Terminal

 

La tazza del cesso è incrostata di muffa e merda.

Quando il primo getto di vomito mi esce dalla gola riesco a vedere la sporcizia ammiccarmi da meno di due centimetri. Lo sbocco esce acido, pezzi di cibo mi sfondano le tonsille. Schizzi d’acqua sulla faccia.

Vedo tre delle cinque pastiglie che ho ingoiato assieme a pezzi di hot dog e pizza al salamino masticati galleggiare nell’acqua.

La mia mano trema, tento di tirare lo sciacquone ma vomito ancora.

Lo sforzo è talmente forte che per un secondo ho paura che il mio esofago abbia un prolasso e mi esca dalla bocca.

Le altre pasticche escono e si tuffano assieme all’altra merda dentro l’acqua del cesso.

Rimango con la fronte appoggiata sulla ceramica lercia, incapace di muovermi.

La tentazione di ripescare le capsule dal vomito è forte.

Mi alzo sudando freddo, fatico a mantenermi in equilibrio.

Quando tiro lo sciacquone, mi appoggio sul pulsante con tutto il peso del mio corpo. Non l’avessi fatto sarei crollato a terra. L’immagine di me stesso con una commozione cerebrale sul pavimento di un cesso di ospedale per aver perso la stabilità delle gambe è fissa nella mia testa. Questo mi tiene sveglio. Nessuno vuole farsi trovare mezzo morto in un posto dove la gente piscia e caca ovunque, tranne che nella tazza.

Metto la testa sotto l’acqua del lavandino, questo mi fa riprendere. Devo tornare da mamma. Infilo una gomma nelle fauci assieme ad un altro paio di pasticche. Mangerò qualcosa più tardi. Mi serve un caffè.

Salgo le scale fino al reparto, le gambe si muovono da sole, fino alla stanza senza rendermene conto, come un sonnambulo. Saluto gli infermieri del turno. Ormai mi conoscono anche se non abbiamo mai detto nulla di più oltre “come si sente oggi?”, “Ha mangiato?” e “Per favore aumentatele la morfina, soffre come un cane”.

Sospiro prima di entrare nella stanza, distendo un sorriso.

Mamma ha perso buona parte del suo peso, mentre dormiva le è scivolato il fazzoletto che si ostina a tenere in testa. Le saranno rimasti forse dieci, ostinati capelli, posso contarle i nei sullo scalpo. Gli occhi infossati, i pochi denti rimasti fanno capolino dalle labbra screpolate.

Apre un attimo gli occhi “Joey” mi sorride.

“Come stai oggi, mamma?” dico avvicinandomi. Mi siedo accanto al letto, le prendo la mano.

Lei manda un sospiro, come fosse sollevata. “Non lavori oggi?” mormora.

“Sono appena tornato, non c’è problema, mamma”

Non mi sono mosso dall’ospedale da due settimane. Non credo che mamma si renda conto del passare del tempo. Mi cambio in macchina e mi lavo nei bagni degli ospiti. Non ce la faccio a lasciarla sola. Yeleshev ha detto che per lui è ok. Yeleshev capisce. Yeleshev le paga delle cure dignitose. Anche Yeleshev ha perso la sua mamma per il cancro.

“Ti annoierai a morte, sei sciupato, bimbo” tenta di scrutarmi. Una volta mamma riusciva a capire se avevo mangiato troppe schifezze solo guardandomi. Trucchi da mamma. “Hai mangiato qualcosa?”

Annuisco, pensando alla merda che ho scaricato nel cesso. Che dovrei dirle? Si mamma, ho una gomma e due Valium giù in gola, a patto che riesca a tenerle giù.

“Ti serve una brava ragazza, non ti sistemi mai, Joey.” Un tentativo di rimprovero, lo dice ridendo. Distolgo lo sguardo dai pochi denti rimasti.

“Non è facile trovarne una giusta, sai come sono” senza rendermene conto arrossisco.

“So come sei tu, Joey” mi risponde. Fa una pausa. Mi perdo ad ascoltare il suo respiro. Si addormenta.

Passa una mezz’ora. Mamma apre di nuovo gli occhi “Joey” mi sorride.

Le accarezzo il viso “Ciao mamma. Hai dormito bene?”. Lei annuisce.

“Ho sete”

Le verso dell’acqua, le appoggio la cannuccia alle labbra. Lei succhia piano, le sue labbra si accartocciano come stagnola. Fatica a fare perfino questo. Cerco di non piangere.

