The pills won’t help you now

Luis Harris si presenta nel mio ufficio alle 18, quando sto per chiudere.

Chiede permesso, tiene lo sguardo basso.

Ha un taglio nuovo, i capelli castani ora hanno un taglio uniforme, da boy scout.

Non sembra nemmeno la stessa persona.

“Dottoressa Schumann, ha un minuto per me?”

Sfoggio il mio miglior sorriso ricacciando dentro l’istintivo “No, Luis, stavo andando a casa. Mi metti a disagio” e gli rispondo “Certo, Luis, Bentornato”.

Lui si siede sulla sedia di fronte alla scrivania. È chino in avanti, lo sguardo spento, un mezzo sorriso ebete.

“Quando sei tornato a scuola?” gli chiedo cercando di rompere il ghiaccio.

“Un paio di settimane. Mi hanno dimesso il mese scorso, ma ancora non mi sentivo pronto a tornare”

La sua voce è mite, dolce. Non mi è difficile immaginare i bossoli arancioni pieni di Seroquel XR e Xanax allineati nell’armadietto del bagno di casa sua, più un flacone nello zaino per le emergenze.

L’ultima volta che è entrato qui dentro ha fatto volare la foto di mio figlio contro il muro, ha sfasciato la lampada da scrivania ed infine è scoppiato in un pianto isterico.

“L’importante è che tu ti senta pronto Luis. Ti vedo molto bene” Sto mentendo. I suoi occhi sono infossati, la sua pelle è talmente tirata che ne potrei intravedere il teschio. Non ha più felpe nere, borchie e magliette con scritto “Tua madre succhia cazzi all’inferno”. Luis indossa un pullover azzurro, una camicia bianca e dei pantaloni beige.

“Si, sto bene. Il ricovero mi è servito. Ho capito di avere un problema, non potevo farcela da solo. Il ricovero mi è servito. Ho letto molto riguardo ai pellegrinaggi sa? È necessario che un individuo si stacchi dalla propria realtà per poter lavorare su sé stesso. Il ricovero mi è servito, mi è servito molto. Ora sto bene.”

Non si rende conto di aver ripetuto per tre volte la stessa frase. Non lo interrompo, non so come potrebbe reagire.

“Hai già deciso che corsi seguire questo semestre?”

Lui sorride “Beh, ho deciso di lasciare arti visive e concentrarmi su qualcosa di più concreto. Chimica 101 mi sembra più adatto e utile. I medici hanno detto che dovrei evitare ambienti che mi rendono un po’ sovreccitato” l’ultima frase la dice sforzandosi di ridere, vedo le mani stringere i pantaloni in maniera frenetica. Ride imbarazzato.

“Forse dovresti pensarci un po’ su, Luis. Potrei aiutarti a scegliere i corsi se vuoi, hai molto talento artistico ed è un peccato che vada sprecato. Può essere sempre una passione, una valvola di sfogo”

Lui scuote la testa “No, non ho tempo ora per quello. Non ho più tempo. Faccio anche volontariato e vorrei concentrarmi prima sul mettere la mia vita in carreggiata, magari andare a vivere per conto mio e sistemarmi. Poi potrei riprendere come si deve la mia carriera artistica” alza lo sguardo e prova a guardarmi negli occhi mentre mi parla. Cerca di dimostrarmi convinzione e vuole la mia approvazione.

Io gli sorrido. Cerco di essere più sincera che posso. “Questo è molto maturo da parte tua. Fai volontariato, dici? È una cosa molto bella. Di che si tratta?” Luis Harris, prima che venisse sostituito con questo automa imbottito di farmaci, non contemplava il volontariato. Era ambizioso, tormentato, dolce a suo modo. Mi aveva regalato un paio di suoi quadri. Roba forte, roba da adolescente incazzato con il mondo. Nessuno ha mai accettato che la sua fosse una fase, che la sua fosse solo rabbia repressa e stress per la pressione sociale fattagli dai genitori e dal resto del mondo. Luis non è nella squadra di football, Luis non presta giuramento alla bandiera, Luis la domenica non accompagna la famiglia in chiesa.

Una volta Luis è entrato da quella porta con il labbro spaccato. Ha detto che suo padre l’ha colpito con “il Libro”.

Quando gli ho chiesto che libro fosse lui mi ha detto che era l’unico libro creato per far del male.

Ora Luis mi dice che fa volontariato, che è pulito, che deve lasciar perdere l’arte.

“Oh, non è proprio volontariato, è un gruppo di amici, si, un gruppo di supporto. Noi facciamo attività per migliorare il mondo. Ci impegniamo per aiutare le persone, per mandare un messaggio. Penso che tocchi a noi giovani fare la differenza. Mi sento finalmente accettato”

Ora si spiega, penso dentro di me. Luis è stato preso in mezzo a qualche culto. Avrei dovuto immaginarlo. Probabilmente gli evangelisti, forse addirittura Scientology. Non mi stupirebbe, il ragazzo è sempre stato suggestionato dalla fantascienza.

“Sembra…molto interessante, Luis. Come si chiama questo gruppo di cui fai parte?”

Lo vedo arrossire, sorride imbarazzato. “Oh non abbiamo proprio un nome, ma ci hanno confermato che potremo fare un annuncio per la nostra organizzazione prima della partita di basket di stasera in palestra.”

Luis che va ad una partita di basket del suo liceo e parla al pubblico. Non avrei mai detto che sarebbe stato in grado di farcela, la sua timidezza è sempre stata al pari del suo odio per gli sport. Roba da cerebrolesi, la chiamava. Forse ha davvero acquistato fiducia in sé stesso, forse sta davvero meglio. È solo nervoso nei miei confronti per l’imbarazzo che può avermi causato.

Forse si sente in colpa.

