Nostalgic

“Guarda qua: stragi, sparatorie, decapitazioni, guerre fra bande. Ma ti sembra normale una situazione simile? Dimmelo tu che sei più giovane” Il caporedattore si dondola nervoso sulla sedia del suo ufficio. Non distoglie gli occhi dai ritagli di giornale.

“Quella città non è nuova a questo tipo di notizie. Insomma…non è mai stata troppo adatta a viverci” gli rispondo. Stiamo parlando di Crusade, quella che il Washington post ha recentemente definito “Il mattatoio d’America”.

“Guarda qua. Degli agenti federali trovano il cadavere di un ragazzino dietro un muro dei bagni del World Royale Shopping Center, le tensioni fra bande criminali stanno causando scontri armati in pieno centro, l’azienda farmaceutica Heartwork inc. è sotto inchiesta strettamente riservata. Riservata? E noi di che scriviamo?” la prima pagina mostra la cruda foto di un cadavere avvolto nella plastica trasportato fuori dal World Royale Shopping Center. A scortare gli uomini della scientifica, i due agenti Emerson e Segarra. Il mio caporedattore, il signor Lucius, mi butta davanti il TIME. Il titolo è emblematico: “Furfanti, Fanfaroni e Fanatici” la faccia del sindaco Jack Palancio sulla copertina con alle spalle un fotomontaggio di affaristi Heartwork in manette, vittime di recenti sparatorie e la scritta “Non c’è alcun Dio e il Caos è il suo profeta”. Il sottotitolo non lascia dubbi “Crusade, California, è la Detroit della West Coast? Secondo Palancio la situazione è sotto controllo, ma i cittadini vivono nell’orrore – Reportage all’interno”

Rimaniamo un momento in silenzio. Lucius è un uomo basso e tozzo, sulla soglia della pensione, capelli radi e occhi vispi. Mastica pensieroso la stanghetta degli occhiali mentre guarda altri titoli.

“Il problema è che tutte queste notizie non dicono nulla di interessante per il lettore. Violenza, sangue, morte. Ormai sembra tutto così nella norma. Al lettore è tutto indifferente.” Il vecchio giornalista di fronte a me sospira. Butta tutto sulla scrivania. Sono entrata a far parte della redazione del Pacific Insider come cronista da un paio d’anni e non abbiamo mai discusso di Crusade. Ora, immagino che Lucius abbia avuto una folgorazione, per questo mi ha convocata.

“Forse è solo come sono scritti i pezzi, forse il contesto. Insomma, nemmeno le violenze a Detroit fanno più notizia.” Provo ad ipotizzare.

Lucius scuote la testa “No, cazzo, il problema è che tutti questi imbrattacarte escono da sotto i loro buchi e vanno a Crusade e fanno tutti lo stesso discorso: Crusade è merda, fa schifo, questo posto non è America, non ci andate, prendete la I15 e tagliate direttamente verso Los Angeles. Non c’è speranza per questo posto. Qualsiasi ghetto fottuto dove vivete, cari lettori, è meglio di questo merdaio. Perdona i francesismi, Linda” Sorrido dicendo che non fa nulla. Come sempre, da due anni a questa parte, lo lascio continuare.

“Quello che ci serve, Linda, è uno sguardo diverso. Serve qualcuno che mostri che quel posto ha dei problemi, ma non è irrecuperabile. Qui leggo solo “chi”, “dove”, “cosa”, “quando” e “come”, ma non vedo un perché. Leggo satanisti e cultisti, ma non vedo cosa ha creato questi movimenti. Leggo di russi, Latin Kings e mangiaspaghetti spararsi, ma non c’è una causa scatenante e soprattutto vedo un’indagine mastodontica sull’azienda che produce l’insulina per mia figlia e non vedo il maledetto motivo perché la stanno mettendo in atto.”

Lascia il discorso in aria, Lucius. Non ha fegato di chiedermelo, ma freme dal desiderio.

“Ti servirebbe una persona del posto, immagino” accenno io. Lui si illumina

“Esattamente, Linda! Qualcuno che ci sia nato e cresciuto, qualcuno che abbia un’idea di che posto sia e soprattutto qualcuno che riesca a parlare con quella gente.”

