CLOSING TIME

Mi sono accorto solo dopo essermi chiuso alle spalle la porta di casa di essere arrivato al punto di non ritorno.

Nessuno mi saluta quando entro, non lo fanno mai.

In cucina qualcosa bolle sui fornelli, credo sia brodo.

In casa si occupa mia moglie dei pasti.

Lei è in salotto, persa nell’ennesimo drama che il satellite gentilmente ci offre.

“Hai chiuso prima?” chiede senza distogliere lo sguardo dalla televisione.

“Ho chiuso” rispondo.

“Tuo figlio ha chiesto se hai un momento dopo. Ti deve parlare” lei cambia discorso automaticamente. Ormai il dialogo è ridotto a questo. Non c’è più nulla di cui parlare. Conduciamo vite piatte, senza futuro. Il nostro non è più un rapporto, è una routine meccanica e logorante.

“Vorrà altri soldi” riesco a commentare mentre mi lavo il viso in bagno.

“Finché gliene darai continuerà a chiedertene” è il rimprovero della mia dolce metà, rapita dall’intrigo in diretta.

Il riflesso dello specchio mi mostra profonde occhiaie, capelli unti e in disordine, il bianco degli occhi ormai tendente ad un preoccupante giallognolo.

Sopra di noi, i coniugi Vaughn ricominciano a litigare.

Lui fra poco alzerà le mani. Le romperà lo zigomo stavolta, forse qualche dente. È sempre così.

Lei piangerà da qualche parte sopra la nostra sala da pranzo mentre ceniamo e domani le faranno visita i suoceri per calmarla.

La prossima settimana si ripeterà tutto da capo.

“Molly rientra stasera?” chiedo mentre mi cambio i vestiti.

“Rimane da delle sue amiche a Moonlight. Ti dispiacerebbe portare fuori la spazzatura?” la sua voce si mescola con quella della telenovela.

“Ok – le dico – magari faccio due passi” aggiungo.

La sua risposta è un “uh, uh” distratto.

Scendo le scale di nuovo, mentre sopra di me sento un grido e un tonfo sordo.

La signora Vaughn le sta prendendo di brutto.

Abbiamo provato con l’amministratore e con la polizia. Non è servito a niente se non a tirarci addosso delle grosse minacce di morte da parte di lui e ancor più grossi insulti da parte di lei.

Figlio della cultura maschilista lui, affetta da sindrome di Stoccolma lei.

Fuori il sole sta tramontando, file e file di macchine stanno rientrando, portando il carico di dannati dal posto di lavoro ai loro appartamenti. Allo stesso orario si possono vedere le stesse auto con dentro le stesse persone.

Siamo tutti in una prigione. Un’enorme prigione.

Senza rendermene conto faccio la strada che mi porta di nuovo al negozio. Mentre leggo l’insegna “Griglieria La Grande Cina” un’orribile sensazione, simile ad avere un grosso granchio nel torace, mi artiglia alla bocca dello stomaco.

Dovessi passare oltre mi ritroverei di nuovo alla porta di casa senza rendermene conto.

Non sarei in grado di allontanarmi da qui, nemmeno se lo volessi.

Questa è la mia gabbia.

E loro, i tizi della protezione, gli amici di faccia ustionata, che ora sarà da qualche parte al Santa Lucia a farsi medicare, lo sanno.

La lavanderia a gettoni di fronte, dove prima c’era Stan il tabaccaio, chiuderà fra mezz’ora.

Probabilmente il tizio della lavanderia a gettoni fra qualche mese guarderà il minimarket che sostituirà la mia griglieria e si ricorderà di come è salutare pagare la protezione ai tizi che arrivano ogni fine mese.

Entro nel mio negozio dal retro, un’ultima volta.

Stacco l’allarme.

Il locale puzza ancora di fritto, puzzerà sempre di fritto. Anche quando demoliranno questo posto e ne faranno l’ennesimo parcheggio, sullo spiazzo dove c’era il mio negozio ci sarà ancora odore di fritto.

La pistola per le emergenze, una .22, è sotto la cassa. La stringo fra le mani. Acquisto un po’ di sicurezza.

Entro nella dispensa, niente più che uno sgabuzzino occupato per buona metà da un frigorifero industriale.

Mi accuccio dietro ai sacchi delle cipolle. Mi butto addosso un telo di iuta.

Rimango in attesa.

Passano minuti, ore, mi aspetto sempre che il cellulare nella tasca suoni. Che mia moglie o i miei figli mi cerchino.

Non succede.

Si aspettano che io sia qui dove sono. Come sempre.

Mia moglie si aspetta che io abbia riaperto il ristorante dopo un momento di sconforto.

Si aspettano che torni.

Come la signora Vaughn.

Ad un certo punto mi addormento.

Non so quanto sia passato, sento un rumore alla porta sul retro.

Li sento armeggiare. Potrebbero essere in due, forse tre.

Non ci mettono molto, non mi sono mai potuto permettere porte blindate. Entrano nel locale.

“Cazzo, certo che mi mancherà mangiare qui” sento dire uno.

“Chissene, fai saltare uno di questi buchi di cinesi e ne aprono altri tre in fondo alla strada.” Risponde l’altro.

Le voci si avvicinano. Vedo le sagome passare accanto alla porta della dispensa. Ne conto tre.

Sento un colpo sordo, condito con una lunga serie di bestemmie.

“Che cazzo, almeno accediamo due luci, no? Ho sbattuto contro il fottuto lavello” sbraita la prima voce.

“Bravo il coglione. Accendiamo e diciamo a tutti che siamo qui” dice una terza voce.

“Che, hai paura che Jackie Chan torni a bollire pure noi?” chiede la seconda voce.

“Te mica l’hai visto Donnie. Aveva la faccia ustionata, sembrava un pomodoro, solo che sanguinava. Dicono sia fuori pericolo, ma le prossime che si scopa le deve pagare e sperare che abbiano stomaco” precisa la terza voce.

“Carlo guidava la macchina. Ha detto che quel fottuto cinese sembrava idrofobo. Matto come un cavallo, ti dico. Gli ha lanciato contro gli spaghetti” Sento la voce del primo avvicinarsi. Apre la porta del ripostiglio.

Stringo la pistola con entrambe le mani. Il cuore mi batte all’impazzata. Cerco di mettere lentamente la canna della pistola in linea con la sagoma a pochi metri da me.

Un fascio di luce inizia a scorrere dentro il ripostiglio. La luce della torcia rimbalza sul frigorifero.

“Sarà il caso di buttarne anche qui, ragazzi” lo sento dire.

“Prima facciamo il negozio, cagacazzi. Fammi aprire pure il gas” sbraita il secondo.

Vedo l’uomo con la torcia esitare un attimo. Poi scompare.

Non mi ha visto.

“Aspetta ad aprire il gas! È l’ultima cosa, Cristo!” È il primo a parlare mentre raggiunge gli altri.

Sento un forte odore di benzina.

“Ma non era meglio fargli la festa a ‘sto cagariso? Come paga i Guastaferro poi?” riflette il terzo.

“Ha rovinato la faccia a Donnie. I Guastaferro hanno altri cazzi a cui pensare. Sono ai ferri corti con mezza Crusade. Non hanno tempo di pensare a Shaq Fu furia d’oriente. Hanno detto solo di fargli fuori il locale e poi far fuori lui” risponde il secondo. Non riesco a capire chi comandi dei tre.

Mi alzo dal mio nascondiglio. Riesco a capire dove sono dalle loro voci.

Il primo, quello con la torcia, è sulla porta che dà sulla cucina del negozio.

Il secondo si muove oltre il bancone, sta versando la benzina.

Sento aprire il frigo accanto alla porta. “Qualcuno vuole una coca? ‘Sto taccagno dimmerda non ha nemmeno della birra”

Il terzo mi sta fregando da bere.

Tolgo la sicura mentre esco dal ripostiglio.

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho sparato.

Il primo con la torcia è davanti a me. Ha una felpa col cappuccio alzato sulla testa. È lui ad illuminare la scena per gli altri.

Gli sono alle spalle.

Prendo un bel respiro mentre allineo la sua nuca con il mirino.

Premo il grilletto.

Lo scoppio è forte, come quello di un petardo.

Un piccolo fiore nero si forma sul tessuto dove è entrato il proiettile.

Il primo uomo cade in avanti.

Succede tutto in fretta.

Il terzo lo vedo a fianco del frigo, come previsto. La luce me lo illumina per bene.

“Hey, che cazz…” non fa in tempo a dire nient’altro.

Inizio a sparare su di lui.

Uno, due, tre, quattro colpi. Uno colpisce la vetrina di vetro rinforzato, un altro il frigo. Due lo colpiscono al petto.

Penso siano sufficienti. Frana a terra portandosi dietro uno dei tavolini.

Punto velocemente la pistola sul secondo. Ha in mano una tanica di benzina.

Avessi sparato a terra, a quest’ora saremmo saltati in aria.

“Posala” gli intimo. Non ho la mira abbastanza precisa per colpirlo senza mandarci entrambi arrosto.  Non so nemmeno quanti proiettili ho ancora nel caricatore. Uno, forse due, forse nessuno.

“Ok, ok, sta calmo Eddy Ko, non sparare.” Non posa la tanica di benzina, non si blocca.

“Posala o ti faccio saltare le cervella” ripeto.

“Se spari andiamo tutti e due a fuoco, Eddy Ko. Ragioniamo, ok?”

Mi sposto di lato per andare dietro al bancone. Lo tengo sotto tiro, ma lui continua a muoversi impercettibilmente. La sua mano libera si sta spostando verso la schiena.

“Chi cazzo sarebbe Eddy Ko?” gli chiedo per prendere tempo.

“Hey, è uno scherzo? Avanti, non hai mai visto The Mission?” mi chiede lui.

No, non ho mai visto The Mission, è uno di quei film che adora quel coglione di mio figlio. Mi vuole distrarre. Vuole avere quell’attimo per prendere il ferro e spararmi.

Premo il grilletto senza fermarmi.

Partono due colpi e basta

Il primo lo colpisce di striscio alla spalla, l’altro va a vuoto sulla vetrina. Il fan di film di Johnnie To estrae a sua volta e inizia a sparare. “Ti faccio secco muso giallo!”

Mi butto a terra, sento i proiettili rimbalzare sulle pareti della cucina.

Striscio in fretta fino al mobile dei coltelli. Prendo la mannaia e il boucher proprio mentre il paraschizzi va in frantumi.

Mr. Johnnie To oltrepassa il separé e mi si para di fronte.

Ho la pistola puntata alla testa.

Preme il grilletto e il carrello scivola all’indietro con un clic sordo.

Non perde tempo. Fa scivolare il caricatore vuoto a terra e molla la presa sulla tanica di benzina. La latta e il caricatore cadono a terra, la sua mano va verso la tasca per trovare un caricatore pieno.

Lancio il boucher contro il mio avversario.

La lama vola diritta verso il petto dell’uomo che troppo tardi prova a ripararsi.

La lama affonda in profondità nell’avambraccio.

Johnnie To manda un grido. Stringo forte la mannaia, balzo sopra di lui.

Sbatto contro la tanica di benzina che si spande sul pavimento.

La mannaia cala una volta nella spalla destra. Sento la lama troncare muscoli e tendini e scheggiare la clavicola.

Le grida dell’uomo mi stanno assordando.

Sotto di me non c’è Mr. fan di Johnnie To, c’è ogni cliente razzista del mio locale, c’è ogni sanguisuga di fine mese, ci sono tutti i vicini d’appartamento che non mi lasciano riposare, ci sono mio figlio che si crede Vin Diesel e mia moglie che mi tratta con sufficienza.

Faccio calare ancora la mannaia. La clavicola di Johnnie To si spezza con un colpo secco.

Sangue caldo mi schizza in faccia. È una sensazione piacevole, piacevole in maniera disturbante.

Faccio calare ancora una volta la mannaia che si pianta diretta nel teschio della mia vittima. Finalmente smette di gridare.

Mi rialzo.

Le mani tremano in maniera incontrollata. Mi allontano.

L’odore di benzina è nauseante, mi dà alla testa.

Sento che sto per vomitare.

Vicino al frigo sento il secondo uomo rantolare.

Apro il gas di tutti i fornelli. Raccolgo la tanica di benzina accanto al corpo sperando ce ne sia rimasto quanto basta per finire il lavoro.

Quando afferro il manico della tanica vengo trattenuto.

Una mano sporca di sangue si chiude sul mio polso.

Il fan di Johnnie To alza la testa. Lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi che continuano a muoversi in maniera autonoma e ad incrociarsi sulla linea della lama della mannaia. Le sue labbra tremano. Sembra voglia dire qualcosa.

Afferro di nuovo il manico della mannaia e premo ancora più a fondo, spingendolo di nuovo giù.

Manda un rantolo, come un pallone che si sgonfia.

Tiro la mannaia e la stacco dal cranio del fan di Johnnie To.

Lui molla la presa e così posso alzarmi portandomi dietro la tanica e il coltello.

Lo sputo di benzina rimasto mi permette di arrivare fino alla porta sul retro.

Prima di andarmene getto il mio portafogli sopra il cadavere.

Do fuoco alla scia di benzina e mi allontano correndo verso l’altro lato della strada.

Mi appoggio alla saracinesca abbassata della lavanderia a gettoni e guardo l’interno del locale illuminarsi. Non riesco a non sorridere ripensando alla gag dei Simpson in cui il direttore Skinner diceva di avere l’aurora boreale all’interno della sua cucina per nascondere al sovrintendente Chalmers che stava andando tutto a fuoco.

