Avrò bevuto non so quanti chupitos e abbiamo mangiato…no, non ricordo di aver mangiato.

Ci hanno preso i documenti, fatto le foto segnaletiche e poi ci hanno buttate in cella. È stato mentre ci facevano le foto che abbiamo iniziato a renderci contro che eravamo in un bel casino. Siamo rimaste sedute nella cella vuota senza dire niente per non so quanto tempo prima di avere il coraggio di parlare fra di noi, solo sussurrando. Abbiamo iniziato a discutere, ci siamo prese a parole. Se sapevo che…non importa.

Abbiamo sobbalzato entrambe quando abbiamo sentito le guardie tornare. Il tanfo di sudore e sporcizia che si avvicinava ci faceva lacrimare. Speravamo fossero qui per farci uscire, invece ci hanno messo in cella quella…Cosa. Era pelle ed ossa, con indosso una canottiera sudicia e un paio di pantaloncini, sorrideva mentre la spingevano dentro, sorrideva mostrando dei denti neri e marroni, come se fossero incrostati di resina.  Appena le guardie se ne sono andate ha iniziato a cantilenare, parlava da sola.

Si è messa in ginocchio contro il muro di fronte alla cella, in una pozza di piscio, e ha iniziato a mormorare.

Teneva le mani piegate, coi dorsi delle mani in avanti, come una mantide. Aveva queste unghie lunghe e giallastre, incrostate di lerciume. Continuava a dire che non importava, che presto avrebbe raggiunto la Dama d’Ys. Lo ripeteva continuamente, come una cantilena.

È stata Andrea a dirle di piantarla. Ci stava facendo ammattire. Seriamente, era come un disco rotto. La sua voce era acuta come quella di una bambina.

Lei non accennava a smetterla, continuava a dire che era ora di partire, che presto sarebbe stata dalla Dama d’Ys. Non voleva smetterla.

Andrea si è alzata prima che potessi fermarla e l’ha spinta a terra “PIANTALA DI FARE CASINO, CAZZO!” le ha gridato. Se aveva anche solo l’emicrania che avevo io in quel momento, non potevo biasimarla. La sua voce ti penetrava in testa, capite? Come un trapano.

La vecchia è caduta a terra e ha smesso. L’ho sentita mormorare qualcosa, qualcosa riguardo al momento giusto. Non so bene come ha fatto, ma l’ho vista infilarsi le unghie sotto la pelle. Si è aperta uno squarcio nella pelle, vi dico. Sanguinava. Ha sfilato una piccola asta metallica dallo sterno.

