Deep Diggin’

Quando mi sveglio non sono solo.

Ho ancora i vestiti della sera prima, quelli con cui ho seppellito mamma.

Yeleshev in persona sta passeggiando con maniera nervosa nella stanza. Lo vedo fissarmi.

Fingo di dormire ancora un po’, spero se ne vada, spero non si sia accorto che sono sveglio.

Forse è tutto un sogno.

Lo sento avvicinarsi al letto. Il suo respiro si fa pesante.

So cosa sta per succedere, ma non mi importa.

Tengo gli occhi chiusi mentre mi afferra per la camicia. Sento il tessuto strapparsi.

Mi solleva.

Mi scaraventa verso il muro.

Colpisco la parete con la schiena. Frano in mezzo a vestiti sporchi e bottiglie vuote.

Non riesco a trattenere un gemito di dolore.

“Svegliati pezzo di merda” ringhia il mio capo. Non posso più fingere. Devo tirarmi in piedi.

“Non potevi chiamare al cellulare?” riesco a dire io. Mi sento stordito, ho tremori ovunque. Credo mi serva una pasticca.

“Sono tre fottuti giorni che ti chiamiamo, tossico del cazzo. Stamattina mi ha risposto un povero bastardo portoricano che mi ha detto di scoparmi mia madre. Frequenti mangia tortillas ora, Joey?” la sua faccia è livida. Tiene il labbro inferiore fra i denti mentre mi fissa. Sento solo il suo respiro sibilare. Così incazzato l’ho visto rare volte.

“Dovevo seppellire mamma…Capo…Avevo bisogno di…” non riesco ad andare avanti, lui mi interrompe.

“Tua madre è sotto terra, fattene una ragione. Ti ho dato abbastanza tempo. Devi tornare al lavoro”

Cerco di stare in piedi, ma l’equilibrio se n’è andato in ferie con quel che resta della mia coordinazione.

“Non credo di farcela, capo. Chiedi a qualcun altro” provo a dire mentre cerco di farmi strada verso il bagno. C’è qualcosa che sta strisciando su per il mio esofago ed è necessario che la lasci libera nella tazza del cesso e non davanti al capo della Vory V Zakone di Crusade. Arrivato al bagno inciampo su una busta della spesa. Sbatto contro il mobile dei medicinali, mi aggrappo al lavandino e arrivo alla tazza quando ormai l’anguilla di pattume che ho dentro mi apre a forza le mandibole e fuoriesce in uno sbocco denso che sa di succhi gastrici e maiale.

Devo aver mangiato parecchio ieri sera. Non ricordo. Ho un black out di parecchi giorni.

Le orecchie mi fischiano mentre sento Yeleshev avvicinarsi “Non c’è rimasto nessuno, Joey. Hai sentito cosa dicono per strada? Siamo in piena crisi. Sta per succedere un mare di merda. Hanno tutti da fare”

La mia mano si avvicina tremante alla manopola dello scarico.

Sento la sua presenza dietro di me. Ho gli occhi fissi sulla poltiglia di carne mal digerita, pasticche e succhi gastrici mentre la mia mano cerca disperatamente la manopola.

Lui sarebbe capace di infilarmi la testa dentro senza pensarci due volte. L’ho visto fare di molto peggio.

Riesco a scaricare all’ultimo secondo, poi losento afferrarmi per i capelli. Mi tira la testa all’indietro.

“Ci servi. Ne farei a meno visto come sei ridotto. Ma ho solo te in questo momento” La sua faccia è talmente vicina alla mia che riesco a contare tutte le rughe, tutte le cicatrici. Mi fisso su una cicatrice sulla narice sinistra. Non ce la faccio a guardarlo negli occhi.

Annuisco, mentre sento la cute dei capelli mandarmi gridi di dolore.

“Ho bisogno di riposo, capo…” sento me stesso piagnucolare. Non vorrei piangere, ma sento che il rischio è molto vicino. In fondo al cervello sento Papà Julio gridare “Apriamo i rubinetti, il piccolo frignone vuole piangere ancora. Dovrei comprarti un vestitino, piccolo frocio”. Trattengo le lacrime.