Si aspetta che io dica che, si, sono nata a Crusade, California, e ci sono rimasta fino a 14 anni. Lo sa benissimo, ha il mio Curriculum Vitae da qualche parte in quella pattumiera di archivio.

“Immagino che questa persona dovrebbe essere un membro della tua redazione, magari con una spiccata professionalità ed esperienza in zone difficili. Giusto?”

Lucius annuisce, incrocia le dita davanti al petto. È soddisfatto. Quando uscirò di qui tirerà fuori la sua dannata pipa e si metterà a impestare l’ufficio di fumo.

“Una giornalista di nome Linda che sarà spesata di tutto e avrà carta bianca?”

“Bianca come la neve, figliola” mi sorride.

“E un 25% per cento di extra?” alzo il tiro sfidandolo.

Lucius smette di dondolarsi, sospira “Lo sapevo…E va bene. Solo perché sei tu”

“Sei splendido, grazie!” gli dico.

Lucius ha voluto che partissi immediatamente, col volo delle 5 di mattina. Ho un’auto a noleggio pronta fuori dall’aeroporto e una stanza prenotata in centro. Ho passato la serata a preparare il bagaglio e a litigare con Audrey al telefono.

Voleva passassimo il fine settimana insieme. Ha continuato a ripetere che mi sarei fatta ammazzare, che dovevo rifiutarlo questo dannato pezzo. Quando ha detto che quel buco di merda doveva bruciare e basta coi suoi abitanti le ho chiuso la chiamata in faccia e ho gettato il telefono lontano. Non so dire se fosse rancore o se avesse effettivamente dimenticato che vengo da lì. Non mi importa. È la stessa sgradevole sensazione che ho provato quando leggevo i titoli in ufficio. Per quanto sia un posto di merda è sempre da dove vengo. Sentire fighetti del Washington Post o del USA Today o, ancor peggio, la ragazza con cui mi frequento, auspicare una catastrofe naturale per ridurre in macerie la città di Crusade non mi va molto a genio.

Ora capisco perché Lucius mi ha affidato il lavoro.

Durante il volo Portland – Los Angeles devo aver dormito della grossa. Ho aperto gli occhi solo per trangugiare la colazione sintetica offerta dalle hostess sperando che non prendesse vita nel mio stomaco, affamata di vendetta. Quando siamo atterrati, bagaglio a mano al mio fianco, ho pistato fino all’autonoleggio per ritirare la Ford che il buon Lucius mi ha riservato. Prima di partire mi fermo un secondo per riaccendere il cellulare e inviare a Lucius un messaggio per dirgli che è tutto ok. In segreteria ci sono un paio di messaggi di Audrey. Non voglio ascoltarli, non ora. Non mi va di litigare o discutere.

Mi lascio Los Angeles alle spalle sulla I15 verso Crusade. Il viaggio è piatto e noioso. La radio prende solo qualche stazione. Quella che si sente più chiaramente trasmette un pastore evangelista che grida con voce squillante: “…Io vi dico, fratelli, che la battaglia fra il bene e il male è ORA! Il grande drago rosso e la bestia venuta dal mare sono su di noi! Non lasciatevi tentare, fratelli, dalle promesse delle loro spie! Dicono che Dio non esiste! La scienza è figlia del demonio fratelli! Ma dio è con noi! ALLEHLUJA! Il vostro contributo per la battaglia è importante! DONATE fratelli per aiutarci a salvare le anime dai tentatori! AMEN!” Non riesco ad ascoltare oltre e spengo. Grazie a dio né mamma né papà credevano troppo alle prediche e non ho mai avuto bisogno di trovare risposte nella religione. Non quanto la zia Sally. La zia Sally, forse, aveva trovato troppe risposte in quel dannato libro. Mentre il nastro di catrame scorre sotto le ruote, la mia mente percorre a gran velocità il viale dei ricordi. In un attimo sono di nuovo lì. In fondo alla strada. A Crusade.

Ho di nuovo otto anni, i capelli tagliati a caschetto e i vestiti a gonna lunga che mamma mi obbliga a mettere ogni domenica. Ogni domenica dobbiamo andare in chiesa per accompagnare zia Sally.