Era lunga una decina di centimetri, forse, non sono riuscita a vedere bene. Grondava sangue. Si è voltata e ci ha guardate col suo sorriso sbilenco, sembrava non sentire dolore. Andrea ha indietreggiato, ma non è stata abbastanza veloce. La vecchia ha spiccato un balzo e le è piombata addosso. Ho sentito solo il rumore, come tessuto strappato. Andrea è crollata all’indietro sbattendo la testa sul pavimento. Aveva la gola squarciata da parte a parte. Stavo per gridare aiuto, ma quella mi ha guardato. È stato come se mi bloccasse con lo sguardo “No, no, no piccola mia. Quando gli adulti parlano si sta zitti. Succhia, succhia un bel limone. Piccola mia” mi ha sussurrato. Credeteci o no, ma quando mi ha detto quelle parole ho sentito un sapore aspro in bocca, le labbra accartocciarsi e la lingua impastarsi. Hanno iniziato a lacrimarmi gli occhi. Più tentavo di gridare e più il sapore aspro diventava forte. Continuavo a contrarre le labbra. Provavo ad alzarmi, ma lei mi inchiodava con lo sguardo agitando le sue unghie lunghe. Ero pietrificata. Credete che non avrei aiutato la mia amica? Non riuscivo a muovermi. Non ne ero in grado. Era come uno di quegli incubi del cazzo dove ti senti soffocare, ma non riesci a fare nulla. Ha strappato la testa dal collo di Andrea canticchiando, poi ha iniziato a disegnare qualcosa di simile ad un pentagramma, difficile dirlo. Continuava a imbrattare le pareti e lavorare con tutta la calma del mondo. Dov’erano le guardie? Dove? Non c’era nessuno che passasse, era come un incubo. Ad un tratto si è rimessa in posa come una mantide davanti al corpo di Andrea, grondava sangue, era sudicia. Volevo svenire, volevo distogliere lo sguardo, ma lei, lei mi costringeva a guardare. Sentivo la sua voce insinuarsi nel mio cervello e dirmi che dovevo guardare, che ero testimone della grandezza di quello che l’Araldo del Caos strisciante le aveva insegnato. Che dovevo credere se volevo essere salvata. Mi bruciava la vescica, avevo tanta paura da farmela addosso, ma non usciva nulla, era come se i miei sensi fossero tutti bloccati, se enormi cisti acide sbarrassero il passo a qualsiasi cosa dovesse uscire fuori di me.  Poi è successo. Gli interstizi delle mattonelle si sono illuminati di luce, luce rossastra. Poi tutto è diventato buio. Quando la luce è tornata ho subito sentito un gran freddo, da gelarmi le ossa, un freddo polare a meno quaranta gradi, tutto in un secondo. Dove c’era la parete ora potevo vedere una distesa bianca, con un cielo pieno di stelle nere. Da quel posto non veniva alcun rumore. La vecchia si è alzata e senza degnarmi di uno sguardo, tenendo la testa di Andrea per i capelli, si è diretta oltre la parete. Quando ha varcato la soglia, la luce è andata via un’altra volta. Quando è ritornata, la parete era ancora al suo posto e la vecchia mantide era scomparsa. In quel momento, come se tutto quello che mi bloccava si fosse di colpo vaporizzato, ho iniziato ad urlare, strillare, non riuscivo più a smettere. Continuavo a gridare anche se non avevo fiato, ho iniziato a sputare sangue, poi quando sono arrivate le guardie sono svenuta.

END

Io e la detective Hernandez ci siamo guardati. Abbiamo detto a Frances di riposarsi e di stare tranquilla, poi siamo usciti.

“Evidentemente era strafatta, altrimenti come te lo spieghi quel mucchio di boiate che ha appena detto?”

Vera ha scosso la testa “E quella che era in cella con loro? L’omicida?”

Ho sospirato “Era pelle ed ossa no? Magari è riuscita a scivolare fra le sbarre”

“Con una testa in mano? Senza lasciare una traccia di sangue?”

“Guardiamoci i cazzo di nastri della sorveglianza! Ci sarà qualcosa, Cristo!”

Vera ha fatto un sorriso sarcastico e mi ha accompagnato a vedere il nastro.

Ore 3:00, la porta della cella si apre, entra la vecchia senza nome.

Ore 3:14, Andrea spinge la vecchia a terra.

Ore 3:14 e un secondo, la vecchia è sparita. Andrea è un corpo senza testa a terra e Frances è in un angolo con la bocca spalancata che grida a squarciagola.

Riporto indietro il nastro.

Lo riporto avanti. Non c’è nulla.

Provo la registrazione della telecamera del corridoio.

Ore 2:59, la vecchia viene scortata dalle guardie in cella.

Ore 3:00 la vecchia entra nella cella.

Ore 3:14 si intravede Andrea alzarsi.

Ore 3:14 e un secondo. Dalla cella si spande un lago di sangue, si intravede la mano del corpo oltre le sbarre.

Mi alzo dalla sedia. Vera mi indica i monitor “Come la risolviamo? Diciamo che avevamo un’adoratrice del demonio e che ci è sfuggita dopo aver ammazzato una ragazza che i tuoi avevano messo dentro per farle passare la sbornia?” Vera tenta di essere sarcastica, non ci riesce. Non riesce a nascondere il panico crescente nella sua voce.

