The emergency exit

 

Mi han buttato giù dal letto perché c’è stata un’emergenza alle celle del distretto.

C’è stata un’emergenza, non c’è un’emergenza.

Vuol dire che altri cinque minutini di sonno me li potevano anche dare.

C’è stata un’evasione.

C’è anche stato un omicidio.

Non sanno come possa essere successo.

Parlano di una cosa alla Houdini.

Il risultato è che mi tocca prendere la macchina e filare diritto in centrale.

L’agente Cruz mi aspetta all’entrata delle celle di sicurezza, sembra sconvolto.

“Tenente, abbiamo avuto qualche problema” mi fa quello.

“Si l’ho saputo. C’è del caffè?”

“Gliene faccio portare una tazza. La detective Hernandez è giù con la…”

“La…?”

“Non lo sappiamo, diciamo testimone, o sopravvissuta. Non riusciamo a capire niente”

Annuisco, che altro dovrei fare? Nessuno mi ha spiegato ancora un cazzo.

Mentre mi dirigo alla stanza per gli interrogatori passo davanti ad una delle celle.

È aperta.

Dentro gli agenti stanno scattando foto e facendo i rilevamenti.

A terra c’è un telo insanguinato con sotto qualcosa di abbastanza facile da intuire.

Le pareti sono imbrattate di sangue, gli schizzi sono arrivati perfino sulla lampada.

Inquietanti ghirigori sulle pareti. Un graffito col sangue recitava:

“NON C’è ALCUN DIO, E IL CAOS è IL SUO PROFETA”

Mi è subito venuto in mente il sindaco di San Francisco in Dirty Harry che dice “MA CHE HANNO NEL CERVELLO?!” e il commissario che gli risponde: “DROGA”.

La detective Hernandez è fuori dalla porta, ha gli occhi sbattuti e mi guarda avvicinarmi impaziente.

“Alla buon’ora Plummer” mi fa.

“Hey, dacci un taglio Vera, ho staccato alle undici” mi difendo.

“Bravo e io torno dagli straordinari. Hanno fatto secco un pappone a Muttville, palle in gola e tutto il resto. Qualcuno era veramente incazzato” Si è risistemata i capelli. Se non berciasse come un camionista mi chiederei dove lo trova una donna così lo stomaco per stare alla sezione omicidi.

“Professionalità, Plummer, è quello il segreto.” Lo dice come se mi avesse letto nel pensiero.

“Ok, ok…Senti, mi dai qualche ragguaglio prima che entriamo dentro?”

“Si chiama Frances Walsh, la ragazza uccisa si chiama Andrea Kinkaid. Le hanno beccate i ragazzi per ubriachezza molesta. Messe in cella giusto per schiarire loro le idee.” Ho annuito mentre mi passava i fascicoli.

“E questa?” La terza foto segnaletica mostra una donna di trent’anni, il volto scavato, capelli radi e sudici, denti neri, rovinati da crack e meth.

“Questa è il nostro enigma”

“Che vuoi dire?”

“Non abbiamo nome, né indirizzo né nient’altro. L’hanno arrestata qualche ora dopo le due ragazze in seguito ad una segnalazione. Una coppia di coniugi l’ha beccata mentre tentava di portarsi via il loro figlio di sei mesi. Hanno sentito una voce gracchiare al baby monitor, una cantilena strana. Si sono allarmati e son entrati nella stanza del figlio. Lei era china sulla culla pronta ad afferrarlo. Il signor Linson, così si chiama l’uomo, l’ha tenuta sotto tiro mentre la moglie chiamava il 911. Lei non ha opposto resistenza, ma tentava di convincere l’uomo a sparare alla moglie e a darle il bambino farfugliando stronzate su…” Vedo Vera girare la pagina del rapporto “ecco, su tributi da dare all’Araldo del Caos Strisciante, l’Uomo dal Sorriso Scintillante.”

Mentre ascolto, l’agente Cruz arriva con due tazze di caffè.