Zia Sally non ha la macchina, zia Sally ha perso il marito quando ero piccola, zia Sally è, come l’ha detta sempre mamma, l’immagine sputata di nonna Amaris, che abitava nel Wyoming. Papà diceva sempre che qualsiasi cosa avessimo detto o fatto in presenza della zia, la nonna l’avrebbe saputo entro il tramonto.

Papà ogni domenica si lamenta, preferirebbe andassimo a fare una gita o pranzassimo come si deve, invece di passarla con sua cognata alla chiesa evangelista di Crusade dall’altra parte della città. Mamma ci scherza su e minimizza. Non ho mai capito del tutto perché fossimo sempre alla mercé della zia Sally.

Ogni domenica prendiamo zia Sally a casa sua e ogni domenica lei ha un lungo vestito nero. Zia Sally è rubiconda e profondamente sovrappeso. Le sue mani sono sempre sudate e calde.  Ogni volta che mi guarda, con i suoi occhi infossati, zia Sally parte con le sue sentenze: “Questa bambina mangia poco” oppure “Le devi far portare gonne più lunghe” o ancora “Questa bambina dovrebbe imparare un po’ di educazione”. Zia Sally non mi ha mai chiamata per nome, parla sempre di me come se non fossi presente o non capissi. Quando c’è lei, mamma smette di darmi attenzione. Non sono più un membro della famiglia, ma un elemento a traino. È molto che non penso a zia Sally o a quello che è successo una certa domenica prima dell’autunno.

Dopo la funzione i miei genitori sono stati invitati a pranzo da alcuni loro amici, gli Hicks.

Mentre loro sono nella sala grande io sono in cucina al tavolo dei bambini assieme al loro figlio, Willliam Hicks, per tutti Billy. Ha i capelli rossi e tantissime lentiggini, gli occhi chiari e vispi. Ora sarebbe considerato iperattivo e verrebbe imbottito di Ritalin. Ma abbiamo dieci e dodici anni ed è il 1983, ed essendo questa piccola mina vagante il primogenito degli Hicks, qualsiasi cosa faccia è un miracolo in Terra.

“Mio padre gestisce la fabbrica di neon, lo sai? Tuo padre cosa fa?” mi chiede mentre mangiamo della lasagna. Io balbetto, balbetto di brutto. Quando provo a controllarmi sento la zia Sally nella testa che dice “Questa bambina parla male, dovete portarla da uno specialista” e le cose peggiorano. “M-m-mio pa-pa-padre fa il pro-pro-professore” Billy fa una pernacchia “Papà dice che è una perdita di tempo imparare le cose, lui la fabbrica non l’ha costruita con i libri. Io sarò il quarterback dei Vultures!” mentre sento le parole su papà infilzarmi il cuore di ingenua bambinetta, lui parte a parlarmi senza sosta di schemi di attacco, di giocatori forti e di Superbowl. Quando vede che non lo sto ascoltando minimizza “Voi femmine non ne capite nulla”. Come mi ha insegnato mamma, sorrido e sono gentile. Sorrido e gli dico “S-s-s-scusami B-Billy” lui sorride e sbuffa di risposta. Ad un certo punto mi fa “Mi annoio. Vuoi vedere una cosa bella?” mi propone. “Cosa?” gli chiedo. Lui sorride con fare misterioso “Un posto infestato dai fantasmi” sussurra. Io mi illumino. Un posto stregato? Una casa? Sarebbe bellissimo. “Dove?” gli chiedo.

