Carcasses

Alle tre del mattino una telefonata significa sempre brutte notizie.

Mi sveglio di soprassalto, sudando freddo. Afferro il cellulare con la tachicardia.

Rispondo con gli strascichi dell’incubo aggrappati al cervello.

Sempre lo stesso incubo, sempre le stesse cose.

“Chi parla?” biascico.

“Sono Roy. Abbiamo un lavoro d’emergenza fuori dalle acciaierie. 20 minuti”

Roy la Fogna è all’altro capo della linea. Roy è l’intermediario del Macellaio. Roy serve per mettere terreno fra il crimine e i mandanti. Roy mi ha dato da vivere per molto tempo.

“Ho un altro datore di lavoro, Roy” ribatto. Roy lo sa che lavoro per Yeleshev. Crusade si regge su tre pilastri: Yeleshev, El Churro e Guastaferro. Un tripode alla cui base c’è il Macellaio.

“Non era una proposta, Joey. 20 minuti, capannone della CRUSADESTEEL, zona spedizioni. Se non sei lì ti conviene scavarti la fossa” Lo sento riattaccare. Mi tremano le mani. Afferro un flacone di tranquillanti sul comodino. Ne ingoio una manciata senz’acqua.  Sono le scorte di mamma. Mamma è terminale e abbiamo sovrabbondanza di prescrizioni. Mamma se l’è fatta da Vladivostok a Crusade assieme ad un frignante me stesso attaccato al petto per evitare la crisi e le legnate del marito. Era il 1990. A Crusade ho imparato la lingua, ho imparato l’avidità e ho imparato che cosa sia uno stereotipo. Per gli amici sono Joey Comrade, Joey il compagno, Joey il comunista. Poco importa che mamma si fosse risposata con Julio DaSilva, di professione autista di autobus. Poco importa che avessimo cambiato cognome. Io rimanevo il russo. Per essere la terra delle opportunità, qui abbiamo sempre vissuto con le pezze al culo.

Papà Julio ha fatto in fretta a farsi una famiglia, mamma gli ha regalato due bimbe adorabili. Maria e Tanya erano molto legate a mamma e papà.

Sono diventato presto l’estraneo di casa. Il punching ball delle frustrazioni di entrambi e il baby sitter delle piccole pisciasotto. Dio solo sa quante volte sono scappato di casa per delle intere settimane. Ora come ora non so che fine abbiano fatto. Julio, ad una certa, ha mollato le figlie e ha lasciato mia madre. Abbiamo ricominciato ad avere un rapporto quando lei si è ritrovata a corto di soldi e stava per essere sfrattata.

Non perdo tempo a lavarmi. Prendo solo la Glock 9 millimetri e mi vesto alla meglio.

Prima di uscire tiro una striscia di coca per darmi un po’ di botta.

Arrivo a tutta tavoletta al rendez-vous alle acciaierie. È buio pesto.

Ci sono solo i fari ad illuminare lo spiazzo. I miei e quelli della berlina del contatto.

Conto tre uomini. Due sono fuori dall’auto, sicuramente armati. Del terzo intravedo la sagoma nella berlina. Esco dall’auto e mi avvicino lentamente. Ad ogni passo che faccio nella ghiaia ripasso a memoria tutti gli ultimi sei mesi della mia vita, alla ricerca di qualche stronzata che abbia siglato la mia condanna a morte. Non mi viene in mente nulla. Mi sono sempre comportato bene. Non ho mai intralciato gli affari del Macellaio o dei suoi uomini. Sono sempre stato un buon elemento. Non ho nulla per cui essere preoccupato. Cerco di convincermene mentre mi avvicino.

“Sei in ritardo di due minuti, Comrade” la voce la riconosco. È Frankie Torres in persona. Uno degli uomini di punta del Macellaio.

“Trovato traffico. Di che si tratta?” chiedo, cercando di darmi un tono. Sappiamo entrambi che non c’è nessuno in giro.