L’ho ringraziato e ho guardato Vera “Una strafatta di crack a cui è andata male. Ora dov’è? A smaltire la botta?”

Lei ha semplicemente scosso la testa “Meglio che lo senta da te”

Siamo entrati nella stanza degli interrogatori.

Davanti a noi, seduta con una tazza di cioccolato, quella che Vera aveva detto essere Frances Walsh.

Capelli corvini spettinati, un maglione sporco di sangue, le guance pallide costellate di lentiggini. Piercing al naso e al labbro.

Fissa il vuoto tremando. Tiene la tazza con entrambe le mani, sembra che provi a scaldarsi.

“Frances, io sono la detective Hernandez e lui è il tenente Plummer” ha iniziato Vera.

Lei ha alzato gli occhi “Mi manderete al manicomio se ve lo racconto.” ha farfugliato.

Io ho scosso la testa e mi sono seduto. “No, non ti manderemo da nessuna parte. Vogliamo solo che tu ci racconti quello che è successo, poi ti faremo tornare a casa, d’accordo?”

Lacrime hanno iniziato a scendere sulle sue guance.

“Si incazzeranno a morte tutti… Non dovevamo nemmeno uscire stasera” Il pianto diventa presto un singulto isterico. Vera le si avvicina, le appoggia una mano sulla spalla “respira, piano, respira”

La ragazza, dopo qualche momento, si calma. Sospira.

“Andrea mi rubava sempre i marshmellow che mettevo nel cioccolato. Sempre. Siamo cresciute insieme”

Io ho annuito “Quando ti senti pronta puoi raccontarci quello che è successo”

“Ora ve lo racconto”

 

Trapped with a mantis

Ci hanno fermate perché stavamo prendendo a calci la macchina della mia ex coinquilina. Quello troia ci aveva lasciato tutte le bollette da pagare e si era fregata il tostapane. Ci credereste? Eravamo ubriache e un po’ incazzate. Può succedere. Abbiamo risposto male a quelli della pattuglia, non ci vedevamo fuori. Avrò bevuto non so quanti chupitos e abbiamo mangiato…no, non ricordo di aver mangiato.

Ci hanno preso i documenti, fatto le foto segnaletiche e poi ci hanno buttate in cella. È stato mentre ci facevano le foto che abbiamo iniziato a renderci contro che eravamo in un bel casino. Siamo rimaste sedute nella cella vuota senza dire niente per non so quanto tempo prima di avere il coraggio di parlare fra di noi, solo sussurrando. Abbiamo iniziato a discutere, ci siamo prese a parole. Se sapevo che…non importa.

Abbiamo sobbalzato entrambe quando abbiamo sentito le guardie tornare. Il tanfo di sudore e sporcizia che si avvicinava ci faceva lacrimare. Speravamo fossero qui per farci uscire, invece ci hanno messo in cella quella…Cosa. Era pelle ed ossa, con indosso una canottiera sudicia e un paio di pantaloncini, sorrideva mentre la spingevano dentro, sorrideva mostrando dei denti neri e marroni, come se fossero incrostati di resina.  Appena le guardie se ne sono andate ha iniziato a cantilenare, parlava da sola.

Si è messa in ginocchio contro il muro di fronte alla cella, in una pozza di piscio, e ha iniziato a mormorare.

Teneva le mani piegate, coi dorsi delle mani in avanti, come una mantide. Aveva queste unghie lunghe e giallastre, incrostate di lerciume. Continuava a dire che non importava, che presto avrebbe raggiunto la Dama d’Ys. Lo ripeteva continuamente, come una cantilena.

È stata Andrea a dirle di piantarla. Ci stava facendo ammattire. Seriamente, era come un disco rotto. La sua voce era acuta come quella di una bambina.

Lei non accennava a smetterla, continuava a dire che era ora di partire, che presto sarebbe stata dalla Dama d’Ys. Non voleva smetterla.

Andrea si è alzata prima che potessi fermarla e l’ha spinta a terra “PIANTALA DI FARE CASINO, CAZZO!” le ha gridato. Se aveva anche solo l’emicrania che avevo io in quel momento, non potevo biasimarla. La sua voce ti penetrava in testa, capite? Come un trapano.