Yeleshev mi lascia andare. “Un tuo vecchio conoscente, Camaro O’Leary, ha preso a credito un bel po’ di roba dopo averci rifilato un carico d’armi su cui era stato installato un tracciatore. Lushenko e i suoi sono tutti stati arrestati dall’ATF. Il bastardo si nasconde in qualche capannone a sud di Crusade. Convincilo ad uscire e portamelo al locale. Se mangia la foglia…” Annuisco. Ho capito. Non serve che vada oltre.

“Ti ho portato un giubbino e una Glock.” Si accende due sigarette. Una la passa a me. Riesco a fare una boccata e per un attimo mi pare di sentirmi meglio. “Non ce la faccio più” mormoro.

“Quando avrai finito vedremo di pagarti una terapia” lo dice in un sospiro.

Rimaniamo in silenzio a fumare. Yeleshev guarda verso il vuoto. Non mi degna di uno sguardo. Più che incazzato ora è affranto, deluso. È successo molto più di quanto non voglia dire e alcune cose seppur marginali riguardano me, anche se non riesco a capire in che ordine o misura.

“Fatti una doccia e cambiati. Prenditi il tuo tempo. Sembra tu ti sia rotolato in una porcilaia.” Yeleshev getta la sigaretta nel water e gira i tacchi “Devo andare. Vedi di procurarti anche un nuovo cellulare. O no. Basta che mi porti O’Leary.” Lo vedo sparire oltre la porta. Lo sento uscire.

Guardo i vestiti che ho addosso, il completo nero del funerale di mamma sporco di fango e terra. Una gamba del pantalone strappata e lisa.

Mi rialzo da terra. Allo specchio vedo uno spettro, la pelle scavata, gli occhi gialli infossati nelle orbite, la barba sfatta sporca di vomito. Labbra screpolate e denti ricoperti di tartaro e schifezze.

Mi strappo di dosso i vestiti, li butto in un angolo. Entro in doccia aprendo l’acqua che esce gelida. Lo shock termico mi sconvolge i sensi, l’istinto mi dice di uscire, ma resisto. Resisto finché non so con certezza di essere sveglio.

Monto in macchina con dei vestiti puliti, i capelli lavati e un caffè nelle budella. Non è servito a nulla.

Mi sento ancora sudicio e unto, sento ancora il tanfo di sudore e malattia che avevo attorno nei giorni scorsi.

Ho resistito alle pastiglie, ma mi sono concesso una pista di coca. Non posso farne a meno.

Il giubbotto antiproiettile mi appesantisce, non sta aderente al corpo. Mi sono reso conto di aver perso peso. Mi sento come uno scheletro a cui è stato spalmato sopra un po’ di pelle e un sistema nervoso.

Yeleshev mi ha commissionato il lavoro a malincuore, ma sa benissimo che io sono uno dei pochi che potrebbe avvicinare il Porco.

Camaro “il Porco” O’Leary è un po’ di tutto: trafficone, truffatore, ladro, pappone, assassino e soprattutto amico d’infanzia del sottoscritto.  Siamo cresciuti insieme, abbiamo riso, scherzato, litigato e pianto insieme. Ci siamo fatti le prime scopate a distanza di poco ed eravamo tutti presenti quando Redrum e il Mezzatesta hanno avuto la vita rovinata da due sbirri.

Yeleshev sa più o meno dove si nasconde il Porco. Io lo so con certezza.

42 di Churchill Way, piena zona industriale, dove c’era la vecchia sede della Crusade NeonGlass Co.Ltd. andata in malora all’incirca quando hanno impiccato il vecchio Hussein. Ricordo che il nostro vicino di allora ci lavorava. Il giorno che han fatto vedere Hussein penzolare dalla forca, Carlo Vasquez ha ammazzato moglie e due figli piccoli con un batticarne e poi si è buttato dalla finestra dopo essere stato licenziato. L’appartamento è rimasto sfitto per mesi. C’erano cervella ovunque. Hanno fatto il funerale a bara chiusa a tutta la fottuta famiglia. A quei bamboccini facevo da baby sitter, alle volte. Alla madre tenevo la porta quando tornava carica di buste. Con Carlo mi sono anche fatto un paio di birre. Balbettava sempre, Carlo, balbettava e aveva delle dita consumate da bruciature e calli. Erano brave persone, brava gente.