“In fondo alla strada c’è il palazzo dove abitava il mio amico Charlie. Ora se ne sono andati tutti perché è infestato dai fantasmi. Dicono che lì dentro ci fosse un vecchio pazzo che rubava i bambini alle madri quando erano ancora nella pancia” Io non capisco. Nessuno mi ha ancora parlato di come dovrebbero nascere i bambini. Per quanto ne so i bambini li porta la cicogna, come sui cartoni animati. Ho paura di passare da stupida e non faccio domande. “Come lo sai?” gli chiedo. Lui sorride e si avvicina “Me l’ha detto papà, tutti qui lo sanno. Quel posto è stregato. Il dottore si è impiccato nel seminterrato ma dicono che il suo fantasma sia ancora lì coi barattoli con dentro i bambini” riesco a chiedergli cosa voglia dire impiccato. Lui alza le spalle e dice, sempre col suo fare misterioso “è complicato, non capiresti. Allora, vuoi che andiamo a vedere?” mi chiede eccitato. Io dico subito di sì, senza tartagliare. Sarebbe come una puntata di Scooby Doo, diavolo, anche meglio! Senza dire niente usciamo dalla porta della cucina e seguo Billy lungo la strada piena di villette. Fa freddo. Chiedo se possiamo tornare indietro a prendere i giacconi “Così ci scoprono! Dai, non fare la femminuccia” mi tappo la bocca e non faccio la femminuccia. Cerco anche di non battere i denti mentre lui mi racconta, con la voce di chi la sa lunga, di come nello scantinato ci siano ancora i barattoli e che, se ci vai di notte, puoi vedere il dottore tutto marcito, con gli occhi fuori dalle orbite pronto a farti fuori. Il palazzo di cui Billy ha parlato è un edificio a tre piani con le finestre sbarrate e carta di giornale attaccata sulle vetrine della tavola calda al piano terra. “Papà qui mi comprava il gelato.” Si limita a dire Billy. Di colpo sembra che non passi più nessuna macchina, c’è solo il silenzio.

Sento le gambe farsi di gelatina. La paura si chiude sui miei pensieri come una morsa. Mentre guardo le finestre sbarrate mi pare di vedere qualcosa muoversi da dietro. Immagino occhi fissarmi. Billy mi guarda ridendo “Hai paura?” io subito mi difendo “N-n-no ho so-solo freddo, stupido” gli dico. Anche nella sua voce c’è un tremito. “Si passa da dietro” si limita a dirmi.

Arriviamo sul retro e c’è una porta con una grossa crepa in basso. Lui, senza aspettarmi, ci si infila dentro. Io rimango sola a tremare dal freddo. Da dentro lui mi incita “muoviti!” A malincuore mi metto a quattro zampe e passo con fatica dalla fessura. Mentre scivolo dentro l’edificio sento il vestito strapparsi appena sopra il sedere. Compaio dall’altra parte e mi rendo conto che un pezzo di gonna si è strappato. “Oh, che guaio! Ma-Ma-Mamma mi ucciderà” Billy sbuffa “dovevi venire coi pantaloni” si limita a dirmi. “Grazie tante” gli dico.

Rimaniamo in silenzio. Poi chiedo a Billy “da che parte dobbiamo andare ora?”

Billy non mi risponde. Si guarda attorno come se fosse lì dentro per la prima volta. Siamo in quello che resta della cucina della tavola calda. Ci sono solo gli attacchi del gas e una friggitrice sporca di unto. A terra, fra giornali e spazzatura, ci sono chiazze di ogni tipo. L’aria puzza di vino rancido, di sporco, di muffa. Ripeto a Billy dove dobbiamo andare, non voglio rimanere molto. Le prenderemo se scoprono che siamo spariti.

“Billy!” gli dico di nuovo. Lui mi guarda e dice “Se vuoi che ti mostri dove è morto il dottore – inizia – voglio che tu mi faccia vedere una cosa” arrossisco. So già cosa vuole chiedermi. Mamma, almeno questo me l’ha spiegato.  “N-n-n-non ti faccio vedere nulla” gli dico. Lui ride “perché sei una fifona. Allora non ti ci porto nella cantina” Incrocia le braccia e gonfia il petto. “N-n-non sono una fifona! Tu sei un bugiardo” gli rispondo. Lui ride e mi fa il verso a pappagallo. Mi sento il sangue salire alla testa. Mi giro per andarmene, ma lui mi afferra il braccio “Hey, dove vai?” mi chiede. “A casa” gli rispondo.  Lui alza la voce “E dai, stavo scherzando, non fare la femminuccia” ancora un’altra volta, non faccio la femminuccia. Mi fermo.