La vecchia è caduta a terra e ha smesso. L’ho sentita mormorare qualcosa, qualcosa riguardo al momento giusto. Non so bene come ha fatto, ma l’ho vista infilarsi le unghie sotto la pelle. Si è aperta uno squarcio nella pelle, vi dico. Sanguinava. Ha sfilato una piccola asta metallica dallo sterno.

Era lunga una decina di centimetri, forse, non sono riuscita a vedere bene. Grondava sangue. Si è voltata e ci ha guardate col suo sorriso sbilenco, sembrava non sentire dolore. Andrea ha indietreggiato, ma non è stata abbastanza veloce. La vecchia ha spiccato un balzo e le è piombata addosso. Ho sentito solo il rumore, come tessuto strappato. Andrea è crollata all’indietro sbattendo la testa sul pavimento. Aveva la gola squarciata da parte a parte. Stavo per gridare aiuto, ma quella mi ha guardato. È stato come se mi bloccasse con lo sguardo “No, no, no piccola mia. Quando gli adulti parlano si sta zitti. Succhia, succhia un bel limone. Piccola mia” mi ha sussurrato. Credeteci o no, ma quando mi ha detto quelle parole ho sentito un sapore aspro in bocca, le labbra accartocciarsi e la lingua impastarsi. Hanno iniziato a lacrimarmi gli occhi. Più tentavo di gridare e più il sapore aspro diventava forte. Continuavo a contrarre le labbra. Provavo ad alzarmi, ma lei mi inchiodava con lo sguardo agitando le sue unghie lunghe. Ero pietrificata. Credete che non avrei aiutato la mia amica? Non riuscivo a muovermi. Non ne ero in grado. Era come uno di quegli incubi del cazzo dove ti senti soffocare, ma non riesci a fare nulla. Ha strappato la testa dal collo di Andrea canticchiando, poi ha iniziato a disegnare qualcosa di simile ad un pentagramma, difficile dirlo. Continuava a imbrattare le pareti e lavorare con tutta la calma del mondo. Dov’erano le guardie? Dove? Non c’era nessuno che passasse, era come un incubo. Ad un tratto si è rimessa in posa come una mantide davanti al corpo di Andrea, grondava sangue, era sudicia. Volevo svenire, volevo distogliere lo sguardo, ma lei, lei mi costringeva a guardare. Sentivo la sua voce insinuarsi nel mio cervello e dirmi che dovevo guardare, che ero testimone della grandezza di quello che l’Araldo del Caos strisciante le aveva insegnato. Che dovevo credere se volevo essere salvata. Mi bruciava la vescica, avevo tanta paura da farmela addosso, ma non usciva nulla, era come se i miei sensi fossero tutti bloccati, se enormi cisti acide sbarrassero il passo a qualsiasi cosa dovesse uscire fuori di me.  Poi è successo. Gli interstizi delle mattonelle si sono illuminati di luce, luce rossastra. Poi tutto è diventato buio. Quando la luce è tornata ho subito sentito un gran freddo, da gelarmi le ossa, un freddo polare a meno quaranta gradi, tutto in un secondo. Dove c’era la parete ora potevo vedere una distesa bianca, con un cielo pieno di stelle nere. Da quel posto non veniva alcun rumore. La vecchia si è alzata e senza degnarmi di uno sguardo, tenendo la testa di Andrea per i capelli, si è diretta oltre la parete. Quando ha varcato la soglia, la luce è andata via un’altra volta. Quando è ritornata, la parete era ancora al suo posto e la vecchia mantide era scomparsa. In quel momento, come se tutto quello che mi bloccava si fosse di colpo vaporizzato, ho iniziato ad urlare, strillare, non riuscivo più a smettere. Continuavo a gridare anche se non avevo fiato, ho iniziato a sputare sangue, poi quando sono arrivate le guardie sono svenuta.

