CLOSING TIME

Mi sono accorto solo dopo essermi chiuso alle spalle la porta di casa di essere arrivato al punto di non ritorno.

Nessuno mi saluta quando entro, non lo fanno mai.

In cucina qualcosa bolle sui fornelli, credo sia brodo.

In casa si occupa mia moglie dei pasti.

Lei è in salotto, persa nell’ennesimo drama che il satellite gentilmente ci offre.

“Hai chiuso prima?” chiede senza distogliere lo sguardo dalla televisione.

“Ho chiuso” rispondo.

“Tuo figlio ha chiesto se hai un momento dopo. Ti deve parlare” lei cambia discorso automaticamente. Ormai il dialogo è ridotto a questo. Non c’è più nulla di cui parlare. Conduciamo vite piatte, senza futuro. Il nostro non è più un rapporto, è una routine meccanica e logorante.

“Vorrà altri soldi” riesco a commentare mentre mi lavo il viso in bagno.

“Finché gliene darai continuerà a chiedertene” è il rimprovero della mia dolce metà, rapita dall’intrigo in diretta.

Il riflesso dello specchio mi mostra profonde occhiaie, capelli unti e in disordine, il bianco degli occhi ormai tendente ad un preoccupante giallognolo.

Sopra di noi, i coniugi Vaughn ricominciano a litigare.

Lui fra poco alzerà le mani. Le romperà lo zigomo stavolta, forse qualche dente. È sempre così.

Lei piangerà da qualche parte sopra la nostra sala da pranzo mentre ceniamo e domani le faranno visita i suoceri per calmarla.

La prossima settimana si ripeterà tutto da capo.

“Molly rientra stasera?” chiedo mentre mi cambio i vestiti.

“Rimane da delle sue amiche a Moonlight. Ti dispiacerebbe portare fuori la spazzatura?” la sua voce si mescola con quella della telenovela.

“Ok – le dico – magari faccio due passi” aggiungo.

La sua risposta è un “uh, uh” distratto.

Scendo le scale di nuovo, mentre sopra di me sento un grido e un tonfo sordo.

La signora Vaughn le sta prendendo di brutto.

Abbiamo provato con l’amministratore e con la polizia. Non è servito a niente se non a tirarci addosso delle grosse minacce di morte da parte di lui e ancor più grossi insulti da parte di lei.

Figlio della cultura maschilista lui, affetta da sindrome di Stoccolma lei.

Fuori il sole sta tramontando, file e file di macchine stanno rientrando, portando il carico di dannati dal posto di lavoro ai loro appartamenti. Allo stesso orario si possono vedere le stesse auto con dentro le stesse persone.

Siamo tutti in una prigione. Un’enorme prigione.

Senza rendermene conto faccio la strada che mi porta di nuovo al negozio. Mentre leggo l’insegna “Griglieria La Grande Cina” un’orribile sensazione, simile ad avere un grosso granchio nel torace, mi artiglia alla bocca dello stomaco.

Dovessi passare oltre mi ritroverei di nuovo alla porta di casa senza rendermene conto.

Non sarei in grado di allontanarmi da qui, nemmeno se lo volessi.

Questa è la mia gabbia.

E loro, i tizi della protezione, gli amici di faccia ustionata, che ora sarà da qualche parte al Santa Lucia a farsi medicare, lo sanno.

La lavanderia a gettoni di fronte, dove prima c’era Stan il tabaccaio, chiuderà fra mezz’ora.

Probabilmente il tizio della lavanderia a gettoni fra qualche mese guarderà il minimarket che sostituirà la mia griglieria e si ricorderà di come è salutare pagare la protezione ai tizi che arrivano ogni fine mese.

Entro nel mio negozio dal retro, un’ultima volta.

Stacco l’allarme.

Il locale puzza ancora di fritto, puzzerà sempre di fritto. Anche quando demoliranno questo posto e ne faranno l’ennesimo parcheggio, sullo spiazzo dove c’era il mio negozio ci sarà ancora odore di fritto.

La pistola per le emergenze, una .22, è sotto la cassa. La stringo fra le mani. Acquisto un po’ di sicurezza.

Entro nella dispensa, niente più che uno sgabuzzino occupato per buona metà da un frigorifero industriale.

Mi accuccio dietro ai sacchi delle cipolle. Mi butto addosso un telo di iuta.

Rimango in attesa.

Passano minuti, ore, mi aspetto sempre che il cellulare nella tasca suoni. Che mia moglie o i miei figli mi cerchino.

Non succede.

Si aspettano che io sia qui dove sono. Come sempre.

Mia moglie si aspetta che io abbia riaperto il ristorante dopo un momento di sconforto.

Si aspettano che torni.

Come la signora Vaughn.

Ad un certo punto mi addormento.

Non so quanto sia passato, sento un rumore alla porta sul retro.