Un boato scuote il terreno. Dal locale si sviluppa una enorme palla di fuoco che trascina con sé la saracinesca, il menù a parete e l’insegna.

Per un istante sembra che il mare di fiamme che mi viene contro assuma la forma di un viso scarnificato.

Mi metto a correre mentre le sirene della polizia iniziano a suonare tutto attorno a me.

Corro lontano, corro verso strade mai battute. Corro fino a che i muscoli non mi cedono. Cado a terra in un posto che non conosco.

Vedo sorgere l’alba oltre i palazzi.

Rido sguaiatamente.

CLICCA QUI PER PRENOTARE ORA LA TUA COPIA DI CRUSADE SU BOOKABOOK!

Crusade TakeAway

Ho i polpastrelli consumati.
Ho i polpastrelli consumati e puzzo perennemente di cucina.
L’odore non se ne va di dosso.
Ci sono giornate in cui è meno dura e altre, come oggi, che vorrei non aver mai aperto questo posto.
Griglieria La Grande Cina. Orario continuato dalle 10 alle 23.
Serviamo spaghetti e riso alla piastra con verdure, pollo, manzo o gamberetti. Tutto cucinato sul momento a piacere del cliente, con la griglia a vista.
Niente menù di sei pagine. Spese ridotte, pochi sprechi, cucina take away rapida ed efficiente.
Il cliente ti vede cucinare e ti dà la sua fiducia. Vede gli ingredienti freschi, la cucina pulita, la mano sicura.
Mio padre ha lavorato per anni come cuoco allo Stella Rossa di San Francisco e non ha mai visto in faccia un cliente. Anche quando ha iniziato a perdere la mano e i debiti si sono accumulati, mia madre e mia sorella hanno sempre mentito al vecchio dicendogli che i clienti erano tutti soddisfatti e felici per non ferirlo.
Poi papà ha venduto il ristorante e, con l’artrite alle mani e quasi del tutto cieco, si è ritirato.
Io ho lasciato San Francisco, mi sono allontanato da Chinatown, volevo cucinare altrove, in un posto nuovo, in un posto dove non avrei dovuto competere con altri 20 ristoranti mentre pagavo il pizzo alla Triade.
È così che io e mia moglie ci siamo trasferiti a Crusade.
Il nostro primo locale si chiamava Walter Fong Take Away. Fu un fallimento.
Mio nonno era un nazionalista, dicono combatté in guerra. Mio padre scappò dalla madre patria ma si rifiutò di raccontarci il perché, si rifiutò anche di parlare qualsiasi lingua che non fosse cantonese. Mia madre gli fece da interprete per tutta la vita. Dal momento in cui nacqui, l’idea di quel paese lontano che avevamo lasciato alle spalle mi è sempre rimasta nel cuore. Papà non ha mai capito perché ci rassegnassimo a dare questa visione stereotipata di noi stessi. Una tradizione culinaria di più di duemila anni ridotta a involtini primavera, gelato fritto e pollo in agrodolce.
Per molto tempo non l’ho capito nemmeno io.
Aprii il primo locale deciso a vendere solo cucina cantonese genuina. Resistemmo sei mesi.
Riaprimmo come Griglieria Grande Cina e da allora preparo solo spaghetti con salsa agrodolce, salsa thai, salsa teriyaki e salsa coreana, che altro non è che salsa all’aglio. Ho capito che non vale la pena spiegare agli Yankee le differenze abissali fra un dannato giapponese e un cinese, figurarsi fargli capire che abbiamo tradizioni culinarie diverse. Non capirebbero.
Per loro, noi siamo tutti musi gialli.
Il peggio è proprio dover avere a che fare con i miei clienti.
Vedermeli uno ad uno entrare nel locale.
Sono grassi, gli Yankee, sono grassi e non sorridono mai. Non sorridono, non ringraziano.
“Lo fate il pollo in agrodolce?”
“Me la dà la forchetta?”
“C’è latte? Io sono intollerante al lattosio”
“Perché non fate il sushi?”
“Speriamo non sia carne di topo”
“I cinesi alla fine han copiato dagli italiani gli spaghetti”
“Dovrebbero darci in omaggio i biscotti della fortuna, al Drago D’oro li danno”
“Per me lo faccia con salsa coreana senza aglio”
“Che poi questi cinesi possono rimanere in America grazie alla mafia”
“Non capiscono metà delle parole che diciamo”
Non vi stupite se ho smesso di sorridere. Smettereste anche voi se sentiste le stesse fottute cose ogni giorno, una più desolante dell’altra, nei confronti della vostra razza, del vostro popolo e della vostra cultura.
Mia moglie ha capito prima di me con che gente avevamo a che fare. Alcuni fricchettoni l’han rinominata Onibaba. Ho dovuto cercare su internet per trovare una traduzione dal giapponese. L’avessero vista una decina d’anni fa le avrebbero fatto gli stessi apprezzamenti che riservano alla mia secondogenita.
È successo anche con mia sorella e mia moglie, quando erano giovani.
Con la sostanziale differenza che c’ero io a difenderle.
Il mio primogenito è uno Yankee con gli occhi a mandorla. Entra ogni pomeriggio nel locale e mi chiede un pezzo da venti, un pezzo da cinquanta, un pezzo da cento.
Chiede sempre soldi. Per ossigenarsi i capelli, per le tamarrate sulla macchina, per uscire, per il weekend, perché gli va.
L’ho tenuto due settimane nel locale prima di licenziarlo. Faceva mangiare e bere i suoi amici scrocconi a gratis.
È grasso, mio figlio Harry, grasso come dovrebbe esserlo un americano. Non l’ho mai visto correre un metro da che ha iniziato a camminare. Non l’ho cresciuto io, l’ha cresciuto questo Paese.
Come ogni fine mese arriva un tizio prima del turno serale, come ogni mese è un tizio diverso.
“‘Sera, Walter” mi dice. Questo tizio ha una camicia di jeans e i capelli lunghi rasati ai lati, raccolti in un codino che subito mi ha ricordato quello del maiale.
Solo i tizi che arrivano ogni fine mese mi chiamano per nome. Io non conosco lui, lui conosce me.
“Buonasera, desidera?” chiedo io sapendo già cosa mi viene a chiedere.
“Spaghetti con pollo e salsa Thai e il solito da portare via per il signor Guastaferro”
Il solito è una busta con 400 dollari che dovrò mettere nel sacchetto. Questo perché qualche testa calda, nominalmente gli stessi tizi che arrivano ogni fine mese, mi faccia saltare il locale o peggio. Al tabaccaio che stava di fronte, quando si è rifiutato di pagare, meno di dodici ore dopo hanno svaligiato il locale e sfasciato la macchina. Ora c’è una lavanderia a gettoni.
Annuisco e mi metto a cucinare. La piastra è rovente. Ci passo sopra l’olio e appena dopo i noodles.
Li giro con le spatole mentre sfrigolano con meccanica precisione.
Il tizio dall’altra parte del bancone mastica in maniera rumorosa una gomma. Sono tutti giovani, ma non troppo. Hanno tutti un’età indefinita, sembrano tutti uguali.
“Certo che potresti mettere un po’ di musica in questo posto. È di una tristezza unica” lo sento commentare mentre aggiungo le verdure.
“I clienti si sono lamentati e allora l’ho tolta” gli rispondo. Non serve essere cortesi con i tizi di Guastaferro. Non pagano, non meritano nemmeno la cortesia.
“Avrai messo su le nenie che ascoltate voialtri.” Sbuffa.
Sfumo i noodles con la soia. Da una parte metto a cuocere gli straccetti di pollo.
“A me piacciono i Led Zeppelin, ma qui nel locale avevo messo MTV”
Lui grugnisce fra lo stupito e il divertito.
“Un cinese che ascolta musica da fricchettoni…sapevo che c’era un motivo per svegliarmi oggi!”
Aggiungo il pollo agli spaghetti. Le spatole tintinnano come lame sulla piastra. L’impulso di sputare sugli spaghetti è frenato solo dal fatto che chi deve mangiarseli mi sta di fronte.
“Me la allunghi una birra mentre aspetto, almeno?” chiede lui sbuffando.
“Non abbiamo alcolici, mi dispiace” rispondo senza alzare gli occhi dalla piastra.
Condisco con la salsa Thai che altro non è che agrodolce più peperoncino e lime.
“Che posto di merda…” commenta lui ignorando che io gli sia di fronte.
Credeteci o no, scene simili mi capitano troppo spesso.
Sollevo gli spaghetti e li lascio cadere nella confezione per il take away. La infilo in un sacchetto di carta con un paio di bacchette e una manciata di tovaglioli.
All’ultimo momento, decido di non mettergli la busta.
Lui afferra il sacchetto bello contento. Ha il sorriso di chi ha scroccato un pasto gratis.
Apre il sacchetto, come tutti i tizi di fine mese.
Il sorriso svanisce.
Mi guarda. Cerca di sembrare minaccioso. Le sue pupille tremano.
Sa che prima che la sconti io, la sconterà lui.
“E il solito dove cazzo sarebbe?!”
“Niente solito oggi. Torna venerdì” gli dico.
Lascio cadere le spatole sulla piastra. Tintinnano.
“Venerdì un cazzo! Tu il solito lo metti ORA nel mio cazzo di sacchetto”
Rimango impassibile. “Non c’è nessun solito. – ribadisco – E fanno tre e cinquanta per gli spaghetti”
Lui Inspira forte. Come previsto scatta e viene dietro il bancone: “Io non ti do un cazzo, muso giallo di merda! Io ti spedisco a calci in culo al tuo paese di cagariso se non mi dai il solito!”
È davanti a me ed ha uno di quei piccoli sfollagente pieni di sabbia stretto in mano.
La mia mano afferra uno dei pentolini con l’acqua bollente per scottare i noodles. Il tizio di fine mese alza lo sfollagente. Lo fa vibrare in alto.
Io faccio un passo indietro.
Butto la pentola con l’acqua bollente verso di lui
Lui si fa scudo con le braccia, d’istinto, ma non serve.
L’acqua bollente impregna velocemente i vestiti e trova la sua strada per ustionare la pelle.
Il tizio di fine mese inizia a strillare. Lascia cadere lo sfollagente. Cade a terra.
Gli arrivo addosso.
Le sue mani e parte della sua faccia stanno assumendo un colorito rosso gambero. Non smetterà di far male. Ma io non intendo fermarmi. Lo afferro per i capelli, per il suo codino da maiale. Lo sollevo tirandolo per la cute.
“Ascoltami bene, sacco di merda – gli ringhio contro, la mia voce esce sorprendentemente simile a quella di Clint Eastwood quando faceva Dirty Harry. Vorrei mi vedesse mia moglie – Da oggi in poi non si serve più il cazzo di solito a voi Yankee, è chiaro? Finito. Chiuso. Se doveste tornare a rompermi i coglioni…” lascio una pausa di suspense “Vi infilo nei fottuti INVOLTINI PLIMAVELA, è chiaro?”
Mi sento stranamente calmo mentre dico tutto questo, non penso alle possibili conseguenze, non penso al fatto che le cose potrebbero mettersi molto male.
Lo lascio andare ed Indietreggio. La mia mano va istintivamente alla mannaia. Non l’afferro. La tengo a portata di mano. Voglio assicurarmi che abbia capito, che abbia sentito bene tra uno strillo di dolore e l’altro.
Lui barcolla e indietreggia. Mi guarda sorpreso, spaventato, dolorante. La faccia inizia già a gonfiarsi. Credo che stia sostenendo il dolore per miracolo. Gli potrebbe servire una plastica, ma dubito potrà permettersela.
“Non finisce qui pezzo di merda…” piagnucola indietreggiando verso la porta. “Questo posto farà una brutta fine” tenta di minacciare. Si, questo posto farà una brutta fine, ne sono cosciente, lo so io, lo sa lui, lo sanno i Guastaferro. Quello che non si sta chiedendo è, perché l’ho fatto?
“Al tuo posto aprirà un fottuto sabbianegro con del kebab del cazzo, Fong. Sei finito!”
“GLAZIE E ALLIVEDELCI, FIGLIO DI TROIA!” gli dico, facendogli il verso, mentre esce con la coda fra le gambe dalla porta.
Lo inseguo fuori dal locale con il suo sacchetto a portar via.
Lo vedo infilarsi in un’utilitaria vecchia di almeno 15 anni. Il tizio sul sedile del guidatore accende il motore e ingrana la marcia. Afferro saldamente il sacchetto take away.
“TI SEI DIMENTICATO IL PRANZO, FACCIA DI MERDA!” Carico tutto il peso con la spalla e lancio il pranzo del tizio di fine mese verso la macchina che si sta dando alla fuga.
La confezione cade a bomba sul tettuccio dell’auto aprendosi di botto, gli spaghetti si spiattellano e colano lunga tutta la vettura, poi scivola all’indietro e cade sull’asfalto.
Rimango un istante a fissarla.
Ora, sull’asfalto, sembrano qualcosa di alieno, di disgustoso. Una massa di vermi intrisi di sangue fra brandelli di carne. Una macchina ci passa sopra e spiattella il pranzo con le ruote. Si porta dietro la scia per qualche metro, come la carcassa di un animale investito che cercava solo di attraversare per tornare a casa.

Nostalgic

“Guarda qua: stragi, sparatorie, decapitazioni, guerre fra bande. Ma ti sembra normale una situazione simile? Dimmelo tu che sei più giovane” Il caporedattore si dondola nervoso sulla sedia del suo ufficio. Non distoglie gli occhi dai ritagli di giornale.

