Crusade TakeAway

Ho i polpastrelli consumati.
Ho i polpastrelli consumati e puzzo perennemente di cucina.
L’odore non se ne va di dosso.
Ci sono giornate in cui è meno dura e altre, come oggi, che vorrei non aver mai aperto questo posto.
Griglieria La Grande Cina. Orario continuato dalle 10 alle 23.
Serviamo spaghetti e riso alla piastra con verdure, pollo, manzo o gamberetti. Tutto cucinato sul momento a piacere del cliente, con la griglia a vista.
Niente menù di sei pagine. Spese ridotte, pochi sprechi, cucina take away rapida ed efficiente.
Il cliente ti vede cucinare e ti dà la sua fiducia. Vede gli ingredienti freschi, la cucina pulita, la mano sicura.
Mio padre ha lavorato per anni come cuoco allo Stella Rossa di San Francisco e non ha mai visto in faccia un cliente. Anche quando ha iniziato a perdere la mano e i debiti si sono accumulati, mia madre e mia sorella hanno sempre mentito al vecchio dicendogli che i clienti erano tutti soddisfatti e felici per non ferirlo.
Poi papà ha venduto il ristorante e, con l’artrite alle mani e quasi del tutto cieco, si è ritirato.
Io ho lasciato San Francisco, mi sono allontanato da Chinatown, volevo cucinare altrove, in un posto nuovo, in un posto dove non avrei dovuto competere con altri 20 ristoranti mentre pagavo il pizzo alla Triade.
È così che io e mia moglie ci siamo trasferiti a Crusade.
Il nostro primo locale si chiamava Walter Fong Take Away. Fu un fallimento.
Mio nonno era un nazionalista, dicono combatté in guerra. Mio padre scappò dalla madre patria ma si rifiutò di raccontarci il perché, si rifiutò anche di parlare qualsiasi lingua che non fosse cantonese. Mia madre gli fece da interprete per tutta la vita. Dal momento in cui nacqui, l’idea di quel paese lontano che avevamo lasciato alle spalle mi è sempre rimasta nel cuore. Papà non ha mai capito perché ci rassegnassimo a dare questa visione stereotipata di noi stessi. Una tradizione culinaria di più di duemila anni ridotta a involtini primavera, gelato fritto e pollo in agrodolce.
Per molto tempo non l’ho capito nemmeno io.
Aprii il primo locale deciso a vendere solo cucina cantonese genuina. Resistemmo sei mesi.
Riaprimmo come Griglieria Grande Cina e da allora preparo solo spaghetti con salsa agrodolce, salsa thai, salsa teriyaki e salsa coreana, che altro non è che salsa all’aglio. Ho capito che non vale la pena spiegare agli Yankee le differenze abissali fra un dannato giapponese e un cinese, figurarsi fargli capire che abbiamo tradizioni culinarie diverse. Non capirebbero.
Per loro, noi siamo tutti musi gialli.
Il peggio è proprio dover avere a che fare con i miei clienti.
Vedermeli uno ad uno entrare nel locale.
Sono grassi, gli Yankee, sono grassi e non sorridono mai. Non sorridono, non ringraziano.
“Lo fate il pollo in agrodolce?”
“Me la dà la forchetta?”
“C’è latte? Io sono intollerante al lattosio”
“Perché non fate il sushi?”
“Speriamo non sia carne di topo”
“I cinesi alla fine han copiato dagli italiani gli spaghetti”
“Dovrebbero darci in omaggio i biscotti della fortuna, al Drago D’oro li danno”
“Per me lo faccia con salsa coreana senza aglio”
“Che poi questi cinesi possono rimanere in America grazie alla mafia”
“Non capiscono metà delle parole che diciamo”
Non vi stupite se ho smesso di sorridere. Smettereste anche voi se sentiste le stesse fottute cose ogni giorno, una più desolante dell’altra, nei confronti della vostra razza, del vostro popolo e della vostra cultura.
Mia moglie ha capito prima di me con che gente avevamo a che fare. Alcuni fricchettoni l’han rinominata Onibaba. Ho dovuto cercare su internet per trovare una traduzione dal giapponese. L’avessero vista una decina d’anni fa le avrebbero fatto gli stessi apprezzamenti che riservano alla mia secondogenita.