Io non so che dire, non ne ho idea. Non so cosa cazzo sia successo lì dentro. Non c’è alcun segno di blocco della registrazione, non c’è nulla che faccia pensare ad una manomissione. Qualcosa deve essere successo, ed è successo in una specie di bolla d’aria.

“Te lo dico io cosa faremo. Rilasceremo Frances Walsh e annulleremo l’arresto suo e quello di Andrea, a condizione che Frances sia d’accordo a raccontare la storia come noi vogliamo.”

“Che vuoi dire?” Vera era già sul piede di guerra.

“Voglio dire che chiunque tocchi questa storia sarà coperto di piume e di pece e sinceramente non mi sento né di mettere la ragazza sotto accusa né di aprire una caccia alle streghe fra i miei uomini. Il corpo di Andrea Kinkaid è stato trovato questa notte alle ore 3 e 14 a Muttville, decapitata da un maniaco. Qualche pervertito deve averla seguita dopo che lei e Frances si erano salutate per tornare a casa. Faremo delle indagini e cercheremo il colpevole fra i soliti sospetti, sposteremo il corpo se necessario per far le foto per i rilevamenti. Non ha importanza. Il maniaco può averla scaricata lì dopo aver fatto i suoi porci comodi.”

“Ti sei bevuto il cervello, Plummer? Non possiamo fare una cosa simile, non è.…” Vera si blocca. Lo sa che non c’è altra strada.

“E cosa facciamo dell’arresto della vecchia pazza? Quello come lo spieghiamo? Ha aggredito delle persone Cristo santo, una famiglia la vorrà vedere dietro le sbarre”

Mi dirigo verso la porta e, senza pensarci troppo, le rispondo “Non è mai arrivata al distretto. Ha opposto resistenza durante il trasporto e l’hanno freddata con due colpi di pistola. Se chiedono di vedere il corpo, ci inventeremo qualcosa”

“E se avesse avuto dei parenti? O se – la sento esitare, so a cosa sta pensando – Se dovesse tornare?”

Mi tiro fuori una sigaretta, gliene passo mentre usciamo “Se dovesse tornare, allora, che Dio ci aiuti”

Smashing Toy Soldiers

 

Tocca a me raccontare la seconda parte di della storia.

Redrum vi ha lasciato con me e lui in ospedale.

Era a fine anni 90.

Eravamo due sfigati qualsiasi, innocenti ragazzetti che, forse, in qualche modo, ce l’avrebbero fatta.

Poi due sbirri ci hanno brutalizzato e ci siamo ritrovati mezzi invalidi.

A Redrum sembrava andare meglio, dopotutto aveva perso solo i denti.

Io, fra attacchi epilettici, terapie dal logopedista e difficoltà di coordinazione, ci ho messo degli anni ad avere di nuovo una vita normale.

Mi piace pensare che il pezzo di cervello che ho perso fosse quello che altrimenti mi sarebbe andato in vacca come è successo a Stephen.

Lo avevamo soprannominato Redrum perché, quando ci ha raccontato della dislessia, Karl era saltato fuori dicendo “Tipo il ragazzino di Shining che scriveva Redrum invece che Murder?”

Abbiamo riso e, essendo Redrum un nome figo, gliel’abbiamo appioppato.

Dopo l’incidente, Redrum è diventato veramente più disturbato di Jack Nicholson.

Vivi, la sua ragazza, quella di cui lui era innamorato, non aiuta.

Dall’incidente si è molto legata a lui e, per quanto provi, non riesce a controllarlo.

Durante i miei anni di terapia, Redrum ha aiutato mamma a pagare i conti, poi, quando sono tornato autonomo, sempre lui mi ha trovato lavoro.

Eravamo amici, io e Redrum. Abbiamo riso, pianto e sanguinato insieme.