“Quella città non è nuova a questo tipo di notizie. Insomma…non è mai stata troppo adatta a viverci” gli rispondo. Stiamo parlando di Crusade, quella che il Washington post ha recentemente definito “Il mattatoio d’America”.

“Guarda qua. Degli agenti federali trovano il cadavere di un ragazzino dietro un muro dei bagni del World Royale Shopping Center, le tensioni fra bande criminali stanno causando scontri armati in pieno centro, l’azienda farmaceutica Heartwork inc. è sotto inchiesta strettamente riservata. Riservata? E noi di che scriviamo?” la prima pagina mostra la cruda foto di un cadavere avvolto nella plastica trasportato fuori dal World Royale Shopping Center. A scortare gli uomini della scientifica, i due agenti Emerson e Segarra. Il mio caporedattore, il signor Lucius, mi butta davanti il TIME. Il titolo è emblematico: “Furfanti, Fanfaroni e Fanatici” la faccia del sindaco Jack Palancio sulla copertina con alle spalle un fotomontaggio di affaristi Heartwork in manette, vittime di recenti sparatorie e la scritta “Non c’è alcun Dio e il Caos è il suo profeta”. Il sottotitolo non lascia dubbi “Crusade, California, è la Detroit della West Coast? Secondo Palancio la situazione è sotto controllo, ma i cittadini vivono nell’orrore – Reportage all’interno”

Rimaniamo un momento in silenzio. Lucius è un uomo basso e tozzo, sulla soglia della pensione, capelli radi e occhi vispi. Mastica pensieroso la stanghetta degli occhiali mentre guarda altri titoli.

“Il problema è che tutte queste notizie non dicono nulla di interessante per il lettore. Violenza, sangue, morte. Ormai sembra tutto così nella norma. Al lettore è tutto indifferente.” Il vecchio giornalista di fronte a me sospira. Butta tutto sulla scrivania. Sono entrata a far parte della redazione del Pacific Insider come cronista da un paio d’anni e non abbiamo mai discusso di Crusade. Ora, immagino che Lucius abbia avuto una folgorazione, per questo mi ha convocata.

“Forse è solo come sono scritti i pezzi, forse il contesto. Insomma, nemmeno le violenze a Detroit fanno più notizia.” Provo ad ipotizzare.

Lucius scuote la testa “No, cazzo, il problema è che tutti questi imbrattacarte escono da sotto i loro buchi e vanno a Crusade e fanno tutti lo stesso discorso: Crusade è merda, fa schifo, questo posto non è America, non ci andate, prendete la I15 e tagliate direttamente verso Los Angeles. Non c’è speranza per questo posto. Qualsiasi ghetto fottuto dove vivete, cari lettori, è meglio di questo merdaio. Perdona i francesismi, Linda” Sorrido dicendo che non fa nulla. Come sempre, da due anni a questa parte, lo lascio continuare.

“Quello che ci serve, Linda, è uno sguardo diverso. Serve qualcuno che mostri che quel posto ha dei problemi, ma non è irrecuperabile. Qui leggo solo “chi”, “dove”, “cosa”, “quando” e “come”, ma non vedo un perché. Leggo satanisti e cultisti, ma non vedo cosa ha creato questi movimenti. Leggo di russi, Latin Kings e mangiaspaghetti spararsi, ma non c’è una causa scatenante e soprattutto vedo un’indagine mastodontica sull’azienda che produce l’insulina per mia figlia e non vedo il maledetto motivo perché la stanno mettendo in atto.”

Lascia il discorso in aria, Lucius. Non ha fegato di chiedermelo, ma freme dal desiderio.

“Ti servirebbe una persona del posto, immagino” accenno io. Lui si illumina

“Esattamente, Linda! Qualcuno che ci sia nato e cresciuto, qualcuno che abbia un’idea di che posto sia e soprattutto qualcuno che riesca a parlare con quella gente.”

Si aspetta che io dica che, si, sono nata a Crusade, California, e ci sono rimasta fino a 14 anni. Lo sa benissimo, ha il mio Curriculum Vitae da qualche parte in quella pattumiera di archivio.

“Immagino che questa persona dovrebbe essere un membro della tua redazione, magari con una spiccata professionalità ed esperienza in zone difficili. Giusto?”

Lucius annuisce, incrocia le dita davanti al petto. È soddisfatto. Quando uscirò di qui tirerà fuori la sua dannata pipa e si metterà a impestare l’ufficio di fumo.

“Una giornalista di nome Linda che sarà spesata di tutto e avrà carta bianca?”

“Bianca come la neve, figliola” mi sorride.

“E un 25% per cento di extra?” alzo il tiro sfidandolo.

Lucius smette di dondolarsi, sospira “Lo sapevo…E va bene. Solo perché sei tu”

“Sei splendido, grazie!” gli dico.

Lucius ha voluto che partissi immediatamente, col volo delle 5 di mattina. Ho un’auto a noleggio pronta fuori dall’aeroporto e una stanza prenotata in centro. Ho passato la serata a preparare il bagaglio e a litigare con Audrey al telefono.

Voleva passassimo il fine settimana insieme. Ha continuato a ripetere che mi sarei fatta ammazzare, che dovevo rifiutarlo questo dannato pezzo. Quando ha detto che quel buco di merda doveva bruciare e basta coi suoi abitanti le ho chiuso la chiamata in faccia e ho gettato il telefono lontano. Non so dire se fosse rancore o se avesse effettivamente dimenticato che vengo da lì. Non mi importa. È la stessa sgradevole sensazione che ho provato quando leggevo i titoli in ufficio. Per quanto sia un posto di merda è sempre da dove vengo. Sentire fighetti del Washington Post o del USA Today o, ancor peggio, la ragazza con cui mi frequento, auspicare una catastrofe naturale per ridurre in macerie la città di Crusade non mi va molto a genio.

Ora capisco perché Lucius mi ha affidato il lavoro.

Durante il volo Portland – Los Angeles devo aver dormito della grossa. Ho aperto gli occhi solo per trangugiare la colazione sintetica offerta dalle hostess sperando che non prendesse vita nel mio stomaco, affamata di vendetta. Quando siamo atterrati, bagaglio a mano al mio fianco, ho pistato fino all’autonoleggio per ritirare la Ford che il buon Lucius mi ha riservato. Prima di partire mi fermo un secondo per riaccendere il cellulare e inviare a Lucius un messaggio per dirgli che è tutto ok. In segreteria ci sono un paio di messaggi di Audrey. Non voglio ascoltarli, non ora. Non mi va di litigare o discutere.

Mi lascio Los Angeles alle spalle sulla I15 verso Crusade. Il viaggio è piatto e noioso. La radio prende solo qualche stazione. Quella che si sente più chiaramente trasmette un pastore evangelista che grida con voce squillante: “…Io vi dico, fratelli, che la battaglia fra il bene e il male è ORA! Il grande drago rosso e la bestia venuta dal mare sono su di noi! Non lasciatevi tentare, fratelli, dalle promesse delle loro spie! Dicono che Dio non esiste! La scienza è figlia del demonio fratelli! Ma dio è con noi! ALLEHLUJA! Il vostro contributo per la battaglia è importante! DONATE fratelli per aiutarci a salvare le anime dai tentatori! AMEN!” Non riesco ad ascoltare oltre e spengo. Grazie a dio né mamma né papà credevano troppo alle prediche e non ho mai avuto bisogno di trovare risposte nella religione. Non quanto la zia Sally. La zia Sally, forse, aveva trovato troppe risposte in quel dannato libro. Mentre il nastro di catrame scorre sotto le ruote, la mia mente percorre a gran velocità il viale dei ricordi. In un attimo sono di nuovo lì. In fondo alla strada. A Crusade.

Ho di nuovo otto anni, i capelli tagliati a caschetto e i vestiti a gonna lunga che mamma mi obbliga a mettere ogni domenica. Ogni domenica dobbiamo andare in chiesa per accompagnare zia Sally.

Zia Sally non ha la macchina, zia Sally ha perso il marito quando ero piccola, zia Sally è, come l’ha detta sempre mamma, l’immagine sputata di nonna Amaris, che abitava nel Wyoming. Papà diceva sempre che qualsiasi cosa avessimo detto o fatto in presenza della zia, la nonna l’avrebbe saputo entro il tramonto.

Papà ogni domenica si lamenta, preferirebbe andassimo a fare una gita o pranzassimo come si deve, invece di passarla con sua cognata alla chiesa evangelista di Crusade dall’altra parte della città. Mamma ci scherza su e minimizza. Non ho mai capito del tutto perché fossimo sempre alla mercé della zia Sally.

Ogni domenica prendiamo zia Sally a casa sua e ogni domenica lei ha un lungo vestito nero. Zia Sally è rubiconda e profondamente sovrappeso. Le sue mani sono sempre sudate e calde.  Ogni volta che mi guarda, con i suoi occhi infossati, zia Sally parte con le sue sentenze: “Questa bambina mangia poco” oppure “Le devi far portare gonne più lunghe” o ancora “Questa bambina dovrebbe imparare un po’ di educazione”. Zia Sally non mi ha mai chiamata per nome, parla sempre di me come se non fossi presente o non capissi. Quando c’è lei, mamma smette di darmi attenzione. Non sono più un membro della famiglia, ma un elemento a traino. È molto che non penso a zia Sally o a quello che è successo una certa domenica prima dell’autunno.

Dopo la funzione i miei genitori sono stati invitati a pranzo da alcuni loro amici, gli Hicks.

Mentre loro sono nella sala grande io sono in cucina al tavolo dei bambini assieme al loro figlio, Willliam Hicks, per tutti Billy. Ha i capelli rossi e tantissime lentiggini, gli occhi chiari e vispi. Ora sarebbe considerato iperattivo e verrebbe imbottito di Ritalin. Ma abbiamo dieci e dodici anni ed è il 1983, ed essendo questa piccola mina vagante il primogenito degli Hicks, qualsiasi cosa faccia è un miracolo in Terra.

“Mio padre gestisce la fabbrica di neon, lo sai? Tuo padre cosa fa?” mi chiede mentre mangiamo della lasagna. Io balbetto, balbetto di brutto. Quando provo a controllarmi sento la zia Sally nella testa che dice “Questa bambina parla male, dovete portarla da uno specialista” e le cose peggiorano. “M-m-mio pa-pa-padre fa il pro-pro-professore” Billy fa una pernacchia “Papà dice che è una perdita di tempo imparare le cose, lui la fabbrica non l’ha costruita con i libri. Io sarò il quarterback dei Vultures!” mentre sento le parole su papà infilzarmi il cuore di ingenua bambinetta, lui parte a parlarmi senza sosta di schemi di attacco, di giocatori forti e di Superbowl. Quando vede che non lo sto ascoltando minimizza “Voi femmine non ne capite nulla”. Come mi ha insegnato mamma, sorrido e sono gentile. Sorrido e gli dico “S-s-s-scusami B-Billy” lui sorride e sbuffa di risposta. Ad un certo punto mi fa “Mi annoio. Vuoi vedere una cosa bella?” mi propone. “Cosa?” gli chiedo. Lui sorride con fare misterioso “Un posto infestato dai fantasmi” sussurra. Io mi illumino. Un posto stregato? Una casa? Sarebbe bellissimo. “Dove?” gli chiedo.

“In fondo alla strada c’è il palazzo dove abitava il mio amico Charlie. Ora se ne sono andati tutti perché è infestato dai fantasmi. Dicono che lì dentro ci fosse un vecchio pazzo che rubava i bambini alle madri quando erano ancora nella pancia” Io non capisco. Nessuno mi ha ancora parlato di come dovrebbero nascere i bambini. Per quanto ne so i bambini li porta la cicogna, come sui cartoni animati. Ho paura di passare da stupida e non faccio domande. “Come lo sai?” gli chiedo. Lui sorride e si avvicina “Me l’ha detto papà, tutti qui lo sanno. Quel posto è stregato. Il dottore si è impiccato nel seminterrato ma dicono che il suo fantasma sia ancora lì coi barattoli con dentro i bambini” riesco a chiedergli cosa voglia dire impiccato. Lui alza le spalle e dice, sempre col suo fare misterioso “è complicato, non capiresti. Allora, vuoi che andiamo a vedere?” mi chiede eccitato. Io dico subito di sì, senza tartagliare. Sarebbe come una puntata di Scooby Doo, diavolo, anche meglio! Senza dire niente usciamo dalla porta della cucina e seguo Billy lungo la strada piena di villette. Fa freddo. Chiedo se possiamo tornare indietro a prendere i giacconi “Così ci scoprono! Dai, non fare la femminuccia” mi tappo la bocca e non faccio la femminuccia. Cerco anche di non battere i denti mentre lui mi racconta, con la voce di chi la sa lunga, di come nello scantinato ci siano ancora i barattoli e che, se ci vai di notte, puoi vedere il dottore tutto marcito, con gli occhi fuori dalle orbite pronto a farti fuori. Il palazzo di cui Billy ha parlato è un edificio a tre piani con le finestre sbarrate e carta di giornale attaccata sulle vetrine della tavola calda al piano terra. “Papà qui mi comprava il gelato.” Si limita a dire Billy. Di colpo sembra che non passi più nessuna macchina, c’è solo il silenzio.

Sento le gambe farsi di gelatina. La paura si chiude sui miei pensieri come una morsa. Mentre guardo le finestre sbarrate mi pare di vedere qualcosa muoversi da dietro. Immagino occhi fissarmi. Billy mi guarda ridendo “Hai paura?” io subito mi difendo “N-n-no ho so-solo freddo, stupido” gli dico. Anche nella sua voce c’è un tremito. “Si passa da dietro” si limita a dirmi.