Porto lentamente la mano dietro la schiena. Pronto a estrarre la pistola. Loro lo vedono, loro lo sanno ma so che a loro non importa. Frankie deve aver alzato il cane del revolver che tiene in mano da quando mi ha visto arrivare. L’altro, di cui non riesco a capire l’identità, si muove verso il retro della macchina. Apre il bagagliaio. Frankie non dice nulla. Aspetta. Aspettiamo tutti.

Ritorna portando un grosso sacco di plastica a spalla. Lo getta nella polvere.

“Portalo al World Royale. Ci saranno delle persone sul lato nord che ti aspetteranno. Dallo a loro e vattene” si limita a dire Frankie. Mentre parla, mette via la pistola e si accende una sigaretta. Il suo viso si illumina un attimo. Vedo le guance crivellate di cicatrici, i baffetti grigi da faina.

“Quando pensate di pagarmelo il disturbo?”

Il finestrino della berlina si abbassa. Una mano scheletrica passa un pacchetto all’altro uomo. L’uomo annuisce e me lo lancia. Una mazzetta finisce nella ghiaia accanto al corpo.

“Questo perché sei affidabile. Hai mezz’ora. Se ti beccano, non arriverai alle celle di detenzione. Se ci bidoni, prima ammazziamo la tua mamma poi ti veniamo a prendere” sibila Frankie prima di entrare di nuovo in auto.

Sgommano sulla ghiaia sollevando un gran polverone. Li vedo scomparire fra gli edifici.

Mi avvicino al sacco di plastica. Più mi faccio avanti più un odore familiare mi si insinua nelle narici. Carne rancida, merda, pus e sangue rappreso. Mescolali e hai l’odore che ha la carcassa avvolta nella plastica davanti a me.

Intasco la mazzetta senza guardare a quanto ammonti. Non mi interessa ora.

Cerco di ignorare la faccia del ragazzino dentro la plastica. Non vedo la testa rasata ricucita con una sutura frettolosa tutto attorno al cranio. Non vedo le lesioni sulla fronte. Non vedo tutte le cicatrici da operazione sull’addome. Non bestemmio chiedendomi perché non hanno usato un sacco nero per impacchettare il povero bastardo. No, non ho visto nulla di tutto questo, non mi sono chiesto nulla, nemmeno l’età.

Il corpo è leggero. Lo sollevo senza fatica.

Il bagagliaio è bloccato da sei mesi. Non ho mai voluto metterlo a posto e questo è il risultato. Mi rassegno a scaricare il cadavere sul sedile posteriore.

L’altra sera, sullo stesso sedile, ci stavo scopando con Kayla del videonoleggio. Nello stereo avevo una copia piratata di Relapse. Kayla ha voluto che lo staccassi, lo trovava disturbante.

Ora c’è il cadavere di un ragazzino.

Parto senza pensarci troppo. Il ghiaione lascia posto all’asfalto e prima che me ne renda conto sto scivolando sulla Crusade Circular verso il distretto commerciale.

Mentre la sagoma del ristorante girevole del World Royale Shopping Center si fa più vicina, mi rendo conto che sto continuando a guardare nello specchietto. Vedo la testa del ragazzino, vedo lo sguardo fisso guardarmi attraverso la plastica. Il viso è deformato in una smorfia grottesca, come un personaggio dei Simpson quando si prende un destro in faccia.

Nei miei incubi è la faccia sformata che ha mamma nel letto di ospedale, con la mascella tenuta insieme da fil di ferro e garze. Nei miei incubi gli occhi sbarrati sono quelli di Maria e Tanya quando le ho trovate con papà Julio nel letto di mamma.

La carnagione è quella che aveva Tanya quando io e Maria abbiamo buttato giù la porta della sua camera. Un paio di flaconi di Valium giù per l’esofago. I flaconi che papà Julio distribuiva così generosamente a mamma.

Ma mi sto immaginando tutto questo. Non c’è nessuna carcassa di ragazzino comprato da qualche parte oltre confine con meno di un terzo della mazzetta che ho in tasca. Non c’è nessun pisciasotto che sperava di portare due soldi a casa e venire nella terra di bengodi morto sul mio sedile posteriore. Non c’è nessun preadolescente in decomposizione finito sotto la mannaia del Macellaio per…chi lo sa perché.

