Terminal

 

La tazza del cesso è incrostata di muffa e merda.

Quando il primo getto di vomito mi esce dalla gola riesco a vedere la sporcizia ammiccarmi da meno di due centimetri. Lo sbocco esce acido, pezzi di cibo mi sfondano le tonsille. Schizzi d’acqua sulla faccia.

Vedo tre delle cinque pastiglie che ho ingoiato assieme a pezzi di hot dog e pizza al salamino masticati galleggiare nell’acqua.

La mia mano trema, tento di tirare lo sciacquone ma vomito ancora.

Lo sforzo è talmente forte che per un secondo ho paura che il mio esofago abbia un prolasso e mi esca dalla bocca.

Le altre pasticche escono e si tuffano assieme all’altra merda dentro l’acqua del cesso.

Rimango con la fronte appoggiata sulla ceramica lercia, incapace di muovermi.

La tentazione di ripescare le capsule dal vomito è forte.

Mi alzo sudando freddo, fatico a mantenermi in equilibrio.

Quando tiro lo sciacquone, mi appoggio sul pulsante con tutto il peso del mio corpo. Non l’avessi fatto sarei crollato a terra. L’immagine di me stesso con una commozione cerebrale sul pavimento di un cesso di ospedale per aver perso la stabilità delle gambe è fissa nella mia testa. Questo mi tiene sveglio. Nessuno vuole farsi trovare mezzo morto in un posto dove la gente piscia e caca ovunque, tranne che nella tazza.

Metto la testa sotto l’acqua del lavandino, questo mi fa riprendere. Devo tornare da mamma. Infilo una gomma nelle fauci assieme ad un altro paio di pasticche. Mangerò qualcosa più tardi. Mi serve un caffè.

Salgo le scale fino al reparto, le gambe si muovono da sole, fino alla stanza senza rendermene conto, come un sonnambulo. Saluto gli infermieri del turno. Ormai mi conoscono anche se non abbiamo mai detto nulla di più oltre “come si sente oggi?”, “Ha mangiato?” e “Per favore aumentatele la morfina, soffre come un cane”.

Sospiro prima di entrare nella stanza, distendo un sorriso.

Mamma ha perso buona parte del suo peso, mentre dormiva le è scivolato il fazzoletto che si ostina a tenere in testa. Le saranno rimasti forse dieci, ostinati capelli, posso contarle i nei sullo scalpo. Gli occhi infossati, i pochi denti rimasti fanno capolino dalle labbra screpolate.

Apre un attimo gli occhi “Joey” mi sorride.

“Come stai oggi, mamma?” dico avvicinandomi. Mi siedo accanto al letto, le prendo la mano.

Lei manda un sospiro, come fosse sollevata. “Non lavori oggi?” mormora.

“Sono appena tornato, non c’è problema, mamma”

Non mi sono mosso dall’ospedale da due settimane. Non credo che mamma si renda conto del passare del tempo. Mi cambio in macchina e mi lavo nei bagni degli ospiti. Non ce la faccio a lasciarla sola. Yeleshev ha detto che per lui è ok. Yeleshev capisce. Yeleshev le paga delle cure dignitose. Anche Yeleshev ha perso la sua mamma per il cancro.

“Ti annoierai a morte, sei sciupato, bimbo” tenta di scrutarmi. Una volta mamma riusciva a capire se avevo mangiato troppe schifezze solo guardandomi. Trucchi da mamma. “Hai mangiato qualcosa?”

Annuisco, pensando alla merda che ho scaricato nel cesso. Che dovrei dirle? Si mamma, ho una gomma e due Valium giù in gola, a patto che riesca a tenerle giù.

“Ti serve una brava ragazza, non ti sistemi mai, Joey.” Un tentativo di rimprovero, lo dice ridendo. Distolgo lo sguardo dai pochi denti rimasti.

“Non è facile trovarne una giusta, sai come sono” senza rendermene conto arrossisco.

“So come sei tu, Joey” mi risponde. Fa una pausa. Mi perdo ad ascoltare il suo respiro. Si addormenta.

Passa una mezz’ora. Mamma apre di nuovo gli occhi “Joey” mi sorride.

Le accarezzo il viso “Ciao mamma. Hai dormito bene?”. Lei annuisce.

“Ho sete”

Le verso dell’acqua, le appoggio la cannuccia alle labbra. Lei succhia piano, le sue labbra si accartocciano come stagnola. Fatica a fare perfino questo. Cerco di non piangere.

Appena smette di bere chiude gli occhi, come per assaporare. Sto all’erta perché non soffochi. Si addormenta piacevolmente. Approfitto per andare a prendere qualcosa alle macchinette. Mi faccio un espresso e un Twix. Gli zuccheri mi danno la botta che mi serve per riprendermi.

Quando torno alla stanza non sono solo. La ragazza nella stanza di mamma sta piangendo. La prima cosa che noto è una grossa cicatrice sulla guancia, poi il naso storto, probabilmente rotto chissà quando. Non noto il nuovo colore di capelli, non noto quanto sia cresciuta, non noto le lacrime o i vestiti presi dal peggior spaccio. Quello che noto della mia sorellastra è che è sfregiata.

“Maria” dico, non senza una certa sorpresa. Non la vedo da anni.

Lei si volta, è sorpresa, spaventata. Le mani le tremano. Sono mani screpolate, con macchie di nicotina.

“Joey…”la sua voce lascia trasparire una punta di disgusto. “Non pensavo fossi ancora qui”

“Non me ne sono mai andato” mi avvicino, le metto una mano sulla schiena. Dio sa se mi è mancata.

“Quanto le resta?” chiede, la sua voce è monocorde.

“Minuti come settimane. Io sono sempre qui” le dico.

Mamma in quel momento apre gli occhi. Mi sorride, come sempre “Joey, sei tornato.”

Annuisco. Lei nota Maria, ci mette un momento per riconoscerla “Bambolina” Mamma diventa raggiante, si illumina di vita, alza le braccia “Maria, tesoro, vieni qui…Sei tornata” Mamma sta per piangere. Il battito cardiaco inizia a correre di emozione in un beep beep beep che altrimenti sarebbe preoccupante.

Le labbra di Maria tremano. Sembra stia per dire qualcosa. I suoi occhi si riempiono di lacrime, diventa paonazza.

Non faccio in tempo a rendermene conto. Maria scatta in avanti, le braccia protese in avanti.

Grida.

Vedo le sue mani andare verso il collo di mamma. Lo afferrano, stringono.