Dopo che mi sono ripreso del tutto, Redrum ha riunito i ragazzi.

Joey, Camaro e me.

Ci siamo trovati nel tardo pomeriggio fuori dal cantiere di quello che, qualche anno dopo, sarebbe diventato il World Royale Shopping Center.

Hanno iniziato il lavoro dopo aver demolito un intero quartiere.

Karl ci ha perso la casa.

Per questo la sua famiglia si è trasferita a Los Angeles.

“Ho trovato l’altro bastardo – ha iniziato – andiamo a prenderli tutti e due stanotte”

Era euforico, totalmente su di giri. I suoi denti metallici ammiccavano malevoli dalle labbra.

Io capivo cosa intendeva.

Aveva trovato uno dei due figli di puttana che ci avevano rovinato la vita.

“Quali bastardi, Redrum?” ha chiesto Camaro senza troppo interesse.

“I due piedipiatti che a momenti ci facevano secchi, Porco – gli ho risposto. – Vero?” ho continuato poi rivolgendomi a Redrum.

Lui ha annuito.

Il vecchio grassone, l’agente Philip Holt, è andato in pensione due anni fa.

L’abbiamo tenuto d’occhio per un bel pezzo, senza muovere un dito.

Il più giovane, l’agente Jeoffrey Brewer, aveva optato per un trasferimento volontario in un’altra città. Non sapevamo dove.

Io e Jim li volevamo assieme.

Dopo il pestaggio, mia madre aveva intrapreso un’azione legale perdendoci un bel po’ di soldi.

Non è stata ascoltata, è invecchiata precocemente ed è quasi finita sul lastrico.

Secondo la verità ufficiale, a compiere l’aggressione a nostri danni sono stati un gruppo di accattoni che noi avevamo provocato entrando in uno dei loro rifugi.

Accattoni che stanno, a detta loro, ancora cercando.

Nonostante avessimo accusato i poliziotti.

Nonostante avessimo fornito una descrizione più che dettagliata.

Nonostante a me avessero sparato con una Beretta 9mm di ordinanza.

Un brivido di adrenalina mi è salito per la spina dorsale, diritto fino al cervello.

“Dove” ho ringhiato.

“Frena, frena, frena. Dovremmo scassare due sbirri? E poi chi di noi va a concimare le margherite? Perché è proprio questo che succederà appena beccano uno di noi” Camaro aveva già messo le mani avanti.

Redrum ha sorriso, mettendo in mostra tutto il metallo che aveva in bocca.

“Abbiamo il permesso”

“Da chi, furbone, da tua madre?”

Redrum si è acceso una sigaretta, ne ha passata una a Joey

“Ora lo vedi – ha guardato l’orologio – Quel panzone dimmerda dovrebbe essere già qui”

Il panzone dimmerda, che non poteva essere altro che Bob, è arrivato pochi minuti dopo.

Robert Harper, meglio conosciuto come Paddin’ Bob.

Il nostro nuovo migliore amico.

È sceso da una Pontiac Grand AM probabilmente rubata imprecando e bestemmiando.

A fatica riusciva a uscire dalla macchina.

Paddin’ Bob. Capelli alla Elvis, quattro menti, un paio di baffi alla Clark Gable e 60 chili di troppo.

Non ha nemmeno salutato.

Si è fatto prendere da un attacco di tosse che ha curato immediatamente con uno scaracchio e una sigaretta.

“Dove cazzo eri?” gli ha ringhiato Redrum

“Woooo, staccalmo, mi stavo occupando del lavoro. Dobbiamo ancora passare a prendere i ferri”

Camaro ha fatto un cenno a Bob, poi ha detto “Ok, Stephen, da chi cazzo abbiamo il permesso?”

Bob ci ha fatto segno di avvicinarci alla macchina.

Ha aperto il bagagliaio mentre facevamo cerchio per vedere.