Arriviamo sul retro e c’è una porta con una grossa crepa in basso. Lui, senza aspettarmi, ci si infila dentro. Io rimango sola a tremare dal freddo. Da dentro lui mi incita “muoviti!” A malincuore mi metto a quattro zampe e passo con fatica dalla fessura. Mentre scivolo dentro l’edificio sento il vestito strapparsi appena sopra il sedere. Compaio dall’altra parte e mi rendo conto che un pezzo di gonna si è strappato. “Oh, che guaio! Ma-Ma-Mamma mi ucciderà” Billy sbuffa “dovevi venire coi pantaloni” si limita a dirmi. “Grazie tante” gli dico.

Rimaniamo in silenzio. Poi chiedo a Billy “da che parte dobbiamo andare ora?”

Billy non mi risponde. Si guarda attorno come se fosse lì dentro per la prima volta. Siamo in quello che resta della cucina della tavola calda. Ci sono solo gli attacchi del gas e una friggitrice sporca di unto. A terra, fra giornali e spazzatura, ci sono chiazze di ogni tipo. L’aria puzza di vino rancido, di sporco, di muffa. Ripeto a Billy dove dobbiamo andare, non voglio rimanere molto. Le prenderemo se scoprono che siamo spariti.

“Billy!” gli dico di nuovo. Lui mi guarda e dice “Se vuoi che ti mostri dove è morto il dottore – inizia – voglio che tu mi faccia vedere una cosa” arrossisco. So già cosa vuole chiedermi. Mamma, almeno questo me l’ha spiegato.  “N-n-n-non ti faccio vedere nulla” gli dico. Lui ride “perché sei una fifona. Allora non ti ci porto nella cantina” Incrocia le braccia e gonfia il petto. “N-n-non sono una fifona! Tu sei un bugiardo” gli rispondo. Lui ride e mi fa il verso a pappagallo. Mi sento il sangue salire alla testa. Mi giro per andarmene, ma lui mi afferra il braccio “Hey, dove vai?” mi chiede. “A casa” gli rispondo.  Lui alza la voce “E dai, stavo scherzando, non fare la femminuccia” ancora un’altra volta, non faccio la femminuccia. Mi fermo.

“Se vuoi ti mostro una cosa io prima. Poi tu e poi scendiamo in cantina, ok? Così siamo pari” prova a convincermi. Non voglio vedere il suo pistolino, ma non aspetta che glielo dica. Si sbottona i Jeans e li fa cadere a terra. Sotto porta degli slip rossi e blu con una tavola da surf disegnata. Se li abbassa. Vorrei chiudere gli occhi per non guardare, mi vergogno. Il suo arnese è fuori diritto, sembra un verme grassoccio. “Che schifo! Mettilo via!” riesco a dire, stranamente senza balbettare. Lui arrossisce e si sbriga a riporre l’attrezzo. Ricordo di aver provato una leggera nausea nel vederlo. “Ok, ora tocca a te” mi dice con risentimento. La mia prima idea è di scappare per la fessura, ma una voce in testa mi dice “Non fare la femminuccia, Linda” e mi fermo “P-P-Poi mi mostri la cantina?” lui annuisce “p-p-poi ti m-m-mostro la cantina” lo dice imitandomi. Mi rassegno. Metto le mani sotto la gonna, afferro le mutandine ai fianchi con i pollici e le faccio scendere alle caviglie. Billy diventa rosso in viso e si avvicina. Io mi alzo piano la gonna mentre noto un gonfiore nei suoi pantaloni. Per quanto mi riguarda sento solo un gran freddo. La gonna mi arriva sopra le ginocchia quando sentiamo un tonfo provenire da sotto. Billy salta in aria con uno strillo. Si mette a fissare una porta dietro di lui. Lascio andare la gonna. Mi sento svenire. “Cos’era?” chiedo. Billy mi zittisce. “Sarà un…”oltre la porta sentiamo un gemito, un lamento lungo e greve. Vedo Billy indietreggiare. “Torniamo indietro” piagnucola l’ometto. La mia risposta è quasi istantanea “Non fare la femminuccia, Billy. Voglio vedere se troviamo il fantasma” gli passo davanti. Senza pensarci, lascio le mutandine per terra. Arrivo davanti alla porta antincendio e spingo la maniglia antipanico. Spingo verso l’interno la porta. Davanti a me una serie di scale che portano verso il basso. Quello che vedo è una scalinata di cemento che scende giù verso il buio. C’è aria fredda che sale. Un’aria fredda, che puzza di ammoniaca, come l’odore che c’è nel bagno di zia Sally. “Andiamocene, Linda” piagnucola Billy dietro di me. Decido di scendere le scale. I miei passi echeggiano lungo la scalinata. Scendiamo ancora. A metà circa non ci vediamo più. L’odore si fa più forte. Dobbiamo andare a tentoni. Sotto di noi sento un rumore di qualcosa che striscia e sfrega a terra. Sento Billy sobbalzare dietro di me. Ogni tanto mi volto per vedere se la porta è ancora aperta. Se dovesse chiudersi sarebbe un guaio. Cerco di non pensarci. Non voglio pensare di rimanere chiusa qui sotto con il campione di football che se la sta per fare nei pantaloni. Un altro gemito più vicino ci gela il sangue. Ci fermiamo. “Linda…” lo zittisco e proseguo. Perché proseguo? Ho paura, una paura folle, ma voglio vedere. Voglio dimostrare che ho fegato. Ad un tratto, in fondo alle scale una luce si accende illuminando un corridoio ricoperto di piastrelle bianche. Il mio primo pensiero è lo studio del dentista. Ci fermiamo. Sento qualcosa avvicinarsi. Il rumore si fa più vicino. Sento il cuore battermi forte in gola. La prima cosa che vedo è una mano, compare da destra, è vermiglia. Penso subito alla salsa di lamponi. La mano si appoggia al muro, lasciando un’impronta. Il resto lo vedo un istante dopo. Vedo un uomo, un uomo nudo. Ha la pelle flaccida, biancastra. Mi è rimasto impresso il suo ventre enorme. Con una grossa cucitura nera dallo sterno fino a sopra il suo verme grassoccio. Penso istintivamente ai rattoppi che ha il sacco di Babbo Natale quando è troppo pieno. I punti sono tesi, la pelle attorno è arrossata. Il mio pensiero è “Se non sta attento, quelli gli si scuciono” La cosa che mi fa orrore è la bocca, o meglio, la mancanza di essa. La testa del signore con i rattoppi si ferma ai denti di sopra. Ha solo il labbro superiore poi vedo un grosso buco dove dovrebbe essere la mandibola. Si volta verso di noi. Manda un gemito e muove la mano verso di me. Mi guarda. I suoi occhi sono gonfi di lacrime. Penso mi stia implorando. Manda un altro gemito. Io sono paralizzata dal terrore, mi sento come ipnotizzata. I suoi occhi, la cucitura sul ventre gonfia, pronta a scoppiare. Billy grida, strilla come una sirena. Questo mi fa svegliare. Inizio ad indietreggiare. L’uomo sacco prova a salire le scale, si sporge in avanti. Sento uno strappo, come quando la tela si rompe. Mi volto mentre sento un rumore orribile echeggiare lungo la scalinata. È lo stesso rumore che ha fatto la zuppa inglese quando mamma l’ha fatta volare per sbaglio a terra lo scorso Ringraziamento.  Billy è già dieci gradini sopra di me. Lo rincorro e saliamo in fretta. Dietro di me sento delle voci “Cazzo, eccolo il povero bastardo. Guarda che cas… Cazzo! c’è qualcuno lassù” Ho paura a voltarmi, corro ancora più forte, arrivo dietro a Billy e lo spingo in avanti. “Ti ho detto che dobbiamo murarla sta cazzo di uscita. Guarda che casino! ora il dottore del crucco se la prende con noi. Hey! Ferma quei due!” grida un altro. Siamo quasi alla porta. Prego di farcela. Lo prego con tutte le forze. “Lasciali perdere, sono due bambini. fammi prendere ‘sto stronzo” brontola il primo. “Sì, ma…”. Non sento la risposta. Scivolo attraverso la porta antincendio prima che Billy possa chiudersela alle spalle, chiudendomi dentro. Non mi fermo a pensare. Usciamo dalla fessura e corriamo a perdifiato lungo la strada verso casa degli Hicks. Arriviamo alla porta della cucina e Billy ha il fiatone. “Non raccontiamo a nessuno quello che abbiamo visto. promettilo!” mi dice subito. Sui suoi pantaloni vedo una macchia scura. Si è fatto la pipì addosso. Farebbe ridere, ma non ci riesco. Io ho un attimo di esitazione poi dico “Lo Lo Lo Pr…” non finisco la frase. La porta della cucina si apre dall’interno.

Zia Sally troneggia su noi due. Afferra entrambi per il braccio e ci tira dentro casa. Sento le sue dita grasse stringermi la pelle. Avrò dei lividi per una settimana. “Zoe, ho trovato tua figlia” urla verso il salotto con evidente disprezzo.

Mia mamma si fionda in cucina assieme ai genitori di Billy. Loro abbracciano il loro piccolo campione “eravamo preoccupati Billy, dove eravate finiti?” gli chiedono.

Billy non risponde, inizia a balbettare. Mi guarda disperato. Non sa cosa inventare.

“Eravamo Fu-fu-fuori a gio-gio-gioca…” provo a giustificarci. I genitori di Billy mi interrompono. “Billy che ti è successo? Sei bagnato!” Gli Hicks mi guardano, mia mamma mi guarda. Anche papà arriva e mi fissa in silenzio “Linny?” mi chiede papà.

Billy scoppia a piangere e abbraccia sua mamma “Scusa mamma, scusa, io non volevo, non volevo” Sento di colpo la zia Sally stringermi ancora di più il braccio “Che cosa gli hai fatto, ragazzina?” Mi sbraita contro con fare autoritario. È la prima volta che si rivolge direttamente a me. Stringe ancora il braccio. Io grido di dolore.  Non so rispondere, sento la gola annodata e, ancora peggio, sento di essere nuda sotto la gonna. Sento che in qualsiasi momento potrebbero scoprirlo.

In questo momento odio quel piagnucoloso vigliacco di Billy più di tutti. Mi sento una stupida ad essermi tolta le mutandine, mi sento stupida ad aver ceduto al suo ricatto.

“Sally, smettila, le fai male” interviene mia mamma. Scansa la zia e le fa mollare la presa.

Cerco di trattenere le lacrime. “Linny, parlami, che avete fatto?” mi chiede con voce dolce mia mamma.

Io cedo e le dico la verità “Billy mi ha portata nella casa in fondo alla strada. Siamo entrati e…”

Billy si mette a strillare “è una bugia! Non è vero! È stata lei! Lei mi ha fatto paura!” grida in maniera isterica. Vedo il suo volto diventare paonazzo.

Impallidisco. Vorrei gridare, ma mi arriva uno scappellotto sulla nuca. Sento le orecchie fischiarmi.

“Non dire bugie, piccolo mostriciattolo” ringhia la zia Sally. Mamma si piazza tra me e la zia “Sally, giuro su dio che se tocchi ancora mia figlia…” Mio padre la trattiene. La afferra per le spalle. Io scoppio a piangere.

Sento la signora Hicks chiedere al figlio che cosa gli avrei fatto, mentre la zia Sally sibila a mamma “Si, che cosa farai? Rinunci ai soldi di mamma? Vuoi che le dica tutto?” Vedo, attraverso le lacrime, mamma che si rassegna, sconfitta. Abbassa le spalle e si gira verso gli Hicks.

Billy inizia a parlare singhiozzando “Siamo andati alla tavola calda abbandonata perché voleva mostrarmi una cosa. Mi ha convinto lei…voleva mostrarmi…” si blocca e scoppia di nuovo a piangere. Sua madre lo abbraccia per consolarlo. Lo vedo guardarmi di sottecchi da dietro la spalla. Sono convinto che rida soddisfatto. Papà sblocca la situazione “forse faremmo meglio ad andarcene”.

Il signor Hicks, livido in viso, si limita a dire “sì, fareste meglio ad alzare i tacchi e portarvi via quella pervertita di vostra figlia” Vedo mamma mordersi la lingua. Ce ne andiamo in silenzio. Zia Sally rimane indietro a scusarsi per il mio comportamento. La sento dire che sono una ragazzina problematica e che se fosse stato per lei sarei già in cura. Mamma in salotto mi aiuta a mettermi la giacca.

“hai la gonna strappata, Linny” dice con un filo di voce. Si accorge dello strappo. Il cuore mi balza di nuovo in gola. La sento tastare il tessuto con la mano. Spero non se ne accorga.

Ad un tratto mamma si blocca. “Ne riparleremo domani, ok?”.

Io mi limito ad annuire con le lacrime agli occhi.

Partiamo portandoci dietro la zia Sally, che per l’occasione sta sul sedile davanti. Mamma sta di fianco a me. Nessuno parla.

Prima di addormentarmi, mi chiede se ho davvero fatto qualcosa che non dovevo fare.

Le racconto la storia fino al punto quando abbiamo sentito il rumore dalla cantina. Poi, mento, siamo scappati.

Mamma sembra credermi. Mi dice solo “Non permettere a nessun maschietto di dirti a che altezza devi tenere le mutande.”

Per tanti anni poi non ci ho più ripensato. Quella specie di mostro gonfio in fondo alle scale, ho sempre pensato fosse stato un incubo. Ancora oggi non sono sicura di averlo visto veramente. Se fosse veramente esistito, mi sono sempre detta, perché allora quegli altri due non ci hanno inseguiti?