“TU! TU! TU NON L’HAI MAI FERMATO! TU! MALEDETTA!” Il battito cardiaco diventa ancora più forte. Il beep arriva a livello di allarme rosso. Quel suono che senti nei serial ospedalieri che preannunciano il collasso del paziente.

Il paziente è mamma e sta diventando cianotica. Le mani di Maria stringono con più forza. Piange e singhiozza. Mamma è sorpresa, non capisce, non reagisce. Scatto verso mia sorella. La prendo da dietro e la spingo via. Lei molla la presa senza troppa resistenza. Cadiamo entrambi per terra.

Sbatto la testa sul linoleum. Non aspetto e mi rialzo nonostante non abbia alcun equilibrio. Mi metto fra mamma e Maria. Mamma tossisce forte, cerca di prendere fiato. Mentre tengo d’occhio Maria che tenta di alzarsi, vedo mamma riprendere un colorito umano. Si china a lato e vomita.

“Maria” geme mamma “Perché?” e scoppia a piangere. Fra poco si riaddormenterà.

“Fatti da parte, Joey, tu non puoi capire” mi sibila Maria. Mi rendo conto ora che è brutalmente ubriaca. Fatica a stare in piedi “Lei stava a guardare mentre papà faceva quello che voleva” ringhia.

“Tuo padre la imbottiva di tranquillanti! Che cazzo ti aspetti? È tua madre, per dio!” mi rendo conto di star gridando. Quanto potrebbe passare prima che vengano gli infermieri?

Lei sbuffa e sibila “Anche tu stavi a guardare, bastardo” punta l’indice contro di me.

“Mi sarei dovuta portare dietro un pugnale e ficcarvelo nel cuore ad entrambi” grida prima di scoppiare a piangere.

Faccio un passo avanti. A che servirebbe dirle che vivevo fuori casa per evitare le legnate di suo padre? A che servirebbe ricordarle tutto quello che ho fatto per lei e Tanya? “Che ti è successo, Maria?” lei tira su col naso. “La vita è successa, Joey. Vedi che bella faccia che mi ritrovo?” fa passare l’indice sulla cicatrice che le gira dalla narice sinistra fino al lato della bocca. “La vita, Joey. Tu che facevi? Se ti interessava perché non mi hai cercato?  Perché non hai impedito a Diego Ochoa di sfregiare tua sorella? Dov’eri? A farti e giocare al gangster coi tuoi amici di merda? Risparmiamela”

Rimaniamo in stallo per qualche secondo. Non so che dirle, non so da dove cominciare. Il battito di mamma è stabile “Sono qui ora. Per impedirti di fare qualcosa di cui potresti pentirti. Non ti serve anche questo” Le mie scuse muoiono in gola. Il fratello Joey cede il posto a Joey Comrade. Non vedo più mia sorella. Vedo un’estranea che potrei mandare a sanguinare sul pavimento in un decimo di secondo se solo provasse a fare una mossa contro mamma. Mamma apre gli occhi “Maria…Amore mio, vieni qui.” La sua voce è arrochita. Ha già i segni delle dita della figlia sul collo. Sarà dura spiegarla agli infermieri.

Maria rimane interdetta per un momento. Non è come se l’era immaginata. “Andate all’inferno entrambi.” Sibila prima di scappare fuori dalla porta. Mamma la segue con lo sguardo. Le sue mani scheletriche rimangono protese verso di lei. Quando Maria esce sbattendo la porta, mamma perde di nuovo le forze. Singhiozza in silenzio.

Mi volto verso di lei, le sue lacrime scendono lente fra le rughe. Le asciugo con un Kleenex.

“Mi dispiace mamma…Maria è…” riesco a mormorare. Lei mi sorride “Maria è tanto cara. Dovremmo fare un’altra gita tutti assieme a Los Angeles, ti ricordi? Ci siamo divertiti vero? Solo noi”

“Si mamma. Dovremmo rifarlo presto.” La gola mi si stringe. Non posso piangere. Joey Comrade non piange. Ho pianto abbastanza.

“Mi fa male la gola, Joey” mormora.

“Ora ti passa, bevi un sorso, ti va?” le porgo il bicchiere.

“Joey, mi leggeresti un po’?” mi chiede dopo aver bevuto un po’ d’acqua.

Mi schiarisco la voce “Ti va bene Tolkien?”

Lei si limita a sorridermi.

Inizio a leggerle “Lo Hobbit” meglio che posso. Lei ascolta e chiude gli occhi. Non arriva mai oltre pagina tre, ma le ho sempre letto finché le corde vocali non iniziavano a farmi male. Cerco di convincermi che potrebbe farle fare bei sogni.

I tre troll si tramutano in pietra all’alba e mi addormento anche io.

Sogno di essere di nuovo ragazzino, Papà Julio è scappato qualche mese fa. Mamma è di nuovo sola e tenta di riprendersi dal Valium. Siamo di nuovo con le pezze al culo. Non so come, mamma si è procurata i soldi per portarci al Disneyland Resort di Los Angeles. Siamo entrati di prima mattina. Tanya si è fissata che vuole salire su Pirati dei Caraibi. Maria la prende in giro perché si spaventa quando arriviamo a metà e vuole scendere. Mamma ci compra i berretti e io mi vergogno a portarlo. Il teppistello che è in me scompare e io voglio farmi una foto con Paperino. Paperino mi abbraccia e vorrei scoppiare in lacrime. Voglio a tutti i costi scattare una foto a Maria e Tanya con Cip e Ciop. Mamma mi dice di stare attento a non far cadere la macchina fotografica. Facciamo pochi giri in giostra. Mamma non se la sente. Non voglio che stia sola mentre noi siamo sulle giostre e rinuncio alle montagne russe prevedendo già quanto mi sfotteranno i ragazzi a Crusade. Maria, anche questa volta, cade e si sbuccia un ginocchio. Piange. Mamma la prende in braccio nonostante la schiena e la calma. Tanya da sotto la rimprovera “Sei sempre la solita piagnona. Io e Joey non vogliamo piagnone. Vero?” Io rido, ride mamma, ridiamo tutti. Quando siamo in albergo, tutti e quattro in un lettone unico, mamma dorme già. Io, Tanya e Maria, come allora, promettiamo che staremo sempre insieme, che aiuteremo mamma, che andrà tutto bene. Anche questa volta, come allora, mamma ha gli occhi socchiusi e mi sorride ammiccando.