Nel bagagliaio, in mutandoni e canottiera, con caviglie e polsi legate insieme, nastro adesivo su palpebre e bocca e un bel paio di cuffie antirumore fissate sulle orecchie c’era l’agente Holt.

Sarei dovuto essere soddisfatto nel vederlo così.

La verità è che avrei preferito farlo di persona.

“Dalla città di Crusade, abbiamo il cazzo di permesso – ha iniziato a ridere Redrum – quel sacco di merda di Brewer è a Bakersfield, un po’ fuori città. Abbiamo già trovato l’indirizzo. Non è nella giurisdizione del Macellaio. In quanto a lui, è un relitto. Non mancherà a nessuno”

Joey ha annuito “Insomma, la polizia non farà troppi straordinari se sparisce.”

Bob ha grugnito, sbattendo il bagagliaio. Da dentro, il poliziotto ha mandato uno strillo soffocato.

“Non li hanno fatti per loro, non li faranno certo per lui”

Redrum mi ha guardato diritto negli occhi. Era euforico, soddisfatto.

Pronto a piangere di eccitazione.

Aspettava solo il mio cenno.

“Andiamo a prenderli.”

“Prima i ferri”

Si è rivolto agli altri “Bob è dei nostri. E voi?”

Joey ha annuito “Sicuro, andiamo a fargli il culo”

Camaro ha alzato le spalle “E chi se la perde. Magari con la scusa gli svaligio casa”

 

Ci sono volute un paio d’ore per arrivare.

In macchina c’era una tensione elettrica.

Sembrava tutto un brutto sogno.

Camaro provava a convincere Bob di quanto sarebbe stato prolifico arruolarsi per l’Afghanistan e con la scusa iniziare a importare oppio negli States. Bob gli ha ricordato che il mese scorso avevano fracassato di botte due addetti al reclutamento fuori Blockbuster.

Joey, intanto, continuava a controllare le pistole con un ordine maniacale imparato chissà dove:

far scivolare fuori il caricatore, conta dei proiettili, reinserimento del caricatore, portare indietro il carrello, caricare il colpo in canna, controllare l’allineamento delle tacche della mira, inserimento della sicura, disinserimento, far scivolare di nuovo fuori il caricatore, far scorrere indietro il carrello, espellere il colpo in canna, inserire il proiettile espulso nel caricatore, conta dei proiettili, reinserimento del caricatore e di nuovo da capo.

Così.

Per tutto il viaggio da Crusade a Bakersfield.

Eravamo troppo tesi per dirgli di piantarla.

Brewer abitava in una villetta appena fuori città. Ampio giardinetto, due piani, due ingressi.

Abbiamo telefonato a casa da un cellulare per assicurarci che ci fosse.

Quando ci ha risposto abbiamo riattaccato.

Joey è sgattaiolato fuori dall’auto e ha tagliato la linea telefonica.

Intanto, noi ci siamo preparati.

Redrum e Bob sono andati sul retro.

Io e Camaro ci siamo avvicinati alla porta principale.

Abbiamo suonato il campanello.

Qualche secondo dopo ci ha risposto Brewer in persona “Chi è?”

“Sono Jules, ci siamo appena trasferiti in fondo alla strada, volevamo chiedervi se anche a voi non andasse più il telefono”

Abbiamo sentito il catenaccio sfilarsi.

Dietro di noi, Joey era pronto a caricare.

Appena visto uno spiraglio di luce, abbiamo fatto strada a Joey che si è lanciato con tutto il suo peso contro la porta.

Brewer è finito a terra di schiena tenendosi il naso.

Io ho dato il segnale urlando “HEY OOOH!”

Come da programma gli altri due hanno sfondato la porta sul retro. Ho sentito un grido di donna, mentre Camaro si sedeva sul petto di Brewer, infilandogli la pistola sotto il mento.

La sua faccia da furetto, anche col naso ridotto a poltiglia, non l’avevo dimenticata.