Mi fermo al semaforo e un ricordo mi si insinua nella testa. Mamma aveva il vestito al contrario al funerale per nascondere i segni sul collo che le aveva lasciato Maria. Dal momento in cui se n’è andata, il corpo che ha lasciato sembrava sgretolarsi a vista d’occhio. Sempre più scheletrica, sempre più rattrappita, sempre più mostruosa.

Maria era…

Maria.

Maria era presente al funerale. Sorrideva. Sorrideva con le lacrime agli occhi.

Qualcuno bussa al finestrino.

Il fottuto accattone di turno. Denti corrosi dalle metanfetamine, quaranta cappotti uno sopra l’altro, il cartello che sorregge dice “Offerta per un veterano senza casa”. I suoi occhi rossastri mi guardano senza troppa speranza di una mancia. Mi sembra quasi di percepire l’odore di carcassa che si porta dietro.

Mi volto a fissarlo, non ho ancora deciso se dargli un paio di quarti che mi stanno appesantendo la giacca.

Lui indietreggia quando i nostri occhi si incrociano. Le palpebre si spalancano e gira i tacchi.

Sembra abbia visto un fantasma.

Scatta il verde e subito qualcuno dietro di me suona il clacson.

Parto sgommando. Bestemmio e maledico l’impaziente figlio di puttana dietro di me.

La macchina puzza.

Qualcosa deve essere finito nell’impianto di climatizzazione. Qualcosa che sta marcendo nelle viscere del mezzo impregnando di merda tutto l’abitacolo. Inizio ad avere la nausea. Spengo il riscaldamento e abbasso i finestrini. L’aria pungente mi schiaffeggia piacevolmente la faccia mentre entro in zona industriale.

Maria era sola al funerale. Se n’è stata nelle ultime file fino a che non siamo arrivati al cimitero. Ha aspettato che venisse fatto il funerale. Ha aspettato che tutti se ne fossero andati. Ha aspettato che fossimo soli. Continuava a fissarmi durante tutta la predica e le altre stronzate che il prete diceva.

Fottuti protestanti con la loro retorica del cazzo.

Mi pare di sentire il suo sguardo fissarmi anche ora.

Arrivo davanti alla CRUSADE NEON GLASS CO. Dell’insegna sono rimaste solo alcune lettere: ___SAD_ __O__LASS_CO. Non so se sia stato il Porco o semplicemente una coincidenza. Non mi interessa.

I tossici chiamano questo posto The Market.

Passo oltre il cancello e l’accattone che passeggia avanti e indietro con il carrello della spesa pieno di ferri vecchi e bottiglie appena mi vede inizia a cantare a squarciagola.

“Weee’ll Meet Agaaaain, Dont’ Know Wheeereee, Don’t Knoooow Wheeeereee…”.

Mi avvicino.

“C’è Camaro?”

Ovviamente c’è. Non esce da questo posto. Immagino già un fucile legato al pomello della porta, taniche di benzina e chissà che altro.

“Aaah giovane, il vecchio Donnie non sa di che parli, il vecchio Donnie raccatta e aiuta col riciclo! Si, Il vecchio Donnie non conosce nessuno” brontola l’accattone. Puzza di piscio e vino rinforzato.

Spinge ancora il carrello e parte di nuovo a cantare.

“Buut I Know Weee’ll Meeet AGAAAIIINNN…SOME SUUUNNY DAAAY!”

Gli faccio balenare un pezzo da venti sotto i baffi da tricheco.

Lui li afferra e se li intasca.

“Il vecchio Donnie dice che tu puoi entrare. Ma non sa mica a quelli dentro se gli vai a genio. Il vecchio Donnie leva le tende. Quelli non vogliono nessuno, ma danno sempre la medicina a Donnie in ritardo”

Il vecchio Donnie smette di cantare e si allontana con il suo carrello.

Classici espedienti da Camaro. Mi pare di vederlo dare un posto nel sottoscala a un branco di barboni fornendoli di roba tagliata male in cambio di un minimo di sicurezza. Sicuramente il vecchio Donnie che non sa nulla si è messo a cantare per avvertire il Porco che c’era qualcuno alla porta.

L’unica falla dello sfruttare i disperati è che basta giocare al rialzo.

Arrivo alla porta, c’è una telecamera piazzata in alto alla mia destra.

Fisso l’obiettivo e saluto. Cerco di sorridere. La Glock infilata nei pantaloni mi batte sulla schiena.