È stato il momento più felice della mia vita.

Un fischio continuo mi sveglia.

Alzo la testa dal letto di mamma.

Il battito cardiaco è assente.

Mamma se n’è andata, lasciandosi un sorriso riposato sulle sue labbra.

 

Carcasses

Alle tre del mattino una telefonata significa sempre brutte notizie.

Mi sveglio di soprassalto, sudando freddo. Afferro il cellulare con la tachicardia.

Rispondo con gli strascichi dell’incubo aggrappati al cervello.

Sempre lo stesso incubo, sempre le stesse cose.

“Chi parla?” biascico.

“Sono Roy. Abbiamo un lavoro d’emergenza fuori dalle acciaierie. 20 minuti”

Roy la Fogna è all’altro capo della linea. Roy è l’intermediario del Macellaio. Roy serve per mettere terreno fra il crimine e i mandanti. Roy mi ha dato da vivere per molto tempo.

“Ho un altro datore di lavoro, Roy” ribatto. Roy lo sa che lavoro per Yeleshev. Crusade si regge su tre pilastri: Yeleshev, El Churro e Guastaferro. Un tripode alla cui base c’è il Macellaio.

“Non era una proposta, Joey. 20 minuti, capannone della CRUSADESTEEL, zona spedizioni. Se non sei lì ti conviene scavarti la fossa” Lo sento riattaccare. Mi tremano le mani. Afferro un flacone di tranquillanti sul comodino. Ne ingoio una manciata senz’acqua.  Sono le scorte di mamma. Mamma è terminale e abbiamo sovrabbondanza di prescrizioni. Mamma se l’è fatta da Vladivostok a Crusade assieme ad un frignante me stesso attaccato al petto per evitare la crisi e le legnate del marito. Era il 1990. A Crusade ho imparato la lingua, ho imparato l’avidità e ho imparato che cosa sia uno stereotipo. Per gli amici sono Joey Comrade, Joey il compagno, Joey il comunista. Poco importa che mamma si fosse risposata con Julio DaSilva, di professione autista di autobus. Poco importa che avessimo cambiato cognome. Io rimanevo il russo. Per essere la terra delle opportunità, qui abbiamo sempre vissuto con le pezze al culo.

Papà Julio ha fatto in fretta a farsi una famiglia, mamma gli ha regalato due bimbe adorabili. Maria e Tanya erano molto legate a mamma e papà.

Sono diventato presto l’estraneo di casa. Il punching ball delle frustrazioni di entrambi e il baby sitter delle piccole pisciasotto. Dio solo sa quante volte sono scappato di casa per delle intere settimane. Ora come ora non so che fine abbiano fatto. Julio, ad una certa, ha mollato le figlie e ha lasciato mia madre. Abbiamo ricominciato ad avere un rapporto quando lei si è ritrovata a corto di soldi e stava per essere sfrattata.

Non perdo tempo a lavarmi. Prendo solo la Glock 9 millimetri e mi vesto alla meglio.

Prima di uscire tiro una striscia di coca per darmi un po’ di botta.

Arrivo a tutta tavoletta al rendez-vous alle acciaierie. È buio pesto.

Ci sono solo i fari ad illuminare lo spiazzo. I miei e quelli della berlina del contatto.

Conto tre uomini. Due sono fuori dall’auto, sicuramente armati. Del terzo intravedo la sagoma nella berlina. Esco dall’auto e mi avvicino lentamente. Ad ogni passo che faccio nella ghiaia ripasso a memoria tutti gli ultimi sei mesi della mia vita, alla ricerca di qualche stronzata che abbia siglato la mia condanna a morte. Non mi viene in mente nulla. Mi sono sempre comportato bene. Non ho mai intralciato gli affari del Macellaio o dei suoi uomini. Sono sempre stato un buon elemento. Non ho nulla per cui essere preoccupato. Cerco di convincermene mentre mi avvicino.

“Sei in ritardo di due minuti, Comrade” la voce la riconosco. È Frankie Torres in persona. Uno degli uomini di punta del Macellaio.

“Trovato traffico. Di che si tratta?” chiedo, cercando di darmi un tono. Sappiamo entrambi che non c’è nessuno in giro.

Porto lentamente la mano dietro la schiena. Pronto a estrarre la pistola. Loro lo vedono, loro lo sanno ma so che a loro non importa. Frankie deve aver alzato il cane del revolver che tiene in mano da quando mi ha visto arrivare. L’altro, di cui non riesco a capire l’identità, si muove verso il retro della macchina. Apre il bagagliaio. Frankie non dice nulla. Aspetta. Aspettiamo tutti.

Ritorna portando un grosso sacco di plastica a spalla. Lo getta nella polvere.

“Portalo al World Royale. Ci saranno delle persone sul lato nord che ti aspetteranno. Dallo a loro e vattene” si limita a dire Frankie. Mentre parla, mette via la pistola e si accende una sigaretta. Il suo viso si illumina un attimo. Vedo le guance crivellate di cicatrici, i baffetti grigi da faina.

“Quando pensate di pagarmelo il disturbo?”

Il finestrino della berlina si abbassa. Una mano scheletrica passa un pacchetto all’altro uomo. L’uomo annuisce e me lo lancia. Una mazzetta finisce nella ghiaia accanto al corpo.

“Questo perché sei affidabile. Hai mezz’ora. Se ti beccano, non arriverai alle celle di detenzione. Se ci bidoni, prima ammazziamo la tua mamma poi ti veniamo a prendere” sibila Frankie prima di entrare di nuovo in auto.

Sgommano sulla ghiaia sollevando un gran polverone. Li vedo scomparire fra gli edifici.

Mi avvicino al sacco di plastica. Più mi faccio avanti più un odore familiare mi si insinua nelle narici. Carne rancida, merda, pus e sangue rappreso. Mescolali e hai l’odore che ha la carcassa avvolta nella plastica davanti a me.

Intasco la mazzetta senza guardare a quanto ammonti. Non mi interessa ora.

Cerco di ignorare la faccia del ragazzino dentro la plastica. Non vedo la testa rasata ricucita con una sutura frettolosa tutto attorno al cranio. Non vedo le lesioni sulla fronte. Non vedo tutte le cicatrici da operazione sull’addome. Non bestemmio chiedendomi perché non hanno usato un sacco nero per impacchettare il povero bastardo. No, non ho visto nulla di tutto questo, non mi sono chiesto nulla, nemmeno l’età.