“Se vuoi ti mostro una cosa io prima. Poi tu e poi scendiamo in cantina, ok? Così siamo pari” prova a convincermi. Non voglio vedere il suo pistolino, ma non aspetta che glielo dica. Si sbottona i Jeans e li fa cadere a terra. Sotto porta degli slip rossi e blu con una tavola da surf disegnata. Se li abbassa. Vorrei chiudere gli occhi per non guardare, mi vergogno. Il suo arnese è fuori diritto, sembra un verme grassoccio. “Che schifo! Mettilo via!” riesco a dire, stranamente senza balbettare. Lui arrossisce e si sbriga a riporre l’attrezzo. Ricordo di aver provato una leggera nausea nel vederlo. “Ok, ora tocca a te” mi dice con risentimento. La mia prima idea è di scappare per la fessura, ma una voce in testa mi dice “Non fare la femminuccia, Linda” e mi fermo “P-P-Poi mi mostri la cantina?” lui annuisce “p-p-poi ti m-m-mostro la cantina” lo dice imitandomi. Mi rassegno. Metto le mani sotto la gonna, afferro le mutandine ai fianchi con i pollici e le faccio scendere alle caviglie. Billy diventa rosso in viso e si avvicina. Io mi alzo piano la gonna mentre noto un gonfiore nei suoi pantaloni. Per quanto mi riguarda sento solo un gran freddo. La gonna mi arriva sopra le ginocchia quando sentiamo un tonfo provenire da sotto. Billy salta in aria con uno strillo. Si mette a fissare una porta dietro di lui. Lascio andare la gonna. Mi sento svenire. “Cos’era?” chiedo. Billy mi zittisce. “Sarà un…”oltre la porta sentiamo un gemito, un lamento lungo e greve. Vedo Billy indietreggiare. “Torniamo indietro” piagnucola l’ometto. La mia risposta è quasi istantanea “Non fare la femminuccia, Billy. Voglio vedere se troviamo il fantasma” gli passo davanti. Senza pensarci, lascio le mutandine per terra. Arrivo davanti alla porta antincendio e spingo la maniglia antipanico. Spingo verso l’interno la porta. Davanti a me una serie di scale che portano verso il basso. Quello che vedo è una scalinata di cemento che scende giù verso il buio. C’è aria fredda che sale. Un’aria fredda, che puzza di ammoniaca, come l’odore che c’è nel bagno di zia Sally. “Andiamocene, Linda” piagnucola Billy dietro di me. Decido di scendere le scale. I miei passi echeggiano lungo la scalinata. Scendiamo ancora. A metà circa non ci vediamo più. L’odore si fa più forte. Dobbiamo andare a tentoni. Sotto di noi sento un rumore di qualcosa che striscia e sfrega a terra. Sento Billy sobbalzare dietro di me. Ogni tanto mi volto per vedere se la porta è ancora aperta. Se dovesse chiudersi sarebbe un guaio. Cerco di non pensarci. Non voglio pensare di rimanere chiusa qui sotto con il campione di football che se la sta per fare nei pantaloni. Un altro gemito più vicino ci gela il sangue. Ci fermiamo. “Linda…” lo zittisco e proseguo. Perché proseguo? Ho paura, una paura folle, ma voglio vedere. Voglio dimostrare che ho fegato. Ad un tratto, in fondo alle scale una luce si accende illuminando un corridoio ricoperto di piastrelle bianche. Il mio primo pensiero è lo studio del dentista. Ci fermiamo. Sento qualcosa avvicinarsi. Il rumore si fa più vicino. Sento il cuore battermi forte in gola. La prima cosa che vedo è una mano, compare da destra, è vermiglia. Penso subito alla salsa di lamponi. La mano si appoggia al muro, lasciando un’impronta. Il resto lo vedo un istante dopo. Vedo un uomo, un uomo nudo. Ha la pelle flaccida, biancastra. Mi è rimasto impresso il suo ventre enorme. Con una grossa cucitura nera dallo sterno fino a sopra il suo verme grassoccio. Penso istintivamente ai rattoppi che ha il sacco di Babbo Natale quando è troppo pieno. I punti sono tesi, la pelle attorno è arrossata. Il mio pensiero è “Se non sta attento, quelli gli si scuciono” La cosa che mi fa orrore è la bocca, o meglio, la mancanza di essa. La testa del signore con i rattoppi si ferma ai denti di sopra. Ha solo il labbro superiore poi vedo un grosso buco dove dovrebbe essere la mandibola. Si volta verso di noi. Manda un gemito e muove la mano verso di me. Mi guarda. I suoi occhi sono gonfi di lacrime. Penso mi stia implorando. Manda un altro gemito. Io sono paralizzata dal terrore, mi sento come ipnotizzata. I suoi occhi, la cucitura sul ventre gonfia, pronta a scoppiare. Billy grida, strilla come una sirena. Questo mi fa svegliare. Inizio ad indietreggiare. L’uomo sacco prova a salire le scale, si sporge in avanti. Sento uno strappo, come quando la tela si rompe. Mi volto mentre sento un rumore orribile echeggiare lungo la scalinata. È lo stesso rumore che ha fatto la zuppa inglese quando mamma l’ha fatta volare per sbaglio a terra lo scorso Ringraziamento.  Billy è già dieci gradini sopra di me. Lo rincorro e saliamo in fretta. Dietro di me sento delle voci “Cazzo, eccolo il povero bastardo. Guarda che cas… Cazzo! c’è qualcuno lassù” Ho paura a voltarmi, corro ancora più forte, arrivo dietro a Billy e lo spingo in avanti. “Ti ho detto che dobbiamo murarla sta cazzo di uscita. Guarda che casino! ora il dottore del crucco se la prende con noi. Hey! Ferma quei due!” grida un altro. Siamo quasi alla porta. Prego di farcela. Lo prego con tutte le forze. “Lasciali perdere, sono due bambini. fammi prendere ‘sto stronzo” brontola il primo. “Sì, ma…”. Non sento la risposta. Scivolo attraverso la porta antincendio prima che Billy possa chiudersela alle spalle, chiudendomi dentro. Non mi fermo a pensare. Usciamo dalla fessura e corriamo a perdifiato lungo la strada verso casa degli Hicks. Arriviamo alla porta della cucina e Billy ha il fiatone. “Non raccontiamo a nessuno quello che abbiamo visto. promettilo!” mi dice subito. Sui suoi pantaloni vedo una macchia scura. Si è fatto la pipì addosso. Farebbe ridere, ma non ci riesco. Io ho un attimo di esitazione poi dico “Lo Lo Lo Pr…” non finisco la frase. La porta della cucina si apre dall’interno.