Sento lo scatto elettrico e la porta si sblocca. La spingo verso l’interno.

Non succede nulla.

Entro.

Tutto il posto è avvolto in una penombra polverosa, c’è odore di benzina e di bruciato, senza contare il piscio e il cibo andato a male.

Parte del capannone è stato convertito a baraccopoli. Vedo due paia di occhi fissarmi da un falò improvvisato. Sono ostili, spaventati, probabilmente strafatti. Cerco di ignorarli.

Sulla parete alla mia destra c’è una scritta a caratteri cubitali:

“NON C’è ALCUN DIO, E IL CAOS è IL SUO PROFETA”

Mi faccio avanti verso la scala che porta agli uffici dove abita Camaro da qualche tempo.

Non mi ha ancora accolto ed è già un cattivo segno. Si aspetta visite.

Vedo un paio di figure alle finestre, immobili.

Credo siano armate.

Non è solo.

Salgo le scale di metallo, i miei passi rieccheggiano nel capannone.

In tutto il posto c’è un silenzio orribile, assordante.

Mi fa ricordare ancora il giorno del funerale di mamma, si era fatto buio, ed eravamo rimasti io e Maria di fronte alla tomba.

La sua faccia sfregiata per chissà quale stronzata. Il viso della mia sorellina rovinato da un qualsiasi coglione chiamato Diego Ochoa.

Lei mi fissava, io aspettavo che lei dicesse qualcosa.

Speravo ci potessimo riconciliare.

Si è avvicinata al tumulo, si è messa a qualche passo di distanza da me. Ricordo le sue mani infilarsi sotto la gonna.

Un paio di mutandine lise le sono scivolate alle caviglie.

Mi ha sorriso, con cattiveria.

Lei ha alzato la gonna e si è piegata sulle ginocchia.

Le ho visto l’inguine, ho visto una cicatrice da cesareo sopra il pube. Le sue dita hanno spalancato le labbra.

Maria ha iniziato a pisciare sul tumulo di mamma. Lo ha fatto senza distogliere lo sguardo da me.

Quello che è successo poi è successo in un istante.

Una voce dall’interno dell’ufficio mi riporta alla realtà mentre sto per girare la maniglia.

“Cristo sta fermo, Comrad! Un attimo solo.” È Camaro.

Lo sento trafficare oltre la porta. Poi la porta si apre.

Camaro O’Leary, faccia con due occhiaie da antologia a cerchiargli occhi azzurri da faina. Sorride in maniera nevrotica “Hey hey hey, il vecchio Joey! Come va oltre cortina? Tutto bene?” parla ad una velocità preoccupante. È nervoso, fuori giri, probabilmente strafatto.

Vedo oltre la sua spalla, come previsto, una doppietta da caccia fissata su di uno sgabello, il grilletto fissato ad un cavo che era assicurato alla porta. Avessi girato la maniglia sarei volato giù dalle scale. Giubbotto antiproiettile o no avrei fatto un volo fino al piano terra che mi avrebbe spezzato la schiena.

Le persone che vedevo alle finestre sono due manichini nudi. Con due M60 fissati al petto.

Non faccio in tempo a rispondere a Camaro. Lui manda avanti il discorso per me “Mi spiace molto per tua mamma, volevo venire al funerale, ma come vedi – ride – ho il mio bel da fare. Ti ricordi quando ci faceva i panini quando giocavamo da te? Tonno, maionese, cipolle e cetrioli. Cazzo se erano buoni.”

Camaro mi mette una mano attorno alla spalla, cerco di sembrare rilassato, ma non lo sono. Temo che senta il giubbotto antiproiettile e capisca. “Grazie, Camaro, lo apprezzo davvero. Avevo bisogno di vedere una faccia amica. Rilassarmi, capisci?” gli rispondo. Vorrei dire a me stesso che sto mentendo, ma non è così. Non del tutto. Mamma trovava Camaro molto buffo. Non le dispiaceva avere i miei amici per casa, a differenza dei genitori di Camaro o, dio ce ne scampi, del padre di Redrum.