No, Joey, dico a me stesso. Guarda la strada, tieni gli occhi aperti per gli sbirri. Attacca un po’ di musica, ecco, ti tiene bello sveglio. Tira giù il finestrino e lascia che l’aria del deserto ti rinfreschi le idee. Hai fatto male a pigliarti i tranquillanti, dovresti piantarla di calarti quella merda. Ti fa male. Non ha aiutato nessuno nella tua merda di famiglia. La coca buona ti aiuta, vero? È stata un’ottima mossa. Quella ti tiene bello operativo. Yeleshev te ne gira di niente male, no? Loro si preoccupano compatrioti, non come questa feccia di americani. Ricordi ancora qualche parola in russo? Dovresti saperla la tua lingua d’origine. Perché non ci rimettiamo insieme a studiarla? Domani possiamo impegnarci e darci da fare. Ok, ora prendi la prossima uscita, Joey. Prima che tu te ne renda conto tutto questo sarà finito e tornerai ai tuoi soliti incubi. Questa è solo una variazione sul tema.

Mi rendo conto che sto farfugliando a me stesso senza sosta. Lo faccio spesso quando guido da solo. Lo faccio troppo spesso. Guardo il cadavere sul sedile posteriore e ora la luce arancione dei lampioni crea dei riflessi strani. Sembra abbia i capelli chiari, biondi. I lineamenti sembrano più femminili. Gli occhi sembrano verde smeraldo. Una bella ragazzina mezza latina, mezza russa. Sembra la mia sorellastra Tanya.

Imbocco il parcheggio del World Royale. Sto sudando freddo. I miei nervi scattano senza motivo. Una quantità abnorme di tic nervosi si fanno avanti. Mi servono altri tranquillanti.

Arrivo davanti alla porta nord e ci sono due tizi vestiti come operai. Tuta blu, mascherina ed elmetto.

Esco dall’auto e loro semplicemente dicono “Sei in ritardo”

Mi limito ad annuire. Lascio scivolare la carcassa fuori dall’auto. Non la trascino nemmeno un centimetro in più. “Che ci farete?” chiedo. Ho digrignato i denti tutto il tempo. Sento la mascella indolenzita.

“Non chiedere, noi non l’abbiamo fatto con te” uno dei due si carica a spalla il cadavere “Leggero, il figlio di puttana” commenta. Li vedo scomparire oltre le porte.

Torno a casa in uno stato di dormiveglia. Sento ancora l’odore di cadavere nella macchina. Dubito che Kayla vorrà ancora farsi una sveltina qui dentro. Mentre guido per Crusade dico a Tanya che mi dispiace, dico a Maria che mi piacerebbe sapere dove sia finita. Prometto ai miei due padri che prima o poi li troverò e avranno quello che meritano. Potrei avere ventimila lattughe in tasca. Tanto da sistemare mamma e rimettere due cose in carreggiata. Potrebbero essere anche di più. Il pacco è bello grosso.

Parcheggio davanti al palazzo dove abito. Dove abito solo. Dove sono scappato.

“Coglione – dice la vocina in fondo al mio cervello – non hai fatto un cazzo per tutti questi anni, non lo farai domani mattina ancora rincoglionito dal Valium che ingoierai appena ti butterai a letto” Questa è la voce dei miei incubi. È la voce della realtà che fa capolino da dietro i fottuti palazzi alla fine di ogni nottata e mi ricorda che sono solo un fallito. Che ho passato la vita a scappare e rimandare fino a che, gradualmente, non saranno tutti sottoterra, divorati dai vermi. Julio, il mio vecchio padre, Tanya, mamma e Maria. Finiranno tutti carcasse e solo allora avrò il coraggio di affrontare tutto questo.

Schivo la doccia, mi lascio cadere a letto. Una, due, tre pillole scivolano giù per l’esofago.

Inizio a dimenticare quello che ho fatto stanotte, scivola tutto via, come se non fosse successo.

Mi addormento. Un incubo finisce, un altro inizia.

 

 

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