Appena smette di bere chiude gli occhi, come per assaporare. Sto all’erta perché non soffochi. Si addormenta piacevolmente. Approfitto per andare a prendere qualcosa alle macchinette. Mi faccio un espresso e un Twix. Gli zuccheri mi danno la botta che mi serve per riprendermi.

Quando torno alla stanza non sono solo. La ragazza nella stanza di mamma sta piangendo. La prima cosa che noto è una grossa cicatrice sulla guancia, poi il naso storto, probabilmente rotto chissà quando. Non noto il nuovo colore di capelli, non noto quanto sia cresciuta, non noto le lacrime o i vestiti presi dal peggior spaccio. Quello che noto della mia sorellastra è che è sfregiata.

“Maria” dico, non senza una certa sorpresa. Non la vedo da anni.

Lei si volta, è sorpresa, spaventata. Le mani le tremano. Sono mani screpolate, con macchie di nicotina.

“Joey…”la sua voce lascia trasparire una punta di disgusto. “Non pensavo fossi ancora qui”

“Non me ne sono mai andato” mi avvicino, le metto una mano sulla schiena. Dio sa se mi è mancata.

“Quanto le resta?” chiede, la sua voce è monocorde.

“Minuti come settimane. Io sono sempre qui” le dico.

Mamma in quel momento apre gli occhi. Mi sorride, come sempre “Joey, sei tornato.”

Annuisco. Lei nota Maria, ci mette un momento per riconoscerla “Bambolina” Mamma diventa raggiante, si illumina di vita, alza le braccia “Maria, tesoro, vieni qui…Sei tornata” Mamma sta per piangere. Il battito cardiaco inizia a correre di emozione in un beep beep beep che altrimenti sarebbe preoccupante.

Le labbra di Maria tremano. Sembra stia per dire qualcosa. I suoi occhi si riempiono di lacrime, diventa paonazza.

Non faccio in tempo a rendermene conto. Maria scatta in avanti, le braccia protese in avanti.

Grida.

Vedo le sue mani andare verso il collo di mamma. Lo afferrano, stringono.

“TU! TU! TU NON L’HAI MAI FERMATO! TU! MALEDETTA!” Il battito cardiaco diventa ancora più forte. Il beep arriva a livello di allarme rosso. Quel suono che senti nei serial ospedalieri che preannunciano il collasso del paziente.

Il paziente è mamma e sta diventando cianotica. Le mani di Maria stringono con più forza. Piange e singhiozza. Mamma è sorpresa, non capisce, non reagisce. Scatto verso mia sorella. La prendo da dietro e la spingo via. Lei molla la presa senza troppa resistenza. Cadiamo entrambi per terra.

Sbatto la testa sul linoleum. Non aspetto e mi rialzo nonostante non abbia alcun equilibrio. Mi metto fra mamma e Maria. Mamma tossisce forte, cerca di prendere fiato. Mentre tengo d’occhio Maria che tenta di alzarsi, vedo mamma riprendere un colorito umano. Si china a lato e vomita.

“Maria” geme mamma “Perché?” e scoppia a piangere. Fra poco si riaddormenterà.

“Fatti da parte, Joey, tu non puoi capire” mi sibila Maria. Mi rendo conto ora che è brutalmente ubriaca. Fatica a stare in piedi “Lei stava a guardare mentre papà faceva quello che voleva” ringhia.

“Tuo padre la imbottiva di tranquillanti! Che cazzo ti aspetti? È tua madre, per dio!” mi rendo conto di star gridando. Quanto potrebbe passare prima che vengano gli infermieri?

Lei sbuffa e sibila “Anche tu stavi a guardare, bastardo” punta l’indice contro di me.

“Mi sarei dovuta portare dietro un pugnale e ficcarvelo nel cuore ad entrambi” grida prima di scoppiare a piangere.