“Ti ricordi di me, faccia di cazzo?” gli ho ringhiato.

Lui ha scosso la testa. Nei suoi occhi vedevo l’oblio farsi avanti. Terrore puro.

Joey ha chiuso la porta e ha iniziato a fare il giro della casa.

“Hey Comrade, vedi di non fregarti tutto. Ho preso un giorno libero e non me lo pagano” gli ha gridato Camaro. Joey ha risposto “Fottiti, Porco”

“BOB!” ho gridato

“Di qua” Bob stava ridendo.

Abbiamo sollevato Brewer e l’abbiamo trascinato in soggiorno.

Bob e Redrum ci aspettavano tenendo la moglie di Brewer con la pistola puntata alla tempia e un braccio piegato dietro la schiena. I suoi occhi vibravano di tensione, sembrava sempre sul punto di gridare ancora.

“Io non farei un fiato, troia, o finisce qui. Ti ritrovi le cervella a tinteggiare il cazzo di soffitto.” ha sibilato Redrum.

Intanto la zampa di maiale che Bob aveva per mano strizzava il seno della donna.

“Il che sarebbe un peccato. E’ un po’ che non mi faccio una rossa.”

“Nastro” ho detto a Camaro. Camaro, sbuffando ha tirato fuori il rotolo e ha fatto fare due giri attorno alla bocca della moglie di Brewer, intorno alla vita e attorno alle caviglie.

Sentivo Brewer contrarre i muscoli mentre lo tenevo in ostaggio.

Guardare la scena doveva farlo molto incazzare.

Ogni volta che sentivo un movimento da parte sua, premevo sempre più la pistola contro il suo corpo.

Sistemata la moglie l’abbiamo abbandonata sul pavimento.

Bob è tornato con Camaro alla macchina e Joey è entrato in salotto.

“Dove cazzo è il ragazzino?” ha chiesto leggermente agitato.

Brewer non sembrava voler rispondere. Era catatonico.

Redrum gli ha preso il naso tumefatto fra indice e medio e ha iniziato a torcere.

“Rispondi al compagno Joey, sbirro” gli ha sibilato.

Brewer ha gridato di dolore.

“È…è…dalla madre di Elise, Elise diglielo!”

La moglie, Elise, ha iniziato a scalciare e contorcersi e a muovere la testa in maniera affermativa, manco fosse una tarantolata.

Ci siamo fissati un momento, poi Joey ha detto. “Non c’è nessun altro in casa. Mal che vada, appena arriva freddiamo pure lui”

Abbiamo preso una sedia e legato Brewer col nastro senza troppa economia.

“Che volete? Chi cazzo siete?” è riuscito a mormorare quando abbiamo finito.

Redrum gli ha sorriso. “Ora lo scoprirai”

Si è diretto verso la moglie. L’ha afferrata da terra per i capelli e ha iniziato a tirare. L’ha sollevata di peso, mentre lei mandava un grido soffocato da dietro il nastro.

Le ha premuto la faccia sul tavolo, bloccandole le gambe.

Sul suo viso iniziava a spandersi sangue rosso.

“Elise, giusto?” le ha chiesto Redrum.

Lei ha annuito, esitando.

“Noi siamo dei vecchi…vecchi amici di tuo marito. Eravate insieme a Crusade? Certo che sì. Avete un figlioletto, no?”

Brewer sembrava aver realizzato chi fossimo “No, stai zitto o giuro su dio…” Io gli ho premuto la pistola alla fronte. L’impulso di sparare è stato forte da reprimere.

“Lascia parlare il signor Chambers” ho detto, scoprendo un tremito nella mia voce.

Redrum ha ricominciato a parlare con voce più calma possibile. Le mani gli tremavano visibilmente.

“Qualche anno fa io e il signor Pyke –  mi ha indicato – abbiamo fatto la conoscenza, non molto piacevole, di tuo marito e un suo collega, che presto ci raggiungerà.”