Li sento armeggiare. Potrebbero essere in due, forse tre.

Non ci mettono molto, non mi sono mai potuto permettere porte blindate. Entrano nel locale.

“Cazzo, certo che mi mancherà mangiare qui” sento dire uno.

“Chissene, fai saltare uno di questi buchi di cinesi e ne aprono altri tre in fondo alla strada.” Risponde l’altro.

Le voci si avvicinano. Vedo le sagome passare accanto alla porta della dispensa. Ne conto tre.

Sento un colpo sordo, condito con una lunga serie di bestemmie.

“Che cazzo, almeno accediamo due luci, no? Ho sbattuto contro il fottuto lavello” sbraita la prima voce.

“Bravo il coglione. Accendiamo e diciamo a tutti che siamo qui” dice una terza voce.

“Che, hai paura che Jackie Chan torni a bollire pure noi?” chiede la seconda voce.

“Te mica l’hai visto Donnie. Aveva la faccia ustionata, sembrava un pomodoro, solo che sanguinava. Dicono sia fuori pericolo, ma le prossime che si scopa le deve pagare e sperare che abbiano stomaco” precisa la terza voce.

“Carlo guidava la macchina. Ha detto che quel fottuto cinese sembrava idrofobo. Matto come un cavallo, ti dico. Gli ha lanciato contro gli spaghetti” Sento la voce del primo avvicinarsi. Apre la porta del ripostiglio.

Stringo la pistola con entrambe le mani. Il cuore mi batte all’impazzata. Cerco di mettere lentamente la canna della pistola in linea con la sagoma a pochi metri da me.

Un fascio di luce inizia a scorrere dentro il ripostiglio. La luce della torcia rimbalza sul frigorifero.

“Sarà il caso di buttarne anche qui, ragazzi” lo sento dire.

“Prima facciamo il negozio, cagacazzi. Fammi aprire pure il gas” sbraita il secondo.

Vedo l’uomo con la torcia esitare un attimo. Poi scompare.

Non mi ha visto.

“Aspetta ad aprire il gas! È l’ultima cosa, Cristo!” È il primo a parlare mentre raggiunge gli altri.

Sento un forte odore di benzina.

“Ma non era meglio fargli la festa a ‘sto cagariso? Come paga i Guastaferro poi?” riflette il terzo.

“Ha rovinato la faccia a Donnie. I Guastaferro hanno altri cazzi a cui pensare. Sono ai ferri corti con mezza Crusade. Non hanno tempo di pensare a Shaq Fu furia d’oriente. Hanno detto solo di fargli fuori il locale e poi far fuori lui” risponde il secondo. Non riesco a capire chi comandi dei tre.

Mi alzo dal mio nascondiglio. Riesco a capire dove sono dalle loro voci.

Il primo, quello con la torcia, è sulla porta che dà sulla cucina del negozio.

Il secondo si muove oltre il bancone, sta versando la benzina.

Sento aprire il frigo accanto alla porta. “Qualcuno vuole una coca? ‘Sto taccagno dimmerda non ha nemmeno della birra”

Il terzo mi sta fregando da bere.

Tolgo la sicura mentre esco dal ripostiglio.

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho sparato.

Il primo con la torcia è davanti a me. Ha una felpa col cappuccio alzato sulla testa. È lui ad illuminare la scena per gli altri.

Gli sono alle spalle.

Prendo un bel respiro mentre allineo la sua nuca con il mirino.

Premo il grilletto.

Lo scoppio è forte, come quello di un petardo.

Un piccolo fiore nero si forma sul tessuto dove è entrato il proiettile.

Il primo uomo cade in avanti.

Succede tutto in fretta.

Il terzo lo vedo a fianco del frigo, come previsto. La luce me lo illumina per bene.

“Hey, che cazz…” non fa in tempo a dire nient’altro.

Inizio a sparare su di lui.

Uno, due, tre, quattro colpi. Uno colpisce la vetrina di vetro rinforzato, un altro il frigo. Due lo colpiscono al petto.

Penso siano sufficienti. Frana a terra portandosi dietro uno dei tavolini.

Punto velocemente la pistola sul secondo. Ha in mano una tanica di benzina.

Avessi sparato a terra, a quest’ora saremmo saltati in aria.

“Posala” gli intimo. Non ho la mira abbastanza precisa per colpirlo senza mandarci entrambi arrosto.  Non so nemmeno quanti proiettili ho ancora nel caricatore. Uno, forse due, forse nessuno.

“Ok, ok, sta calmo Eddy Ko, non sparare.” Non posa la tanica di benzina, non si blocca.

“Posala o ti faccio saltare le cervella” ripeto.

“Se spari andiamo tutti e due a fuoco, Eddy Ko. Ragioniamo, ok?”