“Beh, buon comunistoide fottuto, questo richiede una bevuta. Scusa per la pessima scelta, ma forse ho solo del Jameson dimmerda da offrirti. Ho un po’ di coca se ne vuoi” Sorride a tutta dentiera. Ha denti enormi, come quelli di un cavallo. Quando sorride sembra che la testa si restringa per far posto a quelle fauci da caimano. “Prendo entrambi, Camaro, grazie.” Lui annuisce soddisfatto. Lo vedo voltarsi e iniziare a trafficare in un armadietto pieno di roba ammucchiata a caso.

Ce l’ho di spalle, o adesso o mai più.

“A proposito, sai che fine hanno fatto gli altri del gruppo?” gli chiedo prendendo tempo. Avvicino la mano alla pistola. Tolgo la sicura.

“Merda, Bob è pieno di debiti, mentre Redrum è sparito. Dicono sia impazzito e sia diventato una specie di maniaco omicida. Io dico che l’ha preso il Macellaio. Karl divide ancora l’appartamento con quel figlio di puttana di Raoul Blades Stone. Quel tizio mi odia. Salty dicono lo cerchino gli uomini del Macellaio per non so che motivo.” Estraggo la pistola. Tolgo la sicura.

“Oh, e il Mezzatesta?” chiedo alzando la canna verso la sua schiena.

“Il Mezzatesta ce l’hai dietro” risponde Camaro.

La mia testa non fa in tempo a voltarsi che sento una fitta lancinante al fianco. Acciaio freddo mi entra dentro, a fondo. Il mio corpo va in shock. La pistola mi cade dalle mani. Sento una mano cingermi il collo.

“Shh, shh, Joey, ora passa” Riesco a vedere la testa mezza rasata di Jimbo. Ha gli occhi pieni di lacrime. Mi tiene stretto.

Il dolore si fa sempre più acuto. Lui mi mette la mano sulla bocca mentre Camaro si volta. Ha in mano un coltello da caccia.

“Niente di personale, Comrade. Il tuo babbo adottivo e io non andiamo troppo d’accordo.”

Sento le gambe cedermi, inizio a crollare a terra. Jimbo preme con la lama verso l’alto, tenendomi in piedi. Sento la parte affilata grattare sull’osso. Vorrei vomitare. Camaro si avvicina facendo saltare il coltello da una mano all’altra “Oh, col cazzo, invece è personale! Mi stavi per sparare alla schiena figlio di puttana! Meno male che eravamo amici!” Non riesco a parlare, anche se non avessi la mano del Mezzatesta davanti non ce la farai. Il mio corpo sta mandando segnali di collasso da ogni dove.

Camaro mi arriva a meno di un palmo di distanza. “Ti ho fatto entrare perché non ero sicuro che volessi farci la festa. Avrei dovuto spararti dall’ufficio, senza pensarci.” Jimbo, dietro di me, blocca il Porco “Camaro, per piacere, facciamola finita” lo sento piangere. Che cazzo gli è successo a Jimbo?!

Camaro annuisce “Ogni tanto mezza cosa giusta la dici” e poi fa vibrare la lama davanti alla mia faccia.

Sento una fitta lancinante al collo, simile a quando ci si taglia con la carta. Istintivamente mi porto la mano al collo e vengo a contatto con un liquido caldo e viscoso. Stringo le dita attorno al collo e il medio entra nella ferita. Sento con i polpastrelli un sacco di cose mollicce e lacerate. Cado in ginocchio.

“Ti potevamo sparare, faccia di merda” sbraita Camaro. “Forse se preghi succede il miracolo. JIMBO!” Vedo Jimbo caricarsi dei borsoni sulle spalle e seguire Camaro fuori dalla porta. Scompaiono dalla mia vista.

Rimango solo nell’ufficio del Porco. Non riesco a reggermi in piedi. Il sangue mi sta impregnando i vestiti. Le mie mani sono bagnaticce e scivolose. Provo a trascinarmi alla scrivania. Afferro un telefono e me lo tiro addosso. Compongo il 911 mentre la vista mi si annebbia.

Dall’altra parte una voce di donna risponde “911 qual è l’emergenza”

Provo a gridare aiuto, ma non esce alcun suono. Solo un sordo gracchiare accompagnato da degli schizzi di sangue.

“La prego può dirci l’emergenza?” chiede di nuovo la voce dall’altro lato.

Dalla mia bocca esce solo un altro gorgoglio. Mi accascio a terra.