Redrum ha fatto una pausa. L’ho visto mettere via la pistola. Continuava a tenere la testa della moglie sul tavolo. Lei guardava fissa me con gli occhi di un animale davanti ai fari di un’auto.

“Quel pomeriggio, tuo marito e il suo collega ci hanno presi, ci hanno fracassato di botte e dopo essersi divertiti con noi – un’altra pausa, la sua voce lasciava intendere rabbia e lacrime – Ci hanno lasciato a sanguinare a terra. Il signor Pyke ha provato a reagire.” Da dietro la schiena, Redrum ha fatto comparire un mazzuolo. Lo ha stretto con forza.

“E sai cos’ha fatto, quello schifoso di tuo marito? Ha sparato in testa al signor Pyke! Gli ha fatto un buco nel cervello. UN CAZZO DI BUCO!” Ho mollato la presa di Brewer istintivamente. Mi sono avvicinato di scatto a Redrum. Ho smesso di ragionare. Gli ho sfilato il mazzuolo dalle mani. L’ho spinto via. Ho stretto l’impugnatura con forza. Il mio braccio si è alzato.

Ho calato la mazza diritta sulla testa della donna. Lei ha mandato solo un grido soffocato. La mazza ha colpito il cranio. L’ossatura ha ceduto quasi istantaneamente. Un grosso schizzo di sangue è partito lungo tutta la tavola. Ho rialzato il braccio solo per abbassarlo con più forza. Ancora, ancora e ancora. Una, due, tre, quattro, non so quante volte. Mi sono accorto che stavo colpendo una massa informe quando ho vibrato l’ultimo colpo, sfasciando il tavolo.

Mi sono voltato. Redrum stava ridendo con gli occhi fuori dalle orbite. I suoi denti di metallo brillavano malevoli. Joey stava tenendo un cuscino sulla faccia di Brewer per soffocare le grida.

Era sconvolto ed eccitato.

Dietro di lui, Bob e Camaro sembravano contrariati.

“Fanculo, volevo scoparmela” si è limitato a dire Bob.

“È ancora calda. Serviti” le parole mi sono uscite dalle labbra senza pensare.

Gli schizzi di sangue e cervella sono arrivati fino al soffitto. È abbastanza certo che alla signora Brewer faranno il funerale con la bara chiusa.

Ho lasciato cadere il martello a terra, sospirando.

“Scusa, Steve, non era nel programma, credo” lui mi ha dato una pacca sulle spalle e si è limitato a dire “Andiamo avanti”

Abbiamo legato Brewer e Holt schiena contro schiena. Erano imbavagliati. Holt puzzava d’inferno. Quando gli abbiamo tolto il nastro dagli occhi, il vecchio ha perso buona parte delle sopracciglia.

Questo l’ha svegliato.

Si è guardato attorno nel panico. Ha provato a muoversi senza troppo successo.

Sono certo che l’ultima cosa che deve aver visto prima di diverse ore in modalità Guantanamo Bay fossero state la faccia di Bob e uno straccio pieno di cloroformio che gli veniva premuto in faccia.

Ha provato a parlare da dietro il bavaglio. Il mugolio è stato zittito da un manrovescio di Redrum.

Ci siamo guardati. Camaro aveva già portato dentro le taniche di benzina e i chiodi.

“Volevi dirgli qualcosa?” mi ha chiesto Redrum. Sembrava sfinito.

“No…Tu?” non riuscivo a dire nulla.

Redrum ha scosso la testa. “Mi sono immaginato questo momento per anni, mi sono immaginato le parole che volevo dire a questi due figli di puttana prima di inchiodarli. Ma sai cosa? Non ne vale la pena. Saranno carne morta. Non serve parlare, non impareranno, e anche se lo facessero non gli servirebbe più a molto.”

Ho annuito.