Quando ho compiuto quattordici anni i miei si sono trasferiti lontano da Crusade, lontano dalla zia Sally, lontano da Billy, lontano da mostri nei seminterrati di palazzi abbandonati.

È già il tramonto quando passo con l’auto davanti al cartello che annuncia:

WELCOME TO CRUSADE, CALIFORNIA!

THE CITY OF Fun and Freedom FUCK YOU AND DIE!

Il cartello è sforacchiato da buchi di proiettile.

Vado diritta all’Ambassador, in centro.

Quando mi registro alla reception il portiere mi chiede senza troppo interesse “è la prima volta che viene nella nostra città?” io gli sorrido “Ci sono nata, non ci vengo da un bel po’” rispondo.

Lui mi guarda sorpresa, il suo sguardo chiaramente chiede perché sono tornata qui “Ha scelto proprio un bel periodo. Buona permanenza, signorina.”

Lo ringrazio e mi chiudo in camera.

Mi butto sotto la doccia e i nervi si distendono piacevolmente.

Quando mi sdraio a letto, la mente si fa leggera. Ricordo i messaggi di Audrey in segreteria.

Prendo il cellulare e vedo un paio di messaggi suoi.

Scusa Linny. Sono una stupida. Ti prego chiamami non farmi preoccupare.

Per favore dimmi solo se stai bene…

Le rispondo che sto bene e lascio cadere il cellulare sulla moquette. Mi addormento ancora in accappatoio, cinque minuti dopo aver acceso la televisione su Food Network.

Sono a casa.

 

 

Deep Diggin’

Quando mi sveglio non sono solo.

Ho ancora i vestiti della sera prima, quelli con cui ho seppellito mamma.

Yeleshev in persona sta passeggiando con maniera nervosa nella stanza. Lo vedo fissarmi.

Fingo di dormire ancora un po’, spero se ne vada, spero non si sia accorto che sono sveglio.

Forse è tutto un sogno.

Lo sento avvicinarsi al letto. Il suo respiro si fa pesante.

So cosa sta per succedere, ma non mi importa.

Tengo gli occhi chiusi mentre mi afferra per la camicia. Sento il tessuto strapparsi.

Mi solleva.

Mi scaraventa verso il muro.

Colpisco la parete con la schiena. Frano in mezzo a vestiti sporchi e bottiglie vuote.

Non riesco a trattenere un gemito di dolore.

“Svegliati pezzo di merda” ringhia il mio capo. Non posso più fingere. Devo tirarmi in piedi.

“Non potevi chiamare al cellulare?” riesco a dire io. Mi sento stordito, ho tremori ovunque. Credo mi serva una pasticca.

“Sono tre fottuti giorni che ti chiamiamo, tossico del cazzo. Stamattina mi ha risposto un povero bastardo portoricano che mi ha detto di scoparmi mia madre. Frequenti mangia tortillas ora, Joey?” la sua faccia è livida. Tiene il labbro inferiore fra i denti mentre mi fissa. Sento solo il suo respiro sibilare. Così incazzato l’ho visto rare volte.

“Dovevo seppellire mamma…Capo…Avevo bisogno di…” non riesco ad andare avanti, lui mi interrompe.

“Tua madre è sotto terra, fattene una ragione. Ti ho dato abbastanza tempo. Devi tornare al lavoro”

Cerco di stare in piedi, ma l’equilibrio se n’è andato in ferie con quel che resta della mia coordinazione.

“Non credo di farcela, capo. Chiedi a qualcun altro” provo a dire mentre cerco di farmi strada verso il bagno. C’è qualcosa che sta strisciando su per il mio esofago ed è necessario che la lasci libera nella tazza del cesso e non davanti al capo della Vory V Zakone di Crusade. Arrivato al bagno inciampo su una busta della spesa. Sbatto contro il mobile dei medicinali, mi aggrappo al lavandino e arrivo alla tazza quando ormai l’anguilla di pattume che ho dentro mi apre a forza le mandibole e fuoriesce in uno sbocco denso che sa di succhi gastrici e maiale.

Devo aver mangiato parecchio ieri sera. Non ricordo. Ho un black out di parecchi giorni.

Le orecchie mi fischiano mentre sento Yeleshev avvicinarsi “Non c’è rimasto nessuno, Joey. Hai sentito cosa dicono per strada? Siamo in piena crisi. Sta per succedere un mare di merda. Hanno tutti da fare”

La mia mano si avvicina tremante alla manopola dello scarico.

Sento la sua presenza dietro di me. Ho gli occhi fissi sulla poltiglia di carne mal digerita, pasticche e succhi gastrici mentre la mia mano cerca disperatamente la manopola.

Lui sarebbe capace di infilarmi la testa dentro senza pensarci due volte. L’ho visto fare di molto peggio.

Riesco a scaricare all’ultimo secondo, poi losento afferrarmi per i capelli. Mi tira la testa all’indietro.

“Ci servi. Ne farei a meno visto come sei ridotto. Ma ho solo te in questo momento” La sua faccia è talmente vicina alla mia che riesco a contare tutte le rughe, tutte le cicatrici. Mi fisso su una cicatrice sulla narice sinistra. Non ce la faccio a guardarlo negli occhi.

Annuisco, mentre sento la cute dei capelli mandarmi gridi di dolore.

“Ho bisogno di riposo, capo…” sento me stesso piagnucolare. Non vorrei piangere, ma sento che il rischio è molto vicino. In fondo al cervello sento Papà Julio gridare “Apriamo i rubinetti, il piccolo frignone vuole piangere ancora. Dovrei comprarti un vestitino, piccolo frocio”. Trattengo le lacrime.

Yeleshev mi lascia andare. “Un tuo vecchio conoscente, Camaro O’Leary, ha preso a credito un bel po’ di roba dopo averci rifilato un carico d’armi su cui era stato installato un tracciatore. Lushenko e i suoi sono tutti stati arrestati dall’ATF. Il bastardo si nasconde in qualche capannone a sud di Crusade. Convincilo ad uscire e portamelo al locale. Se mangia la foglia…” Annuisco. Ho capito. Non serve che vada oltre.

“Ti ho portato un giubbino e una Glock.” Si accende due sigarette. Una la passa a me. Riesco a fare una boccata e per un attimo mi pare di sentirmi meglio. “Non ce la faccio più” mormoro.

“Quando avrai finito vedremo di pagarti una terapia” lo dice in un sospiro.

Rimaniamo in silenzio a fumare. Yeleshev guarda verso il vuoto. Non mi degna di uno sguardo. Più che incazzato ora è affranto, deluso. È successo molto più di quanto non voglia dire e alcune cose seppur marginali riguardano me, anche se non riesco a capire in che ordine o misura.

“Fatti una doccia e cambiati. Prenditi il tuo tempo. Sembra tu ti sia rotolato in una porcilaia.” Yeleshev getta la sigaretta nel water e gira i tacchi “Devo andare. Vedi di procurarti anche un nuovo cellulare. O no. Basta che mi porti O’Leary.” Lo vedo sparire oltre la porta. Lo sento uscire.

Guardo i vestiti che ho addosso, il completo nero del funerale di mamma sporco di fango e terra. Una gamba del pantalone strappata e lisa.

Mi rialzo da terra. Allo specchio vedo uno spettro, la pelle scavata, gli occhi gialli infossati nelle orbite, la barba sfatta sporca di vomito. Labbra screpolate e denti ricoperti di tartaro e schifezze.

Mi strappo di dosso i vestiti, li butto in un angolo. Entro in doccia aprendo l’acqua che esce gelida. Lo shock termico mi sconvolge i sensi, l’istinto mi dice di uscire, ma resisto. Resisto finché non so con certezza di essere sveglio.

Monto in macchina con dei vestiti puliti, i capelli lavati e un caffè nelle budella. Non è servito a nulla.

Mi sento ancora sudicio e unto, sento ancora il tanfo di sudore e malattia che avevo attorno nei giorni scorsi.

Ho resistito alle pastiglie, ma mi sono concesso una pista di coca. Non posso farne a meno.

Il giubbotto antiproiettile mi appesantisce, non sta aderente al corpo. Mi sono reso conto di aver perso peso. Mi sento come uno scheletro a cui è stato spalmato sopra un po’ di pelle e un sistema nervoso.

Yeleshev mi ha commissionato il lavoro a malincuore, ma sa benissimo che io sono uno dei pochi che potrebbe avvicinare il Porco.

Camaro “il Porco” O’Leary è un po’ di tutto: trafficone, truffatore, ladro, pappone, assassino e soprattutto amico d’infanzia del sottoscritto.  Siamo cresciuti insieme, abbiamo riso, scherzato, litigato e pianto insieme. Ci siamo fatti le prime scopate a distanza di poco ed eravamo tutti presenti quando Redrum e il Mezzatesta hanno avuto la vita rovinata da due sbirri.

Yeleshev sa più o meno dove si nasconde il Porco. Io lo so con certezza.

42 di Churchill Way, piena zona industriale, dove c’era la vecchia sede della Crusade NeonGlass Co.Ltd. andata in malora all’incirca quando hanno impiccato il vecchio Hussein. Ricordo che il nostro vicino di allora ci lavorava. Il giorno che han fatto vedere Hussein penzolare dalla forca, Carlo Vasquez ha ammazzato moglie e due figli piccoli con un batticarne e poi si è buttato dalla finestra dopo essere stato licenziato. L’appartamento è rimasto sfitto per mesi. C’erano cervella ovunque. Hanno fatto il funerale a bara chiusa a tutta la fottuta famiglia. A quei bamboccini facevo da baby sitter, alle volte. Alla madre tenevo la porta quando tornava carica di buste. Con Carlo mi sono anche fatto un paio di birre. Balbettava sempre, Carlo, balbettava e aveva delle dita consumate da bruciature e calli. Erano brave persone, brava gente.

Mi fermo al semaforo e un ricordo mi si insinua nella testa. Mamma aveva il vestito al contrario al funerale per nascondere i segni sul collo che le aveva lasciato Maria. Dal momento in cui se n’è andata, il corpo che ha lasciato sembrava sgretolarsi a vista d’occhio. Sempre più scheletrica, sempre più rattrappita, sempre più mostruosa.

Maria era…

Maria.

Maria era presente al funerale. Sorrideva. Sorrideva con le lacrime agli occhi.

Qualcuno bussa al finestrino.

Il fottuto accattone di turno. Denti corrosi dalle metanfetamine, quaranta cappotti uno sopra l’altro, il cartello che sorregge dice “Offerta per un veterano senza casa”. I suoi occhi rossastri mi guardano senza troppa speranza di una mancia. Mi sembra quasi di percepire l’odore di carcassa che si porta dietro.

Mi volto a fissarlo, non ho ancora deciso se dargli un paio di quarti che mi stanno appesantendo la giacca.

Lui indietreggia quando i nostri occhi si incrociano. Le palpebre si spalancano e gira i tacchi.

Sembra abbia visto un fantasma.

Scatta il verde e subito qualcuno dietro di me suona il clacson.

Parto sgommando. Bestemmio e maledico l’impaziente figlio di puttana dietro di me.

La macchina puzza.

Qualcosa deve essere finito nell’impianto di climatizzazione. Qualcosa che sta marcendo nelle viscere del mezzo impregnando di merda tutto l’abitacolo. Inizio ad avere la nausea. Spengo il riscaldamento e abbasso i finestrini. L’aria pungente mi schiaffeggia piacevolmente la faccia mentre entro in zona industriale.

Maria era sola al funerale. Se n’è stata nelle ultime file fino a che non siamo arrivati al cimitero. Ha aspettato che venisse fatto il funerale. Ha aspettato che tutti se ne fossero andati. Ha aspettato che fossimo soli. Continuava a fissarmi durante tutta la predica e le altre stronzate che il prete diceva.

Fottuti protestanti con la loro retorica del cazzo.

Mi pare di sentire il suo sguardo fissarmi anche ora.

Arrivo davanti alla CRUSADE NEON GLASS CO. Dell’insegna sono rimaste solo alcune lettere: ___SAD_ __O__LASS_CO. Non so se sia stato il Porco o semplicemente una coincidenza. Non mi interessa.

I tossici chiamano questo posto The Market.

Passo oltre il cancello e l’accattone che passeggia avanti e indietro con il carrello della spesa pieno di ferri vecchi e bottiglie appena mi vede inizia a cantare a squarciagola.

“Weee’ll Meet Agaaaain, Dont’ Know Wheeereee, Don’t Knoooow Wheeeereee…”.

Mi avvicino.

“C’è Camaro?”

Ovviamente c’è. Non esce da questo posto. Immagino già un fucile legato al pomello della porta, taniche di benzina e chissà che altro.

“Aaah giovane, il vecchio Donnie non sa di che parli, il vecchio Donnie raccatta e aiuta col riciclo! Si, Il vecchio Donnie non conosce nessuno” brontola l’accattone. Puzza di piscio e vino rinforzato.

Spinge ancora il carrello e parte di nuovo a cantare.

“Buut I Know Weee’ll Meeet AGAAAIIINNN…SOME SUUUNNY DAAAY!”

Gli faccio balenare un pezzo da venti sotto i baffi da tricheco.

Lui li afferra e se li intasca.

“Il vecchio Donnie dice che tu puoi entrare. Ma non sa mica a quelli dentro se gli vai a genio. Il vecchio Donnie leva le tende. Quelli non vogliono nessuno, ma danno sempre la medicina a Donnie in ritardo”

Il vecchio Donnie smette di cantare e si allontana con il suo carrello.