Il corpo è leggero. Lo sollevo senza fatica.

Il bagagliaio è bloccato da sei mesi. Non ho mai voluto metterlo a posto e questo è il risultato. Mi rassegno a scaricare il cadavere sul sedile posteriore.

L’altra sera, sullo stesso sedile, ci stavo scopando con Kayla del videonoleggio. Nello stereo avevo una copia piratata di Relapse. Kayla ha voluto che lo staccassi, lo trovava disturbante.

Ora c’è il cadavere di un ragazzino.

Parto senza pensarci troppo. Il ghiaione lascia posto all’asfalto e prima che me ne renda conto sto scivolando sulla Crusade Circular verso il distretto commerciale.

Mentre la sagoma del ristorante girevole del World Royale Shopping Center si fa più vicina, mi rendo conto che sto continuando a guardare nello specchietto. Vedo la testa del ragazzino, vedo lo sguardo fisso guardarmi attraverso la plastica. Il viso è deformato in una smorfia grottesca, come un personaggio dei Simpson quando si prende un destro in faccia.

Nei miei incubi è la faccia sformata che ha mamma nel letto di ospedale, con la mascella tenuta insieme da fil di ferro e garze. Nei miei incubi gli occhi sbarrati sono quelli di Maria e Tanya quando le ho trovate con papà Julio nel letto di mamma.

La carnagione è quella che aveva Tanya quando io e Maria abbiamo buttato giù la porta della sua camera. Un paio di flaconi di Valium giù per l’esofago. I flaconi che papà Julio distribuiva così generosamente a mamma.

Ma mi sto immaginando tutto questo. Non c’è nessuna carcassa di ragazzino comprato da qualche parte oltre confine con meno di un terzo della mazzetta che ho in tasca. Non c’è nessun pisciasotto che sperava di portare due soldi a casa e venire nella terra di bengodi morto sul mio sedile posteriore. Non c’è nessun preadolescente in decomposizione finito sotto la mannaia del Macellaio per…chi lo sa perché.

No, Joey, dico a me stesso. Guarda la strada, tieni gli occhi aperti per gli sbirri. Attacca un po’ di musica, ecco, ti tiene bello sveglio. Tira giù il finestrino e lascia che l’aria del deserto ti rinfreschi le idee. Hai fatto male a pigliarti i tranquillanti, dovresti piantarla di calarti quella merda. Ti fa male. Non ha aiutato nessuno nella tua merda di famiglia. La coca buona ti aiuta, vero? È stata un’ottima mossa. Quella ti tiene bello operativo. Yeleshev te ne gira di niente male, no? Loro si preoccupano compatrioti, non come questa feccia di americani. Ricordi ancora qualche parola in russo? Dovresti saperla la tua lingua d’origine. Perché non ci rimettiamo insieme a studiarla? Domani possiamo impegnarci e darci da fare. Ok, ora prendi la prossima uscita, Joey. Prima che tu te ne renda conto tutto questo sarà finito e tornerai ai tuoi soliti incubi. Questa è solo una variazione sul tema.

Mi rendo conto che sto farfugliando a me stesso senza sosta. Lo faccio spesso quando guido da solo. Lo faccio troppo spesso. Guardo il cadavere sul sedile posteriore e ora la luce arancione dei lampioni crea dei riflessi strani. Sembra abbia i capelli chiari, biondi. I lineamenti sembrano più femminili. Gli occhi sembrano verde smeraldo. Una bella ragazzina mezza latina, mezza russa. Sembra la mia sorellastra Tanya.

Imbocco il parcheggio del World Royale. Sto sudando freddo. I miei nervi scattano senza motivo. Una quantità abnorme di tic nervosi si fanno avanti. Mi servono altri tranquillanti.

Arrivo davanti alla porta nord e ci sono due tizi vestiti come operai. Tuta blu, mascherina ed elmetto.

Esco dall’auto e loro semplicemente dicono “Sei in ritardo”

Mi limito ad annuire. Lascio scivolare la carcassa fuori dall’auto. Non la trascino nemmeno un centimetro in più. “Che ci farete?” chiedo. Ho digrignato i denti tutto il tempo. Sento la mascella indolenzita.

“Non chiedere, noi non l’abbiamo fatto con te” uno dei due si carica a spalla il cadavere “Leggero, il figlio di puttana” commenta. Li vedo scomparire oltre le porte.

Torno a casa in uno stato di dormiveglia. Sento ancora l’odore di cadavere nella macchina. Dubito che Kayla vorrà ancora farsi una sveltina qui dentro. Mentre guido per Crusade dico a Tanya che mi dispiace, dico a Maria che mi piacerebbe sapere dove sia finita. Prometto ai miei due padri che prima o poi li troverò e avranno quello che meritano. Potrei avere ventimila lattughe in tasca. Tanto da sistemare mamma e rimettere due cose in carreggiata. Potrebbero essere anche di più. Il pacco è bello grosso.

Parcheggio davanti al palazzo dove abito. Dove abito solo. Dove sono scappato.

“Coglione – dice la vocina in fondo al mio cervello – non hai fatto un cazzo per tutti questi anni, non lo farai domani mattina ancora rincoglionito dal Valium che ingoierai appena ti butterai a letto” Questa è la voce dei miei incubi. È la voce della realtà che fa capolino da dietro i fottuti palazzi alla fine di ogni nottata e mi ricorda che sono solo un fallito. Che ho passato la vita a scappare e rimandare fino a che, gradualmente, non saranno tutti sottoterra, divorati dai vermi. Julio, il mio vecchio padre, Tanya, mamma e Maria. Finiranno tutti carcasse e solo allora avrò il coraggio di affrontare tutto questo.

Schivo la doccia, mi lascio cadere a letto. Una, due, tre pillole scivolano giù per l’esofago.

Inizio a dimenticare quello che ho fatto stanotte, scivola tutto via, come se non fosse successo.

Mi addormento. Un incubo finisce, un altro inizia.

 

 

The Corrupted Heart

 

Il mio nome è Alfonso Plummer.

Nessuno mi chiama così al lavoro.

Io sono il tenente.

L’unica che mi chiamava Plummer era il detective Vera Hernandez.

Io e Vera…Voglio dire, il detective Hernandez, ci conoscevamo da molto tempo.