“Diamoci da fare”

Abbiamo raccolto i chiodi da ferrovia. Chiodi lunghi tre palme, arrugginiti e contorti.

Il primo l’abbiamo appoggiato alla spalla sinistra di Holt. Sono bastati due colpi. La punta è entrata nella carne sfasciando ossa e tendini e ha penetrato la schiena di Brewer.

Entrambi hanno gridato dentro i loro bavagli.

Sospirando, abbiamo posizionato il secondo chiodo appena sotto alla cassa toracica di Brewer, sul lato destro. Il primo colpo è andato a vuoto per le contrazioni dello stomaco aprendo uno squarcio. L’abbiamo riposizionato, tenendolo fermo, ed è entrato dall’altra parte in tre botte sicure. Il terzo è entrato senza difficoltà nel braccio destro di Brewer, penetrando in quello sinistro di Holt.

Abbiamo aspettato un minuto per riprendere fiato. Sul pavimento si stava allargando una gran chiazza di sangue. Nel frattempo, gli altri stavano svaligiando la casa senza badare troppo a noi.

Abbiamo intravisto Bob caricarsi un lettore dvd sotto braccio mentre usciva “Oh, tutto ok?”

Abbiamo annuito, poi ci siamo guardati.

“Facciamola finita” mi ha detto Redrum con un tono quasi implorante.

I due poliziotti continuavano a gridare e piangere da dietro il nastro.

Erano entrambi cianotici.

Ha cominciato Redrum. Si è messo di fronte ad Holt, ha puntato il chiodo all’altezza delle labbra.

“Sorridi” ha sibilato senza troppa convinzione mentre io gli tenevo ferma la testa.

Holt ha gridato. Il chiodo ha forato il nastro, squarciato le labbra e frantumato i denti.

Ho sentito per un secondo soltanto il grido strozzato e gorgogliante del vecchio prima che un altro colpo gli chiudesse definitivamente la bocca. La punta gli era uscita dall’altra parte del collo, frantumando la spina dorsale.

Gli ho lasciato andare la testa e poi ho chiesto il martello. Redrum ha serrato le sue mani insanguinate attorno alla testa dell’agente con la faccia da furetto.

Ho messo il chiodo sulla sua testa.

L’ho sentito mormorare attraverso il bavaglio.

Stava pregando.

Col senno di poi, mi sarebbe piaciuto dirgli che dio non esisteva o stronzate simili.

La verità è che ho provato pena per quel povero stronzo.

Stavo pregando anche io mentre lui faceva i suoi porci comodi.

“Ringrazia che tuo figlio non ti vedrà mai così”

Ho vibrato un colpo talmente forte da far schizzare il chiodo a fondo nel cranio, dove si è eclissato fra la materia celebrale.

Ci siamo guardati. Eravamo lordi di sangue, i nostri sguardi erano vuoti e tetri.

“Avete fatto?” ha detto Joey.

Abbiamo annuito.

“Ok, ripulitevi e diamoci una mossa”

Abbiamo versato la benzina dentro tutte le stanze, ci siamo tolti sangue e cervella di dosso in bagno e infilato tutti i vestiti in un sacco della mondezza dopo aver indossato un ricambio.

Camaro si è preoccupato di appiccare l’incendio prima che partissimo.

Ci siamo allontanati senza dire una parola mentre, alle nostre spalle, le fiamme si alzavano verso il cielo.

“Ci prenderanno?” ho chiesto a Redrum.

“Fanculo, chi se ne fotte” mi ha risposto, passandomi una sigaretta.

“Genio, ricordati di dar fuoco a quella roba nell’inceneritore” l’ha apostrofato Camaro.

Bob si è acceso una sigaretta e ha detto “Ho fame. Dovevamo prenderci anche qualcosa dal frigorifero” Nessuno gli ha risposto.

“È finita?” ho chiesto a Redrum.

Lui ha scosso la testa “No. Non finirà mai.”

E questo è quanto.