Classici espedienti da Camaro. Mi pare di vederlo dare un posto nel sottoscala a un branco di barboni fornendoli di roba tagliata male in cambio di un minimo di sicurezza. Sicuramente il vecchio Donnie che non sa nulla si è messo a cantare per avvertire il Porco che c’era qualcuno alla porta.

L’unica falla dello sfruttare i disperati è che basta giocare al rialzo.

Arrivo alla porta, c’è una telecamera piazzata in alto alla mia destra.

Fisso l’obiettivo e saluto. Cerco di sorridere. La Glock infilata nei pantaloni mi batte sulla schiena.

Sento lo scatto elettrico e la porta si sblocca. La spingo verso l’interno.

Non succede nulla.

Entro.

Tutto il posto è avvolto in una penombra polverosa, c’è odore di benzina e di bruciato, senza contare il piscio e il cibo andato a male.

Parte del capannone è stato convertito a baraccopoli. Vedo due paia di occhi fissarmi da un falò improvvisato. Sono ostili, spaventati, probabilmente strafatti. Cerco di ignorarli.

Sulla parete alla mia destra c’è una scritta a caratteri cubitali:

“NON C’è ALCUN DIO, E IL CAOS è IL SUO PROFETA”

Mi faccio avanti verso la scala che porta agli uffici dove abita Camaro da qualche tempo.

Non mi ha ancora accolto ed è già un cattivo segno. Si aspetta visite.

Vedo un paio di figure alle finestre, immobili.

Credo siano armate.

Non è solo.

Salgo le scale di metallo, i miei passi rieccheggiano nel capannone.

In tutto il posto c’è un silenzio orribile, assordante.

Mi fa ricordare ancora il giorno del funerale di mamma, si era fatto buio, ed eravamo rimasti io e Maria di fronte alla tomba.

La sua faccia sfregiata per chissà quale stronzata. Il viso della mia sorellina rovinato da un qualsiasi coglione chiamato Diego Ochoa.

Lei mi fissava, io aspettavo che lei dicesse qualcosa.

Speravo ci potessimo riconciliare.

Si è avvicinata al tumulo, si è messa a qualche passo di distanza da me. Ricordo le sue mani infilarsi sotto la gonna.

Un paio di mutandine lise le sono scivolate alle caviglie.

Mi ha sorriso, con cattiveria.

Lei ha alzato la gonna e si è piegata sulle ginocchia.

Le ho visto l’inguine, ho visto una cicatrice da cesareo sopra il pube. Le sue dita hanno spalancato le labbra.

Maria ha iniziato a pisciare sul tumulo di mamma. Lo ha fatto senza distogliere lo sguardo da me.

Quello che è successo poi è successo in un istante.

Una voce dall’interno dell’ufficio mi riporta alla realtà mentre sto per girare la maniglia.

“Cristo sta fermo, Comrad! Un attimo solo.” È Camaro.

Lo sento trafficare oltre la porta. Poi la porta si apre.

Camaro O’Leary, faccia con due occhiaie da antologia a cerchiargli occhi azzurri da faina. Sorride in maniera nevrotica “Hey hey hey, il vecchio Joey! Come va oltre cortina? Tutto bene?” parla ad una velocità preoccupante. È nervoso, fuori giri, probabilmente strafatto.

Vedo oltre la sua spalla, come previsto, una doppietta da caccia fissata su di uno sgabello, il grilletto fissato ad un cavo che era assicurato alla porta. Avessi girato la maniglia sarei volato giù dalle scale. Giubbotto antiproiettile o no avrei fatto un volo fino al piano terra che mi avrebbe spezzato la schiena.

Le persone che vedevo alle finestre sono due manichini nudi. Con due M60 fissati al petto.

Non faccio in tempo a rispondere a Camaro. Lui manda avanti il discorso per me “Mi spiace molto per tua mamma, volevo venire al funerale, ma come vedi – ride – ho il mio bel da fare. Ti ricordi quando ci faceva i panini quando giocavamo da te? Tonno, maionese, cipolle e cetrioli. Cazzo se erano buoni.”

Camaro mi mette una mano attorno alla spalla, cerco di sembrare rilassato, ma non lo sono. Temo che senta il giubbotto antiproiettile e capisca. “Grazie, Camaro, lo apprezzo davvero. Avevo bisogno di vedere una faccia amica. Rilassarmi, capisci?” gli rispondo. Vorrei dire a me stesso che sto mentendo, ma non è così. Non del tutto. Mamma trovava Camaro molto buffo. Non le dispiaceva avere i miei amici per casa, a differenza dei genitori di Camaro o, dio ce ne scampi, del padre di Redrum.

“Beh, buon comunistoide fottuto, questo richiede una bevuta. Scusa per la pessima scelta, ma forse ho solo del Jameson dimmerda da offrirti. Ho un po’ di coca se ne vuoi” Sorride a tutta dentiera. Ha denti enormi, come quelli di un cavallo. Quando sorride sembra che la testa si restringa per far posto a quelle fauci da caimano. “Prendo entrambi, Camaro, grazie.” Lui annuisce soddisfatto. Lo vedo voltarsi e iniziare a trafficare in un armadietto pieno di roba ammucchiata a caso.

Ce l’ho di spalle, o adesso o mai più.

“A proposito, sai che fine hanno fatto gli altri del gruppo?” gli chiedo prendendo tempo. Avvicino la mano alla pistola. Tolgo la sicura.

“Merda, Bob è pieno di debiti, mentre Redrum è sparito. Dicono sia impazzito e sia diventato una specie di maniaco omicida. Io dico che l’ha preso il Macellaio. Karl divide ancora l’appartamento con quel figlio di puttana di Raoul Blades Stone. Quel tizio mi odia. Salty dicono lo cerchino gli uomini del Macellaio per non so che motivo.” Estraggo la pistola. Tolgo la sicura.

“Oh, e il Mezzatesta?” chiedo alzando la canna verso la sua schiena.

“Il Mezzatesta ce l’hai dietro” risponde Camaro.

La mia testa non fa in tempo a voltarsi che sento una fitta lancinante al fianco. Acciaio freddo mi entra dentro, a fondo. Il mio corpo va in shock. La pistola mi cade dalle mani. Sento una mano cingermi il collo.

“Shh, shh, Joey, ora passa” Riesco a vedere la testa mezza rasata di Jimbo. Ha gli occhi pieni di lacrime. Mi tiene stretto.

Il dolore si fa sempre più acuto. Lui mi mette la mano sulla bocca mentre Camaro si volta. Ha in mano un coltello da caccia.

“Niente di personale, Comrade. Il tuo babbo adottivo e io non andiamo troppo d’accordo.”

Sento le gambe cedermi, inizio a crollare a terra. Jimbo preme con la lama verso l’alto, tenendomi in piedi. Sento la parte affilata grattare sull’osso. Vorrei vomitare. Camaro si avvicina facendo saltare il coltello da una mano all’altra “Oh, col cazzo, invece è personale! Mi stavi per sparare alla schiena figlio di puttana! Meno male che eravamo amici!” Non riesco a parlare, anche se non avessi la mano del Mezzatesta davanti non ce la farai. Il mio corpo sta mandando segnali di collasso da ogni dove.

Camaro mi arriva a meno di un palmo di distanza. “Ti ho fatto entrare perché non ero sicuro che volessi farci la festa. Avrei dovuto spararti dall’ufficio, senza pensarci.” Jimbo, dietro di me, blocca il Porco “Camaro, per piacere, facciamola finita” lo sento piangere. Che cazzo gli è successo a Jimbo?!

Camaro annuisce “Ogni tanto mezza cosa giusta la dici” e poi fa vibrare la lama davanti alla mia faccia.

Sento una fitta lancinante al collo, simile a quando ci si taglia con la carta. Istintivamente mi porto la mano al collo e vengo a contatto con un liquido caldo e viscoso. Stringo le dita attorno al collo e il medio entra nella ferita. Sento con i polpastrelli un sacco di cose mollicce e lacerate. Cado in ginocchio.

“Ti potevamo sparare, faccia di merda” sbraita Camaro. “Forse se preghi succede il miracolo. JIMBO!” Vedo Jimbo caricarsi dei borsoni sulle spalle e seguire Camaro fuori dalla porta. Scompaiono dalla mia vista.

Rimango solo nell’ufficio del Porco. Non riesco a reggermi in piedi. Il sangue mi sta impregnando i vestiti. Le mie mani sono bagnaticce e scivolose. Provo a trascinarmi alla scrivania. Afferro un telefono e me lo tiro addosso. Compongo il 911 mentre la vista mi si annebbia.

Dall’altra parte una voce di donna risponde “911 qual è l’emergenza”

Provo a gridare aiuto, ma non esce alcun suono. Solo un sordo gracchiare accompagnato da degli schizzi di sangue.

“La prego può dirci l’emergenza?” chiede di nuovo la voce dall’altro lato.

Dalla mia bocca esce solo un altro gorgoglio. Mi accascio a terra.

È stato tutto troppo veloce.

Lei stava pisciando sulla tomba di mamma, rideva soddisfatta. Mi stava sfidando.

Ho agito d’istinto.

Mi sono buttato su di lei per spingerla via. Non ero in me, non ero lucido.

Siamo caduti nella terra fresca uno sopra l’altro.

Lei ha mandato un grido. Mi ha insultato. Ha iniziato a graffiarmi, le sue unghie mi penetravano nella carne.

Io l’ho schiaffeggiata.

No, i palmi erano chiusi.

L’ho presa a pugni.

Le ho rotto uno zigomo.

Lei mi ha tirato una ginocchiata nelle palle per liberarsi e si è allontanata strisciando, smuovendo altra terra. Ho sentito il fiato mancarmi e la rabbia farsi avanti. L’ho afferrata per la caviglia tirandola di nuovo verso di me. La gonna si è alzata mostrandomi di nuovo i suoi genitali. Eravamo entrambi sporchi di terra e fango. Lei ha ricominciato a schiaffeggiarmi. Io ho risposto con un diretto nei denti, poi un altro. L’altra mia mano l’ha afferrata nella coscia e poi ha stretto l’inguine con forza. La volevo morta. Le volevo far schizzare il cervello da quella sua testa di cazzo. Il terzo diretto le ha fatto cadere gli incisivi. Le mie nocche si sono lacerate con le schegge di denti. L’ho afferrata per i capelli. Lei mi ha artigliato il braccio. Gridava, sputando sangue.

Ho sbattuto con violenza la testa di Maria sulla lapide di mamma. Lei, solo in quel momento ha lasciato andare la presa. Le sono crollato sopra.

Ho iniziato a piangere e singhiozzare. Ha smesso di respirare. Non si muoveva più.

La tengo stretta a me. Maria, la mia sorellina, è morta. Le ho sfasciato la testa contro la tomba di mia madre.

Le ho parlato come se fosse ancora viva mentre la portavo alla macchina.

Le dicevo che era tutto ok, che ora l’avrei portata all’ospedale, che non era successo nulla di grave. Le ho detto che le volevo bene, è normale litigare. Litigavamo spesso da bambini, ma ci volevamo bene, vero? Hey, Maria, non sapevo avessi avuto un figlio! Sono zio, quindi? Come si chiama? È un lui o una lei? Ci potevo badare io mentre lei si riprendeva. Certo, ero lo zio. Ti sei fatta donna, Maria, sei bellissima, lo sai? Possiamo trovare un chirurgo per le cicatrici. Dovresti trovarti un brav’uomo, Maria. Sarei un bravo cognato, lo prometto. Maria. Ora devi dormire un po’. Ti metto nel bagagliaio per un attimo. Ti tirerò fuori presto, davvero. E starai bene. Staremo tutti bene. Maria…sei così bella. Ti voglio bene.

L’ho gettata nel bagagliaio e lì è rimasta.

Ho ingoiato una manciata di pillole e sono andato in black out.

Ricordo solo di aver aperto il bagagliaio una volta arrivato a casa.

Ci penserò domani, ho detto. Ora sono stanco.

Ho chiuso il bagagliaio e sono salito a farmi una sega per addormentarmi.

Mentre venivo ricordo di aver pensato al suo inguine sporco di terra e fango.

Mi sono giustificato con me stesso dicendo che probabilmente era solo un incubo. Un ennesimo orribile incubo.

CODA: For Old Time sake.

Sto quasi per perdere i sensi stringendo ancora la cornetta. La ragazza del 911 continua a sbraitare dicendo di stare al telefono che stanno arrivando. Di cercare di dirle qualcosa, di aiutarli a rintracciarmi.

Sento che il sangue sta iniziando a scorrere più lentamente. La vista si sta annebbiando.

“Joey, amico mio. Alzati.” Sento una voce familiare. Non ricordo chi sia.

Alzo lo sguardo. Tutto quello che riesco a vedere è che la figura mi sorride.

Il suo sorriso è argenteo, metallico.

Mi sento sollevare.

“Stephen…” cerco di dire. Esce solo un gorgoglio rasposo.

“Shhhh” mi fa lui. “Shhh. Dormi ora, parleremo dopo”

Perdo i sensi.

Sprofondo in un mare di orrore

Terminal

 

La tazza del cesso è incrostata di muffa e merda.

Quando il primo getto di vomito mi esce dalla gola riesco a vedere la sporcizia ammiccarmi da meno di due centimetri. Lo sbocco esce acido, pezzi di cibo mi sfondano le tonsille. Schizzi d’acqua sulla faccia.