Mentre la cassa in cui riposava il suo corpo senza testa scendeva nella fossa, non facevo altro che pensare a tutte le volte che me le ha cantate: “Professionalità, Plummer, è quello il segreto”

Alle esequie ci sono tutti. La madre, il fidanzato, la sorella, il distretto al completo, sono tutti a commemorare Vera. Il commissario Hertzberg e il sindaco Palancio in persona sono presenti. A loro il compito di piegare la bandiera e ringraziare a nome della città di Crusade i famigliari di Vera per il suo sacrificio. Mentre Palancio dice le frasi di rito alla mamma di Vera, Hertzberg mi fissa con occhi da rettile.

Nel lasciare il funerale mi passano accanto. Palancio mi mette una mano sulla spalla e sibila “Alle 5, oggi, nel mio ufficio. Dobbiamo discutere” Mi limito ad annuire. Sono all’angolo e probabilmente perderò il posto.

Vera è stata decapitata a meno di cinquanta metri dal distretto. La testa è scomparsa. Col sangue ci hanno decorato tutta la scena del crimine. Solita merda esoterica, solita scritta: NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA. E come al solito nessuno ha visto un cazzo.

Non abbiamo fatto in tempo a dire che il maniaco aveva colpito ancora che nello stesso istante in altri due punti della città sono successi due omicidi analoghi. Un ragazzo di 16 anni e una donna di 43. La storia del cacciatore di teste non poteva più stare in piedi. Mi aspettavo di essere convocato da Hertzberg, ma non da Palancio in persona.

Mentre mi avvio verso il municipio non riesco a non pensare ai nastri di sorveglianza del parcheggio.

Vera si avvicina alla macchina, Vera appoggia il caffè sul tetto della sua auto, Vera cerca le chiavi, Vera svanisce nel nulla.

Come per la mantide.

Abbiamo fatto sparire i nastri, abbiamo imbastito la storia del cacciatore di teste.

Tutto filava liscio.

Fino ad ora.

Quando arrivo al municipio la segretaria di Palancio, la classica crocchio, tailleur plus sguardo tagliente in stile “sono l’assistente del pezzo grosso, valgo più di te”, mi accoglie, per modo di dire, dicendo “Tenente Plummer? La stanno aspettando”. Mi indica la porta con un tagliacarte di legno scuro.

Ringrazio e varco la porta.

Non vi nascondo che il retto mi si è contratto dalla tensione. Eccoci, ho pensato, ora mi silurano.

Palancio, per chi non avesse visto i suoi manifesti elettorali o i suoi tragicomici comizi, è un misto fra Gordon Gekko e Chevy Chase. Una caricatura di uno yuppie italoamericano raccattato da chissà quale buco della East Coast e piazzato qui a Crusade come uomo di paglia. Può vestirsi bene quanto gli pare, spendere ore su lettini abbronzanti ed estetiste. Può curare la sua dizione e farsi preparare i discorsi dal suo staff. Jack Palancio rimarrà sempre un uomo di paglia.

Come se avessi bisogno di una conferma, nel suo ufficio rozzamente arredato con piante di ficus, busti di marmo e attestati vari, ci sono altre tre persone oltre a lui e me.

Il primo me l’aspettavo: Il commissario Leopold Hertzberg, un vecchio figlio di puttana, duro e incazzato. Il precario equilibrio con cui Crusade si regge in piedi lo dobbiamo ai suoi traffici. Se Hertzberg ci dice di chiudere un occhio, noi chiudiamo un occhio.

L’altro è Spyro Hudley, nel suo metro e sessanta di lardo e unto. Era nella DEA prima che venisse trasferito a Crusade. Molti dicono per corruzione.

Infine, in un trench nero, c’è un tizio che potrebbe avere un’età indefinita fra i quaranta e i sessanta, viso affilato, molto aristocratico. Mi guarda divertito appena entro. Non l’ho mai visto prima.

Palancio mi dà le spalle, guarda fuori dalla finestra. Si è preparato per bene la recita. Come da programma mi dice “Siediti”.

Non gli faccio notare che tutte poltrone sono già occupate e mi limito a dirgli “Preferisco stare in piedi, signor Sindaco” Hudley mi guarda, trattenendo una risata.

“Hai qualche problema a tenere in piedi il distretto, tenente?” riprende lui senza voltarsi.

Ora si aspetta un no secco, che lo porterà a sbraitare la ragione perché sono qui e mandare avanti la farsa.

“Si, abbiamo dei problemi. La morte di … del detective Hernandez ci ha scosso molto. È possibile che il responsabile ci abbia presi di mira a causa della campagna mediatica fatta nei suoi confronti”

L’uomo vestito di nero sogghigna.

Hertzberg grugnisce e sbotta “Che mare di stronzate”

Palancio si volta, è paonazzo in viso. “Taglia con le cazzate, Plummer! Qui non c’è nessun cazzo di cacciatore di teste! Vi siete inventati un mare di cazzate”

Hudley mi guarda di sottecchi, fa tamburellare le dita grassocce sulle labbra roteando gli occhi. Penso voglia dirmi di star zitto.

È Hertzberg a continuare il discorso, la sua voce è calma e rasposa. Ogni sua frase mi fa immaginare il bolo di catarro marrone che sputa ogni mattina prima della sua sigaretta. “La Kinkaid è morta mentre era nella cella del tuo distretto. Dovresti controllare meglio la lingua dei tuoi uomini.”

“Non credo di aver capito” mi limito a dire. Come mi diceva sempre mio fratello maggiore “nega, Al, nega anche di fronte all’evidenza”.

Palancio ringhia e riparte a sbraitare “L’agente Cruz è andato da Hertzberg dopo l’omicidio del detective Hernandez. Seriamente, pensavate che potevate dire tranquillamente che una che ha tentato di rapire un bambino era morta durante il trasporto per aver opposto resistenza e nessuno avrebbe fatto domande? Pensi di essere negli anni venti?” Dovevamo aspettarcelo che prima o poi sarebbe saltato fuori che la mantide non era morta durante il trasporto in centrale. Speravamo solo che finisse fra le scartoffie e nessuno facesse domande. Aveva funzionato fino a qualche giorno fa.

“È quello che è successo. Credo che l’agente Cruz sia solo sconvolto per la morte di una collega” continuo a mentire, che altro posso fare?

“E il fottuto cadavere?” Palancio sbatte la mano sul tavolo a palmo aperto, schiva per pochi centimetri un fermacarte di cristallo. Sarebbe stato divertente vederlo con dei cocci nel palmo.