END

Io e la detective Hernandez ci siamo guardati. Abbiamo detto a Frances di riposarsi e di stare tranquilla, poi siamo usciti.

“Evidentemente era strafatta, altrimenti come te lo spieghi quel mucchio di boiate che ha appena detto?”

Vera ha scosso la testa “E quella che era in cella con loro? L’omicida?”

Ho sospirato “Era pelle ed ossa no? Magari è riuscita a scivolare fra le sbarre”

“Con una testa in mano? Senza lasciare una traccia di sangue?”

“Guardiamoci i cazzo di nastri della sorveglianza! Ci sarà qualcosa, Cristo!”

Vera ha fatto un sorriso sarcastico e mi ha accompagnato a vedere il nastro.

Ore 3:00, la porta della cella si apre, entra la vecchia senza nome.

Ore 3:14, Andrea spinge la vecchia a terra.

Ore 3:14 e un secondo, la vecchia è sparita. Andrea è un corpo senza testa a terra e Frances è in un angolo con la bocca spalancata che grida a squarciagola.

Riporto indietro il nastro.

Lo riporto avanti. Non c’è nulla.

Provo la registrazione della telecamera del corridoio.

Ore 2:59, la vecchia viene scortata dalle guardie in cella.

Ore 3:00 la vecchia entra nella cella.

Ore 3:14 si intravede Andrea alzarsi.

Ore 3:14 e un secondo. Dalla cella si spande un lago di sangue, si intravede la mano del corpo oltre le sbarre.

Mi alzo dalla sedia. Vera mi indica i monitor “Come la risolviamo? Diciamo che avevamo un’adoratrice del demonio e che ci è sfuggita dopo aver ammazzato una ragazza che i tuoi avevano messo dentro per farle passare la sbornia?” Vera tenta di essere sarcastica, non ci riesce. Non riesce a nascondere il panico crescente nella sua voce.

Io non so che dire, non ne ho idea. Non so cosa cazzo sia successo lì dentro. Non c’è alcun segno di blocco della registrazione, non c’è nulla che faccia pensare ad una manomissione. Qualcosa deve essere successo, ed è successo in una specie di bolla d’aria.

“Te lo dico io cosa faremo. Rilasceremo Frances Walsh e annulleremo l’arresto suo e quello di Andrea, a condizione che Frances sia d’accordo a raccontare la storia come noi vogliamo.”

“Che vuoi dire?” Vera era già sul piede di guerra.

“Voglio dire che chiunque tocchi questa storia sarà coperto di piume e di pece e sinceramente non mi sento né di mettere la ragazza sotto accusa né di aprire una caccia alle streghe fra i miei uomini. Il corpo di Andrea Kinkaid è stato trovato questa notte alle ore 3 e 14 a Muttville, decapitata da un maniaco. Qualche pervertito deve averla seguita dopo che lei e Frances si erano salutate per tornare a casa. Faremo delle indagini e cercheremo il colpevole fra i soliti sospetti, sposteremo il corpo se necessario per far le foto per i rilevamenti. Non ha importanza. Il maniaco può averla scaricata lì dopo aver fatto i suoi porci comodi.”

“Ti sei bevuto il cervello, Plummer? Non possiamo fare una cosa simile, non è.…” Vera si blocca. Lo sa che non c’è altra strada.

“E cosa facciamo dell’arresto della vecchia pazza? Quello come lo spieghiamo? Ha aggredito delle persone Cristo santo, una famiglia la vorrà vedere dietro le sbarre”

Mi dirigo verso la porta e, senza pensarci troppo, le rispondo “Non è mai arrivata al distretto. Ha opposto resistenza durante il trasporto e l’hanno freddata con due colpi di pistola. Se chiedono di vedere il corpo, ci inventeremo qualcosa”

“E se avesse avuto dei parenti? O se – la sento esitare, so a cosa sta pensando – Se dovesse tornare?”

Mi tiro fuori una sigaretta, gliene passo mentre usciamo “Se dovesse tornare, allora, che Dio ci aiuti”

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