Vedo tre delle cinque pastiglie che ho ingoiato assieme a pezzi di hot dog e pizza al salamino masticati galleggiare nell’acqua.

La mia mano trema, tento di tirare lo sciacquone ma vomito ancora.

Lo sforzo è talmente forte che per un secondo ho paura che il mio esofago abbia un prolasso e mi esca dalla bocca.

Le altre pasticche escono e si tuffano assieme all’altra merda dentro l’acqua del cesso.

Rimango con la fronte appoggiata sulla ceramica lercia, incapace di muovermi.

La tentazione di ripescare le capsule dal vomito è forte.

Mi alzo sudando freddo, fatico a mantenermi in equilibrio.

Quando tiro lo sciacquone, mi appoggio sul pulsante con tutto il peso del mio corpo. Non l’avessi fatto sarei crollato a terra. L’immagine di me stesso con una commozione cerebrale sul pavimento di un cesso di ospedale per aver perso la stabilità delle gambe è fissa nella mia testa. Questo mi tiene sveglio. Nessuno vuole farsi trovare mezzo morto in un posto dove la gente piscia e caca ovunque, tranne che nella tazza.

Metto la testa sotto l’acqua del lavandino, questo mi fa riprendere. Devo tornare da mamma. Infilo una gomma nelle fauci assieme ad un altro paio di pasticche. Mangerò qualcosa più tardi. Mi serve un caffè.

Salgo le scale fino al reparto, le gambe si muovono da sole, fino alla stanza senza rendermene conto, come un sonnambulo. Saluto gli infermieri del turno. Ormai mi conoscono anche se non abbiamo mai detto nulla di più oltre “come si sente oggi?”, “Ha mangiato?” e “Per favore aumentatele la morfina, soffre come un cane”.

Sospiro prima di entrare nella stanza, distendo un sorriso.

Mamma ha perso buona parte del suo peso, mentre dormiva le è scivolato il fazzoletto che si ostina a tenere in testa. Le saranno rimasti forse dieci, ostinati capelli, posso contarle i nei sullo scalpo. Gli occhi infossati, i pochi denti rimasti fanno capolino dalle labbra screpolate.

Apre un attimo gli occhi “Joey” mi sorride.

“Come stai oggi, mamma?” dico avvicinandomi. Mi siedo accanto al letto, le prendo la mano.

Lei manda un sospiro, come fosse sollevata. “Non lavori oggi?” mormora.

“Sono appena tornato, non c’è problema, mamma”

Non mi sono mosso dall’ospedale da due settimane. Non credo che mamma si renda conto del passare del tempo. Mi cambio in macchina e mi lavo nei bagni degli ospiti. Non ce la faccio a lasciarla sola. Yeleshev ha detto che per lui è ok. Yeleshev capisce. Yeleshev le paga delle cure dignitose. Anche Yeleshev ha perso la sua mamma per il cancro.

“Ti annoierai a morte, sei sciupato, bimbo” tenta di scrutarmi. Una volta mamma riusciva a capire se avevo mangiato troppe schifezze solo guardandomi. Trucchi da mamma. “Hai mangiato qualcosa?”

Annuisco, pensando alla merda che ho scaricato nel cesso. Che dovrei dirle? Si mamma, ho una gomma e due Valium giù in gola, a patto che riesca a tenerle giù.

“Ti serve una brava ragazza, non ti sistemi mai, Joey.” Un tentativo di rimprovero, lo dice ridendo. Distolgo lo sguardo dai pochi denti rimasti.

“Non è facile trovarne una giusta, sai come sono” senza rendermene conto arrossisco.

“So come sei tu, Joey” mi risponde. Fa una pausa. Mi perdo ad ascoltare il suo respiro. Si addormenta.

Passa una mezz’ora. Mamma apre di nuovo gli occhi “Joey” mi sorride.

Le accarezzo il viso “Ciao mamma. Hai dormito bene?”. Lei annuisce.

“Ho sete”

Le verso dell’acqua, le appoggio la cannuccia alle labbra. Lei succhia piano, le sue labbra si accartocciano come stagnola. Fatica a fare perfino questo. Cerco di non piangere.

Appena smette di bere chiude gli occhi, come per assaporare. Sto all’erta perché non soffochi. Si addormenta piacevolmente. Approfitto per andare a prendere qualcosa alle macchinette. Mi faccio un espresso e un Twix. Gli zuccheri mi danno la botta che mi serve per riprendermi.

Quando torno alla stanza non sono solo. La ragazza nella stanza di mamma sta piangendo. La prima cosa che noto è una grossa cicatrice sulla guancia, poi il naso storto, probabilmente rotto chissà quando. Non noto il nuovo colore di capelli, non noto quanto sia cresciuta, non noto le lacrime o i vestiti presi dal peggior spaccio. Quello che noto della mia sorellastra è che è sfregiata.

“Maria” dico, non senza una certa sorpresa. Non la vedo da anni.

Lei si volta, è sorpresa, spaventata. Le mani le tremano. Sono mani screpolate, con macchie di nicotina.

“Joey…”la sua voce lascia trasparire una punta di disgusto. “Non pensavo fossi ancora qui”

“Non me ne sono mai andato” mi avvicino, le metto una mano sulla schiena. Dio sa se mi è mancata.

“Quanto le resta?” chiede, la sua voce è monocorde.

“Minuti come settimane. Io sono sempre qui” le dico.

Mamma in quel momento apre gli occhi. Mi sorride, come sempre “Joey, sei tornato.”

Annuisco. Lei nota Maria, ci mette un momento per riconoscerla “Bambolina” Mamma diventa raggiante, si illumina di vita, alza le braccia “Maria, tesoro, vieni qui…Sei tornata” Mamma sta per piangere. Il battito cardiaco inizia a correre di emozione in un beep beep beep che altrimenti sarebbe preoccupante.

Le labbra di Maria tremano. Sembra stia per dire qualcosa. I suoi occhi si riempiono di lacrime, diventa paonazza.

Non faccio in tempo a rendermene conto. Maria scatta in avanti, le braccia protese in avanti.

Grida.

Vedo le sue mani andare verso il collo di mamma. Lo afferrano, stringono.

“TU! TU! TU NON L’HAI MAI FERMATO! TU! MALEDETTA!” Il battito cardiaco diventa ancora più forte. Il beep arriva a livello di allarme rosso. Quel suono che senti nei serial ospedalieri che preannunciano il collasso del paziente.

Il paziente è mamma e sta diventando cianotica. Le mani di Maria stringono con più forza. Piange e singhiozza. Mamma è sorpresa, non capisce, non reagisce. Scatto verso mia sorella. La prendo da dietro e la spingo via. Lei molla la presa senza troppa resistenza. Cadiamo entrambi per terra.

Sbatto la testa sul linoleum. Non aspetto e mi rialzo nonostante non abbia alcun equilibrio. Mi metto fra mamma e Maria. Mamma tossisce forte, cerca di prendere fiato. Mentre tengo d’occhio Maria che tenta di alzarsi, vedo mamma riprendere un colorito umano. Si china a lato e vomita.

“Maria” geme mamma “Perché?” e scoppia a piangere. Fra poco si riaddormenterà.

“Fatti da parte, Joey, tu non puoi capire” mi sibila Maria. Mi rendo conto ora che è brutalmente ubriaca. Fatica a stare in piedi “Lei stava a guardare mentre papà faceva quello che voleva” ringhia.

“Tuo padre la imbottiva di tranquillanti! Che cazzo ti aspetti? È tua madre, per dio!” mi rendo conto di star gridando. Quanto potrebbe passare prima che vengano gli infermieri?

Lei sbuffa e sibila “Anche tu stavi a guardare, bastardo” punta l’indice contro di me.

“Mi sarei dovuta portare dietro un pugnale e ficcarvelo nel cuore ad entrambi” grida prima di scoppiare a piangere.

Faccio un passo avanti. A che servirebbe dirle che vivevo fuori casa per evitare le legnate di suo padre? A che servirebbe ricordarle tutto quello che ho fatto per lei e Tanya? “Che ti è successo, Maria?” lei tira su col naso. “La vita è successa, Joey. Vedi che bella faccia che mi ritrovo?” fa passare l’indice sulla cicatrice che le gira dalla narice sinistra fino al lato della bocca. “La vita, Joey. Tu che facevi? Se ti interessava perché non mi hai cercato?  Perché non hai impedito a Diego Ochoa di sfregiare tua sorella? Dov’eri? A farti e giocare al gangster coi tuoi amici di merda? Risparmiamela”

Rimaniamo in stallo per qualche secondo. Non so che dirle, non so da dove cominciare. Il battito di mamma è stabile “Sono qui ora. Per impedirti di fare qualcosa di cui potresti pentirti. Non ti serve anche questo” Le mie scuse muoiono in gola. Il fratello Joey cede il posto a Joey Comrade. Non vedo più mia sorella. Vedo un’estranea che potrei mandare a sanguinare sul pavimento in un decimo di secondo se solo provasse a fare una mossa contro mamma. Mamma apre gli occhi “Maria…Amore mio, vieni qui.” La sua voce è arrochita. Ha già i segni delle dita della figlia sul collo. Sarà dura spiegarla agli infermieri.

Maria rimane interdetta per un momento. Non è come se l’era immaginata. “Andate all’inferno entrambi.” Sibila prima di scappare fuori dalla porta. Mamma la segue con lo sguardo. Le sue mani scheletriche rimangono protese verso di lei. Quando Maria esce sbattendo la porta, mamma perde di nuovo le forze. Singhiozza in silenzio.

Mi volto verso di lei, le sue lacrime scendono lente fra le rughe. Le asciugo con un Kleenex.

“Mi dispiace mamma…Maria è…” riesco a mormorare. Lei mi sorride “Maria è tanto cara. Dovremmo fare un’altra gita tutti assieme a Los Angeles, ti ricordi? Ci siamo divertiti vero? Solo noi”

“Si mamma. Dovremmo rifarlo presto.” La gola mi si stringe. Non posso piangere. Joey Comrade non piange. Ho pianto abbastanza.

“Mi fa male la gola, Joey” mormora.

“Ora ti passa, bevi un sorso, ti va?” le porgo il bicchiere.

“Joey, mi leggeresti un po’?” mi chiede dopo aver bevuto un po’ d’acqua.

Mi schiarisco la voce “Ti va bene Tolkien?”

Lei si limita a sorridermi.

Inizio a leggerle “Lo Hobbit” meglio che posso. Lei ascolta e chiude gli occhi. Non arriva mai oltre pagina tre, ma le ho sempre letto finché le corde vocali non iniziavano a farmi male. Cerco di convincermi che potrebbe farle fare bei sogni.

I tre troll si tramutano in pietra all’alba e mi addormento anche io.

Sogno di essere di nuovo ragazzino, Papà Julio è scappato qualche mese fa. Mamma è di nuovo sola e tenta di riprendersi dal Valium. Siamo di nuovo con le pezze al culo. Non so come, mamma si è procurata i soldi per portarci al Disneyland Resort di Los Angeles. Siamo entrati di prima mattina. Tanya si è fissata che vuole salire su Pirati dei Caraibi. Maria la prende in giro perché si spaventa quando arriviamo a metà e vuole scendere. Mamma ci compra i berretti e io mi vergogno a portarlo. Il teppistello che è in me scompare e io voglio farmi una foto con Paperino. Paperino mi abbraccia e vorrei scoppiare in lacrime. Voglio a tutti i costi scattare una foto a Maria e Tanya con Cip e Ciop. Mamma mi dice di stare attento a non far cadere la macchina fotografica. Facciamo pochi giri in giostra. Mamma non se la sente. Non voglio che stia sola mentre noi siamo sulle giostre e rinuncio alle montagne russe prevedendo già quanto mi sfotteranno i ragazzi a Crusade. Maria, anche questa volta, cade e si sbuccia un ginocchio. Piange. Mamma la prende in braccio nonostante la schiena e la calma. Tanya da sotto la rimprovera “Sei sempre la solita piagnona. Io e Joey non vogliamo piagnone. Vero?” Io rido, ride mamma, ridiamo tutti. Quando siamo in albergo, tutti e quattro in un lettone unico, mamma dorme già. Io, Tanya e Maria, come allora, promettiamo che staremo sempre insieme, che aiuteremo mamma, che andrà tutto bene. Anche questa volta, come allora, mamma ha gli occhi socchiusi e mi sorride ammiccando.

È stato il momento più felice della mia vita.

Un fischio continuo mi sveglia.

Alzo la testa dal letto di mamma.

Il battito cardiaco è assente.

Mamma se n’è andata, lasciandosi un sorriso riposato sulle sue labbra.

 

Carcasses

Alle tre del mattino una telefonata significa sempre brutte notizie.

Mi sveglio di soprassalto, sudando freddo. Afferro il cellulare con la tachicardia.

Rispondo con gli strascichi dell’incubo aggrappati al cervello.

Sempre lo stesso incubo, sempre le stesse cose.

“Chi parla?” biascico.

“Sono Roy. Abbiamo un lavoro d’emergenza fuori dalle acciaierie. 20 minuti”

Roy la Fogna è all’altro capo della linea. Roy è l’intermediario del Macellaio. Roy serve per mettere terreno fra il crimine e i mandanti. Roy mi ha dato da vivere per molto tempo.

“Ho un altro datore di lavoro, Roy” ribatto. Roy lo sa che lavoro per Yeleshev. Crusade si regge su tre pilastri: Yeleshev, El Churro e Guastaferro. Un tripode alla cui base c’è il Macellaio.