È successo anche con mia sorella e mia moglie, quando erano giovani.
Con la sostanziale differenza che c’ero io a difenderle.
Il mio primogenito è uno Yankee con gli occhi a mandorla. Entra ogni pomeriggio nel locale e mi chiede un pezzo da venti, un pezzo da cinquanta, un pezzo da cento.
Chiede sempre soldi. Per ossigenarsi i capelli, per le tamarrate sulla macchina, per uscire, per il weekend, perché gli va.
L’ho tenuto due settimane nel locale prima di licenziarlo. Faceva mangiare e bere i suoi amici scrocconi a gratis.
È grasso, mio figlio Harry, grasso come dovrebbe esserlo un americano. Non l’ho mai visto correre un metro da che ha iniziato a camminare. Non l’ho cresciuto io, l’ha cresciuto questo Paese.
Come ogni fine mese arriva un tizio prima del turno serale, come ogni mese è un tizio diverso.
“‘Sera, Walter” mi dice. Questo tizio ha una camicia di jeans e i capelli lunghi rasati ai lati, raccolti in un codino che subito mi ha ricordato quello del maiale.
Solo i tizi che arrivano ogni fine mese mi chiamano per nome. Io non conosco lui, lui conosce me.
“Buonasera, desidera?” chiedo io sapendo già cosa mi viene a chiedere.
“Spaghetti con pollo e salsa Thai e il solito da portare via per il signor Guastaferro”
Il solito è una busta con 400 dollari che dovrò mettere nel sacchetto. Questo perché qualche testa calda, nominalmente gli stessi tizi che arrivano ogni fine mese, mi faccia saltare il locale o peggio. Al tabaccaio che stava di fronte, quando si è rifiutato di pagare, meno di dodici ore dopo hanno svaligiato il locale e sfasciato la macchina. Ora c’è una lavanderia a gettoni.
Annuisco e mi metto a cucinare. La piastra è rovente. Ci passo sopra l’olio e appena dopo i noodles.
Li giro con le spatole mentre sfrigolano con meccanica precisione.
Il tizio dall’altra parte del bancone mastica in maniera rumorosa una gomma. Sono tutti giovani, ma non troppo. Hanno tutti un’età indefinita, sembrano tutti uguali.
“Certo che potresti mettere un po’ di musica in questo posto. È di una tristezza unica” lo sento commentare mentre aggiungo le verdure.
“I clienti si sono lamentati e allora l’ho tolta” gli rispondo. Non serve essere cortesi con i tizi di Guastaferro. Non pagano, non meritano nemmeno la cortesia.
“Avrai messo su le nenie che ascoltate voialtri.” Sbuffa.
Sfumo i noodles con la soia. Da una parte metto a cuocere gli straccetti di pollo.
“A me piacciono i Led Zeppelin, ma qui nel locale avevo messo MTV”
Lui grugnisce fra lo stupito e il divertito.
“Un cinese che ascolta musica da fricchettoni…sapevo che c’era un motivo per svegliarmi oggi!”
Aggiungo il pollo agli spaghetti. Le spatole tintinnano come lame sulla piastra. L’impulso di sputare sugli spaghetti è frenato solo dal fatto che chi deve mangiarseli mi sta di fronte.
“Me la allunghi una birra mentre aspetto, almeno?” chiede lui sbuffando.
“Non abbiamo alcolici, mi dispiace” rispondo senza alzare gli occhi dalla piastra.
Condisco con la salsa Thai che altro non è che agrodolce più peperoncino e lime.
“Che posto di merda…” commenta lui ignorando che io gli sia di fronte.
Credeteci o no, scene simili mi capitano troppo spesso.
Sollevo gli spaghetti e li lascio cadere nella confezione per il take away. La infilo in un sacchetto di carta con un paio di bacchette e una manciata di tovaglioli.
All’ultimo momento, decido di non mettergli la busta.
Lui afferra il sacchetto bello contento. Ha il sorriso di chi ha scroccato un pasto gratis.
Apre il sacchetto, come tutti i tizi di fine mese.
Il sorriso svanisce.
Mi guarda. Cerca di sembrare minaccioso. Le sue pupille tremano.
Sa che prima che la sconti io, la sconterà lui.
“E il solito dove cazzo sarebbe?!”
“Niente solito oggi. Torna venerdì” gli dico.