È stato tutto troppo veloce.

Lei stava pisciando sulla tomba di mamma, rideva soddisfatta. Mi stava sfidando.

Ho agito d’istinto.

Mi sono buttato su di lei per spingerla via. Non ero in me, non ero lucido.

Siamo caduti nella terra fresca uno sopra l’altro.

Lei ha mandato un grido. Mi ha insultato. Ha iniziato a graffiarmi, le sue unghie mi penetravano nella carne.

Io l’ho schiaffeggiata.

No, i palmi erano chiusi.

L’ho presa a pugni.

Le ho rotto uno zigomo.

Lei mi ha tirato una ginocchiata nelle palle per liberarsi e si è allontanata strisciando, smuovendo altra terra. Ho sentito il fiato mancarmi e la rabbia farsi avanti. L’ho afferrata per la caviglia tirandola di nuovo verso di me. La gonna si è alzata mostrandomi di nuovo i suoi genitali. Eravamo entrambi sporchi di terra e fango. Lei ha ricominciato a schiaffeggiarmi. Io ho risposto con un diretto nei denti, poi un altro. L’altra mia mano l’ha afferrata nella coscia e poi ha stretto l’inguine con forza. La volevo morta. Le volevo far schizzare il cervello da quella sua testa di cazzo. Il terzo diretto le ha fatto cadere gli incisivi. Le mie nocche si sono lacerate con le schegge di denti. L’ho afferrata per i capelli. Lei mi ha artigliato il braccio. Gridava, sputando sangue.

Ho sbattuto con violenza la testa di Maria sulla lapide di mamma. Lei, solo in quel momento ha lasciato andare la presa. Le sono crollato sopra.

Ho iniziato a piangere e singhiozzare. Ha smesso di respirare. Non si muoveva più.

La tengo stretta a me. Maria, la mia sorellina, è morta. Le ho sfasciato la testa contro la tomba di mia madre.

Le ho parlato come se fosse ancora viva mentre la portavo alla macchina.

Le dicevo che era tutto ok, che ora l’avrei portata all’ospedale, che non era successo nulla di grave. Le ho detto che le volevo bene, è normale litigare. Litigavamo spesso da bambini, ma ci volevamo bene, vero? Hey, Maria, non sapevo avessi avuto un figlio! Sono zio, quindi? Come si chiama? È un lui o una lei? Ci potevo badare io mentre lei si riprendeva. Certo, ero lo zio. Ti sei fatta donna, Maria, sei bellissima, lo sai? Possiamo trovare un chirurgo per le cicatrici. Dovresti trovarti un brav’uomo, Maria. Sarei un bravo cognato, lo prometto. Maria. Ora devi dormire un po’. Ti metto nel bagagliaio per un attimo. Ti tirerò fuori presto, davvero. E starai bene. Staremo tutti bene. Maria…sei così bella. Ti voglio bene.

L’ho gettata nel bagagliaio e lì è rimasta.

Ho ingoiato una manciata di pillole e sono andato in black out.

Ricordo solo di aver aperto il bagagliaio una volta arrivato a casa.

Ci penserò domani, ho detto. Ora sono stanco.

Ho chiuso il bagagliaio e sono salito a farmi una sega per addormentarmi.

Mentre venivo ricordo di aver pensato al suo inguine sporco di terra e fango.

Mi sono giustificato con me stesso dicendo che probabilmente era solo un incubo. Un ennesimo orribile incubo.

CODA: For Old Time sake.

Sto quasi per perdere i sensi stringendo ancora la cornetta. La ragazza del 911 continua a sbraitare dicendo di stare al telefono che stanno arrivando. Di cercare di dirle qualcosa, di aiutarli a rintracciarmi.

Sento che il sangue sta iniziando a scorrere più lentamente. La vista si sta annebbiando.

“Joey, amico mio. Alzati.” Sento una voce familiare. Non ricordo chi sia.

Alzo lo sguardo. Tutto quello che riesco a vedere è che la figura mi sorride.

Il suo sorriso è argenteo, metallico.

Mi sento sollevare.

“Stephen…” cerco di dire. Esce solo un gorgoglio rasposo.

“Shhhh” mi fa lui. “Shhh. Dormi ora, parleremo dopo”

Perdo i sensi.

Sprofondo in un mare di orrore