Faccio un passo avanti. A che servirebbe dirle che vivevo fuori casa per evitare le legnate di suo padre? A che servirebbe ricordarle tutto quello che ho fatto per lei e Tanya? “Che ti è successo, Maria?” lei tira su col naso. “La vita è successa, Joey. Vedi che bella faccia che mi ritrovo?” fa passare l’indice sulla cicatrice che le gira dalla narice sinistra fino al lato della bocca. “La vita, Joey. Tu che facevi? Se ti interessava perché non mi hai cercato?  Perché non hai impedito a Diego Ochoa di sfregiare tua sorella? Dov’eri? A farti e giocare al gangster coi tuoi amici di merda? Risparmiamela”

Rimaniamo in stallo per qualche secondo. Non so che dirle, non so da dove cominciare. Il battito di mamma è stabile “Sono qui ora. Per impedirti di fare qualcosa di cui potresti pentirti. Non ti serve anche questo” Le mie scuse muoiono in gola. Il fratello Joey cede il posto a Joey Comrade. Non vedo più mia sorella. Vedo un’estranea che potrei mandare a sanguinare sul pavimento in un decimo di secondo se solo provasse a fare una mossa contro mamma. Mamma apre gli occhi “Maria…Amore mio, vieni qui.” La sua voce è arrochita. Ha già i segni delle dita della figlia sul collo. Sarà dura spiegarla agli infermieri.

Maria rimane interdetta per un momento. Non è come se l’era immaginata. “Andate all’inferno entrambi.” Sibila prima di scappare fuori dalla porta. Mamma la segue con lo sguardo. Le sue mani scheletriche rimangono protese verso di lei. Quando Maria esce sbattendo la porta, mamma perde di nuovo le forze. Singhiozza in silenzio.

Mi volto verso di lei, le sue lacrime scendono lente fra le rughe. Le asciugo con un Kleenex.

“Mi dispiace mamma…Maria è…” riesco a mormorare. Lei mi sorride “Maria è tanto cara. Dovremmo fare un’altra gita tutti assieme a Los Angeles, ti ricordi? Ci siamo divertiti vero? Solo noi”

“Si mamma. Dovremmo rifarlo presto.” La gola mi si stringe. Non posso piangere. Joey Comrade non piange. Ho pianto abbastanza.

“Mi fa male la gola, Joey” mormora.

“Ora ti passa, bevi un sorso, ti va?” le porgo il bicchiere.

“Joey, mi leggeresti un po’?” mi chiede dopo aver bevuto un po’ d’acqua.

Mi schiarisco la voce “Ti va bene Tolkien?”

Lei si limita a sorridermi.

Inizio a leggerle “Lo Hobbit” meglio che posso. Lei ascolta e chiude gli occhi. Non arriva mai oltre pagina tre, ma le ho sempre letto finché le corde vocali non iniziavano a farmi male. Cerco di convincermi che potrebbe farle fare bei sogni.

I tre troll si tramutano in pietra all’alba e mi addormento anche io.

Sogno di essere di nuovo ragazzino, Papà Julio è scappato qualche mese fa. Mamma è di nuovo sola e tenta di riprendersi dal Valium. Siamo di nuovo con le pezze al culo. Non so come, mamma si è procurata i soldi per portarci al Disneyland Resort di Los Angeles. Siamo entrati di prima mattina. Tanya si è fissata che vuole salire su Pirati dei Caraibi. Maria la prende in giro perché si spaventa quando arriviamo a metà e vuole scendere. Mamma ci compra i berretti e io mi vergogno a portarlo. Il teppistello che è in me scompare e io voglio farmi una foto con Paperino. Paperino mi abbraccia e vorrei scoppiare in lacrime. Voglio a tutti i costi scattare una foto a Maria e Tanya con Cip e Ciop. Mamma mi dice di stare attento a non far cadere la macchina fotografica. Facciamo pochi giri in giostra. Mamma non se la sente. Non voglio che stia sola mentre noi siamo sulle giostre e rinuncio alle montagne russe prevedendo già quanto mi sfotteranno i ragazzi a Crusade. Maria, anche questa volta, cade e si sbuccia un ginocchio. Piange. Mamma la prende in braccio nonostante la schiena e la calma. Tanya da sotto la rimprovera “Sei sempre la solita piagnona. Io e Joey non vogliamo piagnone. Vero?” Io rido, ride mamma, ridiamo tutti. Quando siamo in albergo, tutti e quattro in un lettone unico, mamma dorme già. Io, Tanya e Maria, come allora, promettiamo che staremo sempre insieme, che aiuteremo mamma, che andrà tutto bene. Anche questa volta, come allora, mamma ha gli occhi socchiusi e mi sorride ammiccando.

È stato il momento più felice della mia vita.

Un fischio continuo mi sveglia.

Alzo la testa dal letto di mamma.

Il battito cardiaco è assente.

Mamma se n’è andata, lasciandosi un sorriso riposato sulle sue labbra.

 

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