Mi sposto di lato per andare dietro al bancone. Lo tengo sotto tiro, ma lui continua a muoversi impercettibilmente. La sua mano libera si sta spostando verso la schiena.

“Chi cazzo sarebbe Eddy Ko?” gli chiedo per prendere tempo.

“Hey, è uno scherzo? Avanti, non hai mai visto The Mission?” mi chiede lui.

No, non ho mai visto The Mission, è uno di quei film che adora quel coglione di mio figlio. Mi vuole distrarre. Vuole avere quell’attimo per prendere il ferro e spararmi.

Premo il grilletto senza fermarmi.

Partono due colpi e basta

Il primo lo colpisce di striscio alla spalla, l’altro va a vuoto sulla vetrina. Il fan di film di Johnnie To estrae a sua volta e inizia a sparare. “Ti faccio secco muso giallo!”

Mi butto a terra, sento i proiettili rimbalzare sulle pareti della cucina.

Striscio in fretta fino al mobile dei coltelli. Prendo la mannaia e il boucher proprio mentre il paraschizzi va in frantumi.

Mr. Johnnie To oltrepassa il separé e mi si para di fronte.

Ho la pistola puntata alla testa.

Preme il grilletto e il carrello scivola all’indietro con un clic sordo.

Non perde tempo. Fa scivolare il caricatore vuoto a terra e molla la presa sulla tanica di benzina. La latta e il caricatore cadono a terra, la sua mano va verso la tasca per trovare un caricatore pieno.

Lancio il boucher contro il mio avversario.

La lama vola diritta verso il petto dell’uomo che troppo tardi prova a ripararsi.

La lama affonda in profondità nell’avambraccio.

Johnnie To manda un grido. Stringo forte la mannaia, balzo sopra di lui.

Sbatto contro la tanica di benzina che si spande sul pavimento.

La mannaia cala una volta nella spalla destra. Sento la lama troncare muscoli e tendini e scheggiare la clavicola.

Le grida dell’uomo mi stanno assordando.

Sotto di me non c’è Mr. fan di Johnnie To, c’è ogni cliente razzista del mio locale, c’è ogni sanguisuga di fine mese, ci sono tutti i vicini d’appartamento che non mi lasciano riposare, ci sono mio figlio che si crede Vin Diesel e mia moglie che mi tratta con sufficienza.

Faccio calare ancora la mannaia. La clavicola di Johnnie To si spezza con un colpo secco.

Sangue caldo mi schizza in faccia. È una sensazione piacevole, piacevole in maniera disturbante.

Faccio calare ancora una volta la mannaia che si pianta diretta nel teschio della mia vittima. Finalmente smette di gridare.

Mi rialzo.

Le mani tremano in maniera incontrollata. Mi allontano.

L’odore di benzina è nauseante, mi dà alla testa.

Sento che sto per vomitare.

Vicino al frigo sento il secondo uomo rantolare.

Apro il gas di tutti i fornelli. Raccolgo la tanica di benzina accanto al corpo sperando ce ne sia rimasto quanto basta per finire il lavoro.

Quando afferro il manico della tanica vengo trattenuto.

Una mano sporca di sangue si chiude sul mio polso.

Il fan di Johnnie To alza la testa. Lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi che continuano a muoversi in maniera autonoma e ad incrociarsi sulla linea della lama della mannaia. Le sue labbra tremano. Sembra voglia dire qualcosa.

Afferro di nuovo il manico della mannaia e premo ancora più a fondo, spingendolo di nuovo giù.

Manda un rantolo, come un pallone che si sgonfia.

Tiro la mannaia e la stacco dal cranio del fan di Johnnie To.

Lui molla la presa e così posso alzarmi portandomi dietro la tanica e il coltello.

Lo sputo di benzina rimasto mi permette di arrivare fino alla porta sul retro.

Prima di andarmene getto il mio portafogli sopra il cadavere.

Do fuoco alla scia di benzina e mi allontano correndo verso l’altro lato della strada.

Mi appoggio alla saracinesca abbassata della lavanderia a gettoni e guardo l’interno del locale illuminarsi. Non riesco a non sorridere ripensando alla gag dei Simpson in cui il direttore Skinner diceva di avere l’aurora boreale all’interno della sua cucina per nascondere al sovrintendente Chalmers che stava andando tutto a fuoco.

Un boato scuote il terreno. Dal locale si sviluppa una enorme palla di fuoco che trascina con sé la saracinesca, il menù a parete e l’insegna.

Per un istante sembra che il mare di fiamme che mi viene contro assuma la forma di un viso scarnificato.

Mi metto a correre mentre le sirene della polizia iniziano a suonare tutto attorno a me.

Corro lontano, corro verso strade mai battute. Corro fino a che i muscoli non mi cedono. Cado a terra in un posto che non conosco.

Vedo sorgere l’alba oltre i palazzi.

Rido sguaiatamente.

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