Zia Sally troneggia su noi due. Afferra entrambi per il braccio e ci tira dentro casa. Sento le sue dita grasse stringermi la pelle. Avrò dei lividi per una settimana. “Zoe, ho trovato tua figlia” urla verso il salotto con evidente disprezzo.

Mia mamma si fionda in cucina assieme ai genitori di Billy. Loro abbracciano il loro piccolo campione “eravamo preoccupati Billy, dove eravate finiti?” gli chiedono.

Billy non risponde, inizia a balbettare. Mi guarda disperato. Non sa cosa inventare.

“Eravamo Fu-fu-fuori a gio-gio-gioca…” provo a giustificarci. I genitori di Billy mi interrompono. “Billy che ti è successo? Sei bagnato!” Gli Hicks mi guardano, mia mamma mi guarda. Anche papà arriva e mi fissa in silenzio “Linny?” mi chiede papà.

Billy scoppia a piangere e abbraccia sua mamma “Scusa mamma, scusa, io non volevo, non volevo” Sento di colpo la zia Sally stringermi ancora di più il braccio “Che cosa gli hai fatto, ragazzina?” Mi sbraita contro con fare autoritario. È la prima volta che si rivolge direttamente a me. Stringe ancora il braccio. Io grido di dolore.  Non so rispondere, sento la gola annodata e, ancora peggio, sento di essere nuda sotto la gonna. Sento che in qualsiasi momento potrebbero scoprirlo.

In questo momento odio quel piagnucoloso vigliacco di Billy più di tutti. Mi sento una stupida ad essermi tolta le mutandine, mi sento stupida ad aver ceduto al suo ricatto.

“Sally, smettila, le fai male” interviene mia mamma. Scansa la zia e le fa mollare la presa.

Cerco di trattenere le lacrime. “Linny, parlami, che avete fatto?” mi chiede con voce dolce mia mamma.

Io cedo e le dico la verità “Billy mi ha portata nella casa in fondo alla strada. Siamo entrati e…”

Billy si mette a strillare “è una bugia! Non è vero! È stata lei! Lei mi ha fatto paura!” grida in maniera isterica. Vedo il suo volto diventare paonazzo.

Impallidisco. Vorrei gridare, ma mi arriva uno scappellotto sulla nuca. Sento le orecchie fischiarmi.