Lascio cadere le spatole sulla piastra. Tintinnano.
“Venerdì un cazzo! Tu il solito lo metti ORA nel mio cazzo di sacchetto”
Rimango impassibile. “Non c’è nessun solito. – ribadisco – E fanno tre e cinquanta per gli spaghetti”
Lui Inspira forte. Come previsto scatta e viene dietro il bancone: “Io non ti do un cazzo, muso giallo di merda! Io ti spedisco a calci in culo al tuo paese di cagariso se non mi dai il solito!”
È davanti a me ed ha uno di quei piccoli sfollagente pieni di sabbia stretto in mano.
La mia mano afferra uno dei pentolini con l’acqua bollente per scottare i noodles. Il tizio di fine mese alza lo sfollagente. Lo fa vibrare in alto.
Io faccio un passo indietro.
Butto la pentola con l’acqua bollente verso di lui
Lui si fa scudo con le braccia, d’istinto, ma non serve.
L’acqua bollente impregna velocemente i vestiti e trova la sua strada per ustionare la pelle.
Il tizio di fine mese inizia a strillare. Lascia cadere lo sfollagente. Cade a terra.
Gli arrivo addosso.
Le sue mani e parte della sua faccia stanno assumendo un colorito rosso gambero. Non smetterà di far male. Ma io non intendo fermarmi. Lo afferro per i capelli, per il suo codino da maiale. Lo sollevo tirandolo per la cute.
“Ascoltami bene, sacco di merda – gli ringhio contro, la mia voce esce sorprendentemente simile a quella di Clint Eastwood quando faceva Dirty Harry. Vorrei mi vedesse mia moglie – Da oggi in poi non si serve più il cazzo di solito a voi Yankee, è chiaro? Finito. Chiuso. Se doveste tornare a rompermi i coglioni…” lascio una pausa di suspense “Vi infilo nei fottuti INVOLTINI PLIMAVELA, è chiaro?”
Mi sento stranamente calmo mentre dico tutto questo, non penso alle possibili conseguenze, non penso al fatto che le cose potrebbero mettersi molto male.
Lo lascio andare ed Indietreggio. La mia mano va istintivamente alla mannaia. Non l’afferro. La tengo a portata di mano. Voglio assicurarmi che abbia capito, che abbia sentito bene tra uno strillo di dolore e l’altro.
Lui barcolla e indietreggia. Mi guarda sorpreso, spaventato, dolorante. La faccia inizia già a gonfiarsi. Credo che stia sostenendo il dolore per miracolo. Gli potrebbe servire una plastica, ma dubito potrà permettersela.
“Non finisce qui pezzo di merda…” piagnucola indietreggiando verso la porta. “Questo posto farà una brutta fine” tenta di minacciare. Si, questo posto farà una brutta fine, ne sono cosciente, lo so io, lo sa lui, lo sanno i Guastaferro. Quello che non si sta chiedendo è, perché l’ho fatto?
“Al tuo posto aprirà un fottuto sabbianegro con del kebab del cazzo, Fong. Sei finito!”
“GLAZIE E ALLIVEDELCI, FIGLIO DI TROIA!” gli dico, facendogli il verso, mentre esce con la coda fra le gambe dalla porta.
Lo inseguo fuori dal locale con il suo sacchetto a portar via.
Lo vedo infilarsi in un’utilitaria vecchia di almeno 15 anni. Il tizio sul sedile del guidatore accende il motore e ingrana la marcia. Afferro saldamente il sacchetto take away.
“TI SEI DIMENTICATO IL PRANZO, FACCIA DI MERDA!” Carico tutto il peso con la spalla e lancio il pranzo del tizio di fine mese verso la macchina che si sta dando alla fuga.
La confezione cade a bomba sul tettuccio dell’auto aprendosi di botto, gli spaghetti si spiattellano e colano lunga tutta la vettura, poi scivola all’indietro e cade sull’asfalto.
Rimango un istante a fissarla.
Ora, sull’asfalto, sembrano qualcosa di alieno, di disgustoso. Una massa di vermi intrisi di sangue fra brandelli di carne. Una macchina ci passa sopra e spiattella il pranzo con le ruote. Si porta dietro la scia per qualche metro, come la carcassa di un animale investito che cercava solo di attraversare per tornare a casa.

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