“Dovreste chiedere all’obitorio, Io non mi occupo di baccalà.” Rispondo cercando di mantenere il contegno. Cruz era presente ai fatti del distretto e faceva parte del gruppo di persone che sapevano. Era uno di quelli che si stava impegnando a portare avanti la storia del cacciatore di teste. Hudley sghignazza. Palancio lo fredda con lo sguardo.

“Senti, Plummer, taglia con le stronzate. Sappiamo tutto. Avete trasferito il corpo della Kinkaid dalla cella dopo che questa accattona, che voi chiamate la Mantide, è sparita nel nulla portandosi via una testa. In cella c’era anche questa…Frances Walsh con cui la Kinkaid era stata arrestata e che ora è in terapia da uno psicanalista. Soffre di disturbi epilettici e tende a farsi a fette da sola se non le danno talmente tanto Xanax da stendere un cavallo. Ci dirai che è lei la pazza omicida?”

“Esatto” dico io senza pensarci. Mi sento una merda, ma è senz’altro più verosimile della storia esoterica.

Hudley finalmente prende parola “Quella ragazza è in cura. Era sotto osservazione quando il detective Hernandez ha perso…è morta. Lo stesso vale per gli altri due. Andiamo, Al, ci vuoi dire che cazzo stai coprendo? Le scritte sono ovunque in questa fogna di posto” al termine “fogna”, Palancio fulmina di nuovo Hudley con lo sguardo. Hudley risponde con un’espressione che vuol dire “Che c’è? Prova a dire il contrario, Jack”

La voce che sento poi è quella dell’uomo vestito di nero “Non c’è nessun dio, e il caos è il suo profeta. Spaventoso, e senza dubbio fa il suo effetto” ha un accento britannico marcato.

Palancio sembra imbarazzato “Lui è.…” L’uomo in nero lo interrompe “Io rappresento gli interessi della Heartwork Inc. L’azienda sta ricevendo qualche attenzione non gradita, vero Hudley?”

Hudley annuisce “Quelli dell’IRS e dell’FBI stanno girando per Crusade. A quanto pare hanno avuto alcune imbeccate…”

“Totalmente false” aggiunge di corsa Palancio. L’uomo della Heartwork si limita ad un mezzo sorriso.

“…Su presunte irregolarità dei conti e traffici illeciti. Solite campagne denigratorie da parte di qualche azienda concorrente.”

“…O da individui che covano qualche rancore verso un’azienda che ha permesso a Crusade di diventare quello che è” conclude Palancio.

Hertzberg annuisce. Tutti mi guardano.

“Questo cosa ha a che fare con il serial killer delle teste?” chiedo.

“Non c’è nessun serial killer, Plummer” mi zittisce Hertzberg.

Rimango in silenzio. Palancio continua a fissarmi con odio. O almeno quello che lui crede possa esprimere odio. Aspetto sempre il momento quand il sudore gli farà colare la tinta ai capelli.

“Non serve un genio per arrivarci. Qualcosa è successo nelle celle del vostro distretto. Avete insabbiato la faccenda e l’avete fatto male. Forse qualcuno dei vostri agenti si è fatto prendere la mano, forse vi è scappato un detenuto pericoloso che avevate in custodia. Non me ne fotte un bel cazzo. Io sono pronto a darti in pasto a quei pezzi di merda degli affari interni. Immediatamente” Jack sputa saliva mentre mi sbraita contro. Rimango impassibile. Me l’aspettavo.

“Scherzi a parte, la situazione è grave. Questo posto ce lo siamo sempre gestiti senza bisogno dei federali. È questione di tempo prima che la gente capisca che il cacciatore di teste non è uno psicotico solitario quanto un problema assolutamente fuori controllo. Abbiamo i graffiti, abbiamo gente che sparisce, abbiamo corpi decapitati, abbiamo dell’idolatria pagana del cazzo.” brontola Hertzberg “Va messo un freno a questa cosa prima che degeneri.”

L’uomo in nero mi sorride “Sei fra amici qui, Plummer. Noi siamo solo preoccupati quanto te per questa cosa.”

“Un’indagine dei federali nel distretto è l’ultima cosa che ci serve.” Hudley suda più del solito.

“Ok – mi arrendo io – Che volete da me?”

Il peso di Palancio è dimostrato dal fatto che è Hudley a prendere la parola.

“Abbiamo bisogno che tu dimostri che la polizia è efficiente e sa risolvere un problema come questo. L’agente dell’FBI Emerson ha dimostrato parecchia curiosità per il tuo caso. Uno dei miei uomini l’ha sentito mormorare qualcosa riguardo al fatto che la pista esoterica sarebbe una copertura e che…”

“…Che l’azienda che rappresento sia coinvolta per qualche assurdo motivo. Gli agenti Emerson e Segarra non ne hanno fatto mistero quando sono andati a interrogare il direttore dell’R&S.”

“E lo siete?”  chiedo d’istinto. Palancio impallidisce, scandalizzato. Forse è terrorizzato dalla reazione dell’uomo.

“No, assolutamente. – L’uomo della Heartwork ride alla mia domanda – Siamo un’azienda che produce antiinfluenzali, non siamo dei macellai”

Annuisco. Palancio sembra calmarsi.

“C’è un santone in Aspatria. – comincia Hertzberg – Si chiama Philippe. Gilles Philippe. Noi riteniamo che sia stato lui a causare questo tipo di…comportamento. Sono gente di Haiti. Satanisti, violenti. Fanno messe nel cuore della notte” parla con disprezzo. Evita la parola negro, ma è sulla punta della sua lingua.

Conosco Philippe. Pratica la Santeria ed è molto ben visto nella sua comunità. Ha promosso molte volte il dialogo fra noi e i suoi fedeli quando è stato necessario. Tutto a Crusade si fonda sul dialogo e il compromesso. Quando questo viene a mancare, è la violenza.

“Stasera, tu, accompagnato da una squadra della SWAT, farai irruzione nella…chiesa di Philippe. Arresterai tutti i presenti e chiuderai il caso.” Riprende Palancio.

“Con quali prove?” chiedo.

“Con quelle che Hernandez ha raccolto durante le indagini.  Per questo è stata assassinata. È stato un avvertimento per essersi avvicinata troppo agli adoratori del demonio”

Hernandez non ha raccolto nulla durante nessuna indagine. Non c’è stato tempo per fare indagini.

Quando abbiamo deciso di cercare la vera fonte degli omicidi, lei è stata decapitata.