“Non dire bugie, piccolo mostriciattolo” ringhia la zia Sally. Mamma si piazza tra me e la zia “Sally, giuro su dio che se tocchi ancora mia figlia…” Mio padre la trattiene. La afferra per le spalle. Io scoppio a piangere.

Sento la signora Hicks chiedere al figlio che cosa gli avrei fatto, mentre la zia Sally sibila a mamma “Si, che cosa farai? Rinunci ai soldi di mamma? Vuoi che le dica tutto?” Vedo, attraverso le lacrime, mamma che si rassegna, sconfitta. Abbassa le spalle e si gira verso gli Hicks.

Billy inizia a parlare singhiozzando “Siamo andati alla tavola calda abbandonata perché voleva mostrarmi una cosa. Mi ha convinto lei…voleva mostrarmi…” si blocca e scoppia di nuovo a piangere. Sua madre lo abbraccia per consolarlo. Lo vedo guardarmi di sottecchi da dietro la spalla. Sono convinto che rida soddisfatto. Papà sblocca la situazione “forse faremmo meglio ad andarcene”.

Il signor Hicks, livido in viso, si limita a dire “sì, fareste meglio ad alzare i tacchi e portarvi via quella pervertita di vostra figlia” Vedo mamma mordersi la lingua. Ce ne andiamo in silenzio. Zia Sally rimane indietro a scusarsi per il mio comportamento. La sento dire che sono una ragazzina problematica e che se fosse stato per lei sarei già in cura. Mamma in salotto mi aiuta a mettermi la giacca.

“hai la gonna strappata, Linny” dice con un filo di voce. Si accorge dello strappo. Il cuore mi balza di nuovo in gola. La sento tastare il tessuto con la mano. Spero non se ne accorga.

Ad un tratto mamma si blocca. “Ne riparleremo domani, ok?”.

Io mi limito ad annuire con le lacrime agli occhi.

Partiamo portandoci dietro la zia Sally, che per l’occasione sta sul sedile davanti. Mamma sta di fianco a me. Nessuno parla.

Prima di addormentarmi, mi chiede se ho davvero fatto qualcosa che non dovevo fare.

Le racconto la storia fino al punto quando abbiamo sentito il rumore dalla cantina. Poi, mento, siamo scappati.

Mamma sembra credermi. Mi dice solo “Non permettere a nessun maschietto di dirti a che altezza devi tenere le mutande.”

Per tanti anni poi non ci ho più ripensato. Quella specie di mostro gonfio in fondo alle scale, ho sempre pensato fosse stato un incubo. Ancora oggi non sono sicura di averlo visto veramente. Se fosse veramente esistito, mi sono sempre detta, perché allora quegli altri due non ci hanno inseguiti?

Quando ho compiuto quattordici anni i miei si sono trasferiti lontano da Crusade, lontano dalla zia Sally, lontano da Billy, lontano da mostri nei seminterrati di palazzi abbandonati.

È già il tramonto quando passo con l’auto davanti al cartello che annuncia:

WELCOME TO CRUSADE, CALIFORNIA!

THE CITY OF Fun and Freedom FUCK YOU AND DIE!

Il cartello è sforacchiato da buchi di proiettile.

Vado diritta all’Ambassador, in centro.

Quando mi registro alla reception il portiere mi chiede senza troppo interesse “è la prima volta che viene nella nostra città?” io gli sorrido “Ci sono nata, non ci vengo da un bel po’” rispondo.

Lui mi guarda sorpresa, il suo sguardo chiaramente chiede perché sono tornata qui “Ha scelto proprio un bel periodo. Buona permanenza, signorina.”

Lo ringrazio e mi chiudo in camera.

Mi butto sotto la doccia e i nervi si distendono piacevolmente.

Quando mi sdraio a letto, la mente si fa leggera. Ricordo i messaggi di Audrey in segreteria.

Prendo il cellulare e vedo un paio di messaggi suoi.

Scusa Linny. Sono una stupida. Ti prego chiamami non farmi preoccupare.

Per favore dimmi solo se stai bene…

Le rispondo che sto bene e lascio cadere il cellulare sulla moquette. Mi addormento ancora in accappatoio, cinque minuti dopo aver acceso la televisione su Food Network.

Sono a casa.