“Sa, avrei piacere che venisse a sentirmi. Sarà fra mezz’ora, sono venuto per invitarla.” Luis fa una pausa, smette di guardare il portapenne sulla scrivania, alza lo sguardo. I suoi occhi mi fissano. Mi sorride “Mi farebbe davvero piacere”.

Ancora prima di ragionarci mi faccio fregare e dico “Certo, avrei molto piacere” gli sorrido.

Lui si alza di scatto, come un pupazzo a molla. Scatta in piedi come sull’attenti. Di colpo la sua faccia si illumina, solo per un istante, sembra riacquistare l’energia che aveva prima.

“Grazie” riesce a dire con voce strozzata. Mi sorride, di nuovo impacciato.

“Devo andare. La prego, non faccia tardi. È importante.” Mi dice allontanandosi.

“Ci sarò. A più tardi, Luis. Ora devo chiudere l’ufficio”. Lui annuisce di risposta ed esce chiudendosi la porta alle spalle.

Mi ritrovo da sola in ufficio a sospirare. Cerco di concentrarmi nel sistemare le carte prima di chiudere, ma non ci riesco. Il colloquio con Luis è stato sconfortante, penoso. I miei sforzi con lui sono stati distrutti. Non mi va di andare alla dannata partita di basket, non mi va di sentire Luis parlare di Gesù cristo o di L. Ron Hubbard o di come il metodo Gerson sia più efficace della chemio. Non voglio sapere in che truffa è rimasto fregato. Non lo voglio vedere esporsi davanti a degli adolescenti, fra cui sicuramente ci saranno i bulli che l’hanno tormentato prima del ricovero, che si aspettano una partita e si devono sorbire un’ulteriore lezione imparata a memoria infarcita di propaganda.

Avrei dovuto parlarne con lui, avrei dovuto dirglielo di lasciar perdere, ma la verità è che anche per me Luis è una persona scomoda. Uno che è arrivato al punto di non ritorno e vive solo per dare a noi persone sane l’avvertimento che potrebbe succedere anche a noi. Vivere bombati di psicofarmaci, manipolati da qualche venditore di sogni la cui preda sono proprio gli elementi con bassa autostima, il cui unico desiderio è sentirsi utili. Non avrei mai voluto vedere Luis in questo stato.

Un grido mi riporta sulla terra. Non un grido. Uno strillo.

Uno strillo tanto lungo e tanto assordante da coprire persino il suono dei miei pensieri.

Esco dalla porta.

Non c’è nessuno in giro.

Sento una voce in fondo al corridoio che porta alla palestra.

“…Non siamo qui per imporci su di voi…”

Mi avvicino circospetta. Svolto l’angolo. La voce continua.

“…Ma per mandare un messaggio chiaro alle vostre famiglie…”

Il corridoio che porta alla palestra è disseminato di cadaveri. Sono ragazzi e ragazze con magliette della squadra del liceo. Sono riversi a terra, le cervella sparse per tutto il pavimento. Jeffrey Deagle, un ragazzo del primo anno che stavo seguendo, è seduto a terra, spalle al muro, con una mano premuta sulla gola, tentando di tamponare la ferita che lo sta dissanguando lentamente. Appena la settimana scorsa aveva trovato il coraggio di presentare il suo ragazzo ai genitori. Mi chino su di lui, mi sfilo il foulard e glielo premo sulla gola. Provo a dirgli qualcosa, ma non mi escono le parole di bocca. Le corde vocali si sono polverizzate. Il viso di Jeffrey impallidisce a vista d’occhio mentre il sangue gli continua a scorrere fra le mani.

Le labbra provano a dire un grazie.

La voce continua.

“…Una rivoluzione è un atto di violenza, e preferiamo che voi siate testimoni dell’orrore…”

Mi avvicino alle porte antipanico della palestra. La voce diventa più forte.

“…Piuttosto che inutili consumatori, membri di una società che vi sta uccidendo per un profitto…”

Premo la maniglia della porta.

“…che vi appartiene per diritto. Il nostro simbolo ci insegna che solo con l’orrore, le coscienze si sveglieranno…”

Vengo investita dalla luce della palestra. Sento un grido. Una ragazza mora con una maglietta viola mi si para davanti gridando. Riesco a vedere solo il suo viso contorto in una smorfia di orrore, di disperazione.

La voce si interrompe. Alcuni colpi assordanti scuotono la palestra. Altre grida.

Metà della testa della ragazza mi esplode in faccia. Mi arrivano pezzi d’osso e materia grigia in pieno viso. Cado di schiena. La ragazza si contrae sopra di me in spasmi involontari “A…Aiuto” riesce a dire prima di fermarsi. L’avrò vista qualche volta nei corridoi, forse nel parcheggio della scuola. Non so il suo nome.

Al centro della palestra, l’oratore continua.

“…Per questo noi oggi daremo una lezione di realtà agli Stati Uniti D’America. Questo è il regalo creato da Mark Navarro, a voi morti viventi.”

L’oratore è Luis, e Luis parla da dietro una maschera antigas. Imbraccia un fucile AR-15.

In giro per la palestra, in posizioni strategiche, ci sono altri ragazzi, con le maschere antigas e gli stessi fucili.

Tengono in ostaggio più di un centinaio di studenti.

Luis si volta verso di me, sono sicuro che mi stia sorridendo.

“Sveglia, America! È ora di morire!” Lo vedo sfilarsi un telecomando dalla tasca. Lo tiene in alto.

Tutti gli assaltatori urlano all’unisono “HAIL NAVARRO!”

Il pollice preme il pulsante. Sento solo per un attimo i ragazzi gridare. Poi un fascio di luce e fiamme mi investe. Investe tutti noi.

Il mondo finisce.

Non sento più nulla.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...