L’uomo della Heartwork mi sorride di nuovo “Faremo in modo che ci siano le televisioni quando farai l’arresto. Sarà tutto programmato. – mi consegna un fascicolo – ecco le prove che ti servono e il mandato”

Palancio si volta “Puoi andare. Non ho bisogno di sapere se accetterai. So che lo farai”

Hudley si alza “Vengo anche io, Al. Dammi un passaggio al mio distretto”

Usciamo lasciandoci Hertzberg e l’uomo della Heartwork alle spalle.

In ascensore, Hudley mi mette la mano sulla spalla. Un uomo disgustoso, ma in qualche modo confortante “Al, io te lo dico. Sta per succedere un casino grosso come una casa. Fagli ‘sta cosa a quei tre stronzi e poi chiedi il trasferimento a Los Angeles. Non vuoi vedere quello che accadrà dopo”

Sospiro “Dopo? Ma di che cazzo state parlando?”

L’ascensore indica il terzo piano. Scendiamo ancora

“Al… tutta questa storia delle decapitazioni finirà in secondo piano se tu fai come loro ti dicono di fare. Nel giro di qualche mese avranno un sacco di altre gatte da pelare e se gli omicidi non si fermeranno, finiranno semplicemente nell’ordinario. Almeno è quello che ha detto The Chi…Il tizio della Heartwork prima che tu entrassi” L’ascensore indica il primo piano. Scendiamo.

“Mi faranno fuori?” gli chiedo.

Hudley scuote la testa “Non se ti comporti come da programma. Impara la parte, gioca secondo le regole. Poi chiedi un trasferimento a Los Angeles.”

Le porte dell’ascensore si aprono sul pianterreno.

“Ci vedremo da quelle parti, probabilmente”

Hudley mi sorpassa e si dirige verso la mia macchina, oltre le porte a vetri della lobby.

L’ho accompagnato al distretto e mi sono fatto una doccia.

Alle undici e mezza di sera sono in un furgone della SWAT con un giubbotto antiproiettile e un calibro dodici carico fra le mani. Sento ogni buca dell’asfalto, ogni curva. Mi viene da vomitare.

Mezz’ora prima, al briefing, ho recitato la mia parte senza troppe convinzioni.

Gli omicidi del cacciatore di teste si sono rivelati pregni di una ritualità che gli esperti hanno ritenuto essere direttamente collegata alla comunità haitiana di Crusade residente nel quartiere di Aspatria e non sono stati perpetrati da un singolo esecutore, ma da una setta. Abbiamo ragione di ritenere che l’Oungan di Crusade, Gilles Philippe, sia il mandante di alcuni degli omicidi se non addirittura l’esecutore materiale. È potenzialmente pericoloso e potremmo incontrare della resistenza. Sarò io a effettuare l’arresto, voi cercate di tenere la situazione sotto controllo e guardarmi le spalle.

Questo è più o meno quello che ho detto.

Il sergente della SWAT, Ames, aveva già istruito la sua squadra. Ancora prima di ricevere la notizia del raid.

Hudley e Hertzberg erano presenti.

Erano in un angolo, ad ascoltare.

Quando ho terminato, Hertzberg si è limitato ad annuire ed è scomparso assieme agli altri.

All’assalto prende parte anche Cruz.

Per come a rcconta Hudley, è per premiare Cruz della sua onestà.

Non gli rivolgo la parola nemmeno ora che ce l’ho di fronte. È pallido, non si regge in piedi. Le sue mani tremano. Sparerà addosso a qualcuno.

Arriviamo all’edificio fra la Carter e la quarta in Aspatria. La sedicente chiesa Voodoo è nel seminterrato dell’edificio all’angolo. Due auto bloccano i vicoli. Noi entriamo dal portone principale.

Mi sembra di muovermi, ma in realtà sono trascinato dai ragazzi in tenuta antisommossa.

Mi muovo in sincrono con loro, coi loro stivali.

Sopra e sotto di me sento porte sfondarsi, grida e colpi sparati in aria.

Nessuno opponga resistenza, vi prego, nessuno si faccia prendere dal panico e metta mano al ferro o finisce in un bagno di sangue. Continuo a ripetermelo mentre scendiamo nei seminterrati.

Mentre ai piani di sopra fanno sfollare vecchie signore e famiglie di operai delle acciaierie.

È così che iniziano le tensioni razziali.

Arriviamo ai seminterrati. Ho quattro uomini di Ames a farmi da scorta. Tutti con mitra MP5 spianati e sicura tolta. Faccio segno di fare silenzio mentre mi avvicino.

Sentiamo un rumore ovattato di tamburi davanti a noi.

Avanzo e l’odore di cantina si intensifica, penetrandomi nelle narici. Umido, muffa, legno marcio, putrefazione.

Il rumore di tamburi diventa più forte, sento odore di incenso. Parole confuse oltre la porta.

Faccio segno alla scorta di fermarsi.

Mi appoggio davanti alla porta. I tamburi sono assordanti, hanno un ritmo frenetico, caotico.

Do l’ordine e uno degli uomini si fa avanti con il maglio.

La porta viene sfondata e si apre sull’interno.

Entro col fucile spianato gridando “Fermi tutti! Polizia!” Le parole mi muoiono in gola.

Gilles Philippe è maestoso davanti a me, ha gli occhi come due braci e tiene in mano un bastone decorato. Fra noi due, un giovane si contorce a terra come un tarantolato. Vedo il bianco dei suoi occhi. Ha la testa completamente rivoltata. Le dita delle mani compiono spasmi privi di una qualsiasi fisiologia. Vedo le gambe piegarsi al contrario.

Il suonatore di tamburo sulla destra entra nel panico e smette di suonare.

Alza le mani.

Gilles non lo fa.

“Marcel! Kenbe Jwe Rythm la!” grida al suonatore.

Questi, dopo un momento di esitazione, riprende a battere sul tamburo.

Gilles mi guarda diritto negli occhi.

“Finirò questo e poi verrò con voi.”

Abbasso d’istinto il fucile.

Gilles fa roteare il bastone.

Pronuncia una serie di comandi secchi verso il ragazzo, che non smette di contorcersi in maniera spasmodica. I suoni che fa sono quelli di uno scarico che sta sgorgando.

Dietro di me gli uomini della SWAT ringhiano “Spari, tenente!”

Io esito.

Sopra di me sento un grido e una serie di spari.

Gilles fa vibrare il bastone verso la testa del ragazzo. Si blocca a meno di un centimetro dal cranio.

Il ragazzo smette di contorcersi. La testa si rivolta.

Il ragazzo vomita. Dalla bocca esce un fiume di piccoli serpenti neri, come cuccioli di anguilla.

Continua a vomitare.

Il suonatore smette di battere. Gilles abbassa il bastone. Lo lascia cadere a terra.

Mi guarda e annuisce “Ora verrò con voi.” Mi porge i polsi. Lascio passare gli uomini della SWAT. Mi avvicino.

Lui si lascia mettere le mani dietro la schiena. Se avesse voluto, con una mano mi avrebbe potuto spaccare il cranio. Faccio scattare le manette e lo conduco al piano superiore.

La SWAT blocca a terra il suonatore di tamburi, non sa cosa fare del ragazzo.

“Sapevi che stavo arrivando?” chiedo all’Oungan mentre saliamo le scale.

Lui annuisce “L’ho previsto. Ne parleremo al tuo distretto.”

Fuori ci sono già i furgoni della televisione e un capannello di curiosi.

Vedo già i flash delle macchine fotografiche.

Uno degli uomini di Ames mi si para davanti.

“Tutto sotto controllo” mi limito a dirgli.

Lui storce il labbro “Tenente abbiamo avuto un…problema, di sopra.”

Gli spari che ho sentito, ovvio.

“Che è successo?”

“Abbiamo un agente a terra, gli hanno tagliato la gola. Sta arrivando l’ambulanza, ma non penso ci sia molto da fare”

“Avete preso l’aggressore?” chiedo.

“Oh sì, niente processo” dice con un mezzo sorriso.

L’agente non aggiunge altro, mi indica col mento un punto in cima alle scale.

L’Agente Cruz è seduto lì, schiena verso la parete. La faccia sporca di sangue. Lo vedo premersi la mano sulla gola. Per un istante i nostri sguardi si incrociano. Ha paura. Sembra voglia dirmi qualcosa. Vedo uno degli uomini di Ames chinarsi su di lui e dire “Ok, ragazzo, mostrami questa ferita”

Gli allontana la mano dal collo e gli spinge indietro la testa. Uno sguardo di terrore si forma sulla faccia di Cruz mentre gli ultimi fiotti di sangue gli escono dalla carotide.

“È ora” mi ricorda l’uomo in divisa antisommossa.

Annuisco.

Porto fuori Gilles davanti alle telecamere.

 

CODA – The Honest Heart

Porgo un caffè a Gilles nella sala degli interrogatori.

Secondo la versione ufficiale, John Cruz è stato accoltellato alla gola da uno degli accoliti di Philippe in evidente stato confusionale, che è poi stato abbattuto a colpi di mitra in risposta alla sua aggressione.

Niente processo, come ha detto uno degli uomini di Ames.

Gilles sembra tranquillo.

“Che stavate facendo là sotto?” è la prima domanda che mi sento di chiedergli.

“Il ragazzo è stato portato da me perché è stato corrotto dalle stesse persone a cui avreste dovuto dar la caccia. L’ho liberato prima che qualsiasi cosa gli fosse stato fatto avesse modo di attecchire. È gente pericolosa e si ingrassa sui poveri, sui disperati, sulle persone senza speranza.”

“Come ogni religione” aggiungo.

Sorprendentemente, lui annuisce.

“Vuoi sapere cosa sono?” mi chiede

“Quello che sai potrebbe aiutare. Anche se…” non riesco a finire la frase. È stata una giornata lunga.

“Anche se mi stai mettendo dietro le sbarre?” lui ride.

Annuisco.

“Sarò fuori fra non molto. Volevano che tu mi arrestassi in modo che loro potranno liberarmi. Così avrò un debito da saldare.”

“Portatori di picche, macellai, fantasmi. Non sono nella posizione di parlare di loro. Non so chi siano, ma ci sono quando è ora di divorarti.”

Scuoto la testa. Gli faccio segno di andare avanti.

“Non c’è alcun dio e il Caos è il suo profeta. È questo che scrivono in giro. Quello che ti posso dire è che stanno andando tutti verso est. Crusade sta diventando troppo scomoda. Non credo abbiano nemmeno un nome. Quello che è certo è che stanno crescendo in numero. Lentamente, inesorabilmente. Ogni disperato, ogni persona prossima al suicidio, ogni reietto, ogni vittima del sistema viene avvicinata da queste persone che sostengono di saper fare meraviglie. Il ragazzo che ho curato parlava di un uomo chiamato il Vescovo che gli ha mostrato dei prodigi. Diceva che era meraviglioso e terribile e parlava direttamente dentro la sua testa. Lo ha portato a parlare con sua nonna, che è morta tre anni fa.”

Non ho la forza di dire all’Oungan che, senza alcun dubbio, il giovane è stato portato a forza al reparto psichiatrico.

“Che mi consigli di fare?” mi limito a chiedergli.

“Io ti posso dire solo una cosa. La verità è che tutto questo è fasullo. È tutta una messa in scena. Io devo giocare il mio ruolo. Tu il tuo. Ora mi trasferirete in carcere. Starò in cella per un tempo ragionevole per farmi sentire la mancanza del tepore di casa mia e della mia comunità. Poi verrò scarcerato ad una condizione. Quale, non lo so. Il tuo ruolo è quello di dichiarare che Crusade è libera dai satanisti. Ringrazierai il tuo dio e vivrai senza avere mai la certezza che tutta questa storia sia stata veramente risolta.”

Rimaniamo in silenzio per qualche istante. Gilles sorseggia il caffè “È una vera merda”

Annuisco sorridendo “Non l’han mai saputo fare”.

“Lascerai la polizia?” mi chiede.

Io scuoto la testa “mi hanno consigliato di trasferirmi, una volta che il polverone si sarà posato. Non so ancora cosa fare. Tu che faresti?”

Lui porta la tazza alle labbra.

“Cinque anni fa una squadra dell’anticrimine del distretto di El Puerto è venuta ad arrestare il figlio di una mia devota per spaccio di eroina. Durante l’arresto mi hanno spaccato la mandibola con il calcio della pistola. Questa notte siete venuti a svuotare l’intero palazzo e mi avete messo dietro le sbarre per pura propaganda. Mi vedi abbandonare il mio ruolo? Pensi davvero che lo farei?”

“Non è la stessa cosa, il mio è un lavoro. Tu credi in un dio”

Prende un sorso di caffè, mi guarda “Non c’è nessun dio.”

“E il caos è il suo profeta” aggiungo.