“Non era una proposta, Joey. 20 minuti, capannone della CRUSADESTEEL, zona spedizioni. Se non sei lì ti conviene scavarti la fossa” Lo sento riattaccare. Mi tremano le mani. Afferro un flacone di tranquillanti sul comodino. Ne ingoio una manciata senz’acqua.  Sono le scorte di mamma. Mamma è terminale e abbiamo sovrabbondanza di prescrizioni. Mamma se l’è fatta da Vladivostok a Crusade assieme ad un frignante me stesso attaccato al petto per evitare la crisi e le legnate del marito. Era il 1990. A Crusade ho imparato la lingua, ho imparato l’avidità e ho imparato che cosa sia uno stereotipo. Per gli amici sono Joey Comrade, Joey il compagno, Joey il comunista. Poco importa che mamma si fosse risposata con Julio DaSilva, di professione autista di autobus. Poco importa che avessimo cambiato cognome. Io rimanevo il russo. Per essere la terra delle opportunità, qui abbiamo sempre vissuto con le pezze al culo.

Papà Julio ha fatto in fretta a farsi una famiglia, mamma gli ha regalato due bimbe adorabili. Maria e Tanya erano molto legate a mamma e papà.

Sono diventato presto l’estraneo di casa. Il punching ball delle frustrazioni di entrambi e il baby sitter delle piccole pisciasotto. Dio solo sa quante volte sono scappato di casa per delle intere settimane. Ora come ora non so che fine abbiano fatto. Julio, ad una certa, ha mollato le figlie e ha lasciato mia madre. Abbiamo ricominciato ad avere un rapporto quando lei si è ritrovata a corto di soldi e stava per essere sfrattata.

Non perdo tempo a lavarmi. Prendo solo la Glock 9 millimetri e mi vesto alla meglio.

Prima di uscire tiro una striscia di coca per darmi un po’ di botta.

Arrivo a tutta tavoletta al rendez-vous alle acciaierie. È buio pesto.

Ci sono solo i fari ad illuminare lo spiazzo. I miei e quelli della berlina del contatto.

Conto tre uomini. Due sono fuori dall’auto, sicuramente armati. Del terzo intravedo la sagoma nella berlina. Esco dall’auto e mi avvicino lentamente. Ad ogni passo che faccio nella ghiaia ripasso a memoria tutti gli ultimi sei mesi della mia vita, alla ricerca di qualche stronzata che abbia siglato la mia condanna a morte. Non mi viene in mente nulla. Mi sono sempre comportato bene. Non ho mai intralciato gli affari del Macellaio o dei suoi uomini. Sono sempre stato un buon elemento. Non ho nulla per cui essere preoccupato. Cerco di convincermene mentre mi avvicino.

“Sei in ritardo di due minuti, Comrade” la voce la riconosco. È Frankie Torres in persona. Uno degli uomini di punta del Macellaio.

“Trovato traffico. Di che si tratta?” chiedo, cercando di darmi un tono. Sappiamo entrambi che non c’è nessuno in giro.

Porto lentamente la mano dietro la schiena. Pronto a estrarre la pistola. Loro lo vedono, loro lo sanno ma so che a loro non importa. Frankie deve aver alzato il cane del revolver che tiene in mano da quando mi ha visto arrivare. L’altro, di cui non riesco a capire l’identità, si muove verso il retro della macchina. Apre il bagagliaio. Frankie non dice nulla. Aspetta. Aspettiamo tutti.

Ritorna portando un grosso sacco di plastica a spalla. Lo getta nella polvere.

“Portalo al World Royale. Ci saranno delle persone sul lato nord che ti aspetteranno. Dallo a loro e vattene” si limita a dire Frankie. Mentre parla, mette via la pistola e si accende una sigaretta. Il suo viso si illumina un attimo. Vedo le guance crivellate di cicatrici, i baffetti grigi da faina.

“Quando pensate di pagarmelo il disturbo?”

Il finestrino della berlina si abbassa. Una mano scheletrica passa un pacchetto all’altro uomo. L’uomo annuisce e me lo lancia. Una mazzetta finisce nella ghiaia accanto al corpo.

“Questo perché sei affidabile. Hai mezz’ora. Se ti beccano, non arriverai alle celle di detenzione. Se ci bidoni, prima ammazziamo la tua mamma poi ti veniamo a prendere” sibila Frankie prima di entrare di nuovo in auto.

Sgommano sulla ghiaia sollevando un gran polverone. Li vedo scomparire fra gli edifici.

Mi avvicino al sacco di plastica. Più mi faccio avanti più un odore familiare mi si insinua nelle narici. Carne rancida, merda, pus e sangue rappreso. Mescolali e hai l’odore che ha la carcassa avvolta nella plastica davanti a me.

Intasco la mazzetta senza guardare a quanto ammonti. Non mi interessa ora.

Cerco di ignorare la faccia del ragazzino dentro la plastica. Non vedo la testa rasata ricucita con una sutura frettolosa tutto attorno al cranio. Non vedo le lesioni sulla fronte. Non vedo tutte le cicatrici da operazione sull’addome. Non bestemmio chiedendomi perché non hanno usato un sacco nero per impacchettare il povero bastardo. No, non ho visto nulla di tutto questo, non mi sono chiesto nulla, nemmeno l’età.

Il corpo è leggero. Lo sollevo senza fatica.

Il bagagliaio è bloccato da sei mesi. Non ho mai voluto metterlo a posto e questo è il risultato. Mi rassegno a scaricare il cadavere sul sedile posteriore.

L’altra sera, sullo stesso sedile, ci stavo scopando con Kayla del videonoleggio. Nello stereo avevo una copia piratata di Relapse. Kayla ha voluto che lo staccassi, lo trovava disturbante.

Ora c’è il cadavere di un ragazzino.

Parto senza pensarci troppo. Il ghiaione lascia posto all’asfalto e prima che me ne renda conto sto scivolando sulla Crusade Circular verso il distretto commerciale.

Mentre la sagoma del ristorante girevole del World Royale Shopping Center si fa più vicina, mi rendo conto che sto continuando a guardare nello specchietto. Vedo la testa del ragazzino, vedo lo sguardo fisso guardarmi attraverso la plastica. Il viso è deformato in una smorfia grottesca, come un personaggio dei Simpson quando si prende un destro in faccia.

Nei miei incubi è la faccia sformata che ha mamma nel letto di ospedale, con la mascella tenuta insieme da fil di ferro e garze. Nei miei incubi gli occhi sbarrati sono quelli di Maria e Tanya quando le ho trovate con papà Julio nel letto di mamma.

La carnagione è quella che aveva Tanya quando io e Maria abbiamo buttato giù la porta della sua camera. Un paio di flaconi di Valium giù per l’esofago. I flaconi che papà Julio distribuiva così generosamente a mamma.

Ma mi sto immaginando tutto questo. Non c’è nessuna carcassa di ragazzino comprato da qualche parte oltre confine con meno di un terzo della mazzetta che ho in tasca. Non c’è nessun pisciasotto che sperava di portare due soldi a casa e venire nella terra di bengodi morto sul mio sedile posteriore. Non c’è nessun preadolescente in decomposizione finito sotto la mannaia del Macellaio per…chi lo sa perché.

No, Joey, dico a me stesso. Guarda la strada, tieni gli occhi aperti per gli sbirri. Attacca un po’ di musica, ecco, ti tiene bello sveglio. Tira giù il finestrino e lascia che l’aria del deserto ti rinfreschi le idee. Hai fatto male a pigliarti i tranquillanti, dovresti piantarla di calarti quella merda. Ti fa male. Non ha aiutato nessuno nella tua merda di famiglia. La coca buona ti aiuta, vero? È stata un’ottima mossa. Quella ti tiene bello operativo. Yeleshev te ne gira di niente male, no? Loro si preoccupano compatrioti, non come questa feccia di americani. Ricordi ancora qualche parola in russo? Dovresti saperla la tua lingua d’origine. Perché non ci rimettiamo insieme a studiarla? Domani possiamo impegnarci e darci da fare. Ok, ora prendi la prossima uscita, Joey. Prima che tu te ne renda conto tutto questo sarà finito e tornerai ai tuoi soliti incubi. Questa è solo una variazione sul tema.

Mi rendo conto che sto farfugliando a me stesso senza sosta. Lo faccio spesso quando guido da solo. Lo faccio troppo spesso. Guardo il cadavere sul sedile posteriore e ora la luce arancione dei lampioni crea dei riflessi strani. Sembra abbia i capelli chiari, biondi. I lineamenti sembrano più femminili. Gli occhi sembrano verde smeraldo. Una bella ragazzina mezza latina, mezza russa. Sembra la mia sorellastra Tanya.

Imbocco il parcheggio del World Royale. Sto sudando freddo. I miei nervi scattano senza motivo. Una quantità abnorme di tic nervosi si fanno avanti. Mi servono altri tranquillanti.

Arrivo davanti alla porta nord e ci sono due tizi vestiti come operai. Tuta blu, mascherina ed elmetto.

Esco dall’auto e loro semplicemente dicono “Sei in ritardo”

Mi limito ad annuire. Lascio scivolare la carcassa fuori dall’auto. Non la trascino nemmeno un centimetro in più. “Che ci farete?” chiedo. Ho digrignato i denti tutto il tempo. Sento la mascella indolenzita.

“Non chiedere, noi non l’abbiamo fatto con te” uno dei due si carica a spalla il cadavere “Leggero, il figlio di puttana” commenta. Li vedo scomparire oltre le porte.

Torno a casa in uno stato di dormiveglia. Sento ancora l’odore di cadavere nella macchina. Dubito che Kayla vorrà ancora farsi una sveltina qui dentro. Mentre guido per Crusade dico a Tanya che mi dispiace, dico a Maria che mi piacerebbe sapere dove sia finita. Prometto ai miei due padri che prima o poi li troverò e avranno quello che meritano. Potrei avere ventimila lattughe in tasca. Tanto da sistemare mamma e rimettere due cose in carreggiata. Potrebbero essere anche di più. Il pacco è bello grosso.

Parcheggio davanti al palazzo dove abito. Dove abito solo. Dove sono scappato.

“Coglione – dice la vocina in fondo al mio cervello – non hai fatto un cazzo per tutti questi anni, non lo farai domani mattina ancora rincoglionito dal Valium che ingoierai appena ti butterai a letto” Questa è la voce dei miei incubi. È la voce della realtà che fa capolino da dietro i fottuti palazzi alla fine di ogni nottata e mi ricorda che sono solo un fallito. Che ho passato la vita a scappare e rimandare fino a che, gradualmente, non saranno tutti sottoterra, divorati dai vermi. Julio, il mio vecchio padre, Tanya, mamma e Maria. Finiranno tutti carcasse e solo allora avrò il coraggio di affrontare tutto questo.

Schivo la doccia, mi lascio cadere a letto. Una, due, tre pillole scivolano giù per l’esofago.

Inizio a dimenticare quello che ho fatto stanotte, scivola tutto via, come se non fosse successo.

Mi addormento. Un incubo finisce, un altro inizia.

 

 

The Corrupted Heart

 

Il mio nome è Alfonso Plummer.

Nessuno mi chiama così al lavoro.

Io sono il tenente.

L’unica che mi chiamava Plummer era il detective Vera Hernandez.

Io e Vera…Voglio dire, il detective Hernandez, ci conoscevamo da molto tempo.

Mentre la cassa in cui riposava il suo corpo senza testa scendeva nella fossa, non facevo altro che pensare a tutte le volte che me le ha cantate: “Professionalità, Plummer, è quello il segreto”

Alle esequie ci sono tutti. La madre, il fidanzato, la sorella, il distretto al completo, sono tutti a commemorare Vera. Il commissario Hertzberg e il sindaco Palancio in persona sono presenti. A loro il compito di piegare la bandiera e ringraziare a nome della città di Crusade i famigliari di Vera per il suo sacrificio. Mentre Palancio dice le frasi di rito alla mamma di Vera, Hertzberg mi fissa con occhi da rettile.

Nel lasciare il funerale mi passano accanto. Palancio mi mette una mano sulla spalla e sibila “Alle 5, oggi, nel mio ufficio. Dobbiamo discutere” Mi limito ad annuire. Sono all’angolo e probabilmente perderò il posto.

Vera è stata decapitata a meno di cinquanta metri dal distretto. La testa è scomparsa. Col sangue ci hanno decorato tutta la scena del crimine. Solita merda esoterica, solita scritta: NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA. E come al solito nessuno ha visto un cazzo.

Non abbiamo fatto in tempo a dire che il maniaco aveva colpito ancora che nello stesso istante in altri due punti della città sono successi due omicidi analoghi. Un ragazzo di 16 anni e una donna di 43. La storia del cacciatore di teste non poteva più stare in piedi. Mi aspettavo di essere convocato da Hertzberg, ma non da Palancio in persona.

Mentre mi avvio verso il municipio non riesco a non pensare ai nastri di sorveglianza del parcheggio.

Vera si avvicina alla macchina, Vera appoggia il caffè sul tetto della sua auto, Vera cerca le chiavi, Vera svanisce nel nulla.

Come per la mantide.

Abbiamo fatto sparire i nastri, abbiamo imbastito la storia del cacciatore di teste.

Tutto filava liscio.

Fino ad ora.

Quando arrivo al municipio la segretaria di Palancio, la classica crocchio, tailleur plus sguardo tagliente in stile “sono l’assistente del pezzo grosso, valgo più di te”, mi accoglie, per modo di dire, dicendo “Tenente Plummer? La stanno aspettando”. Mi indica la porta con un tagliacarte di legno scuro.

Ringrazio e varco la porta.

Non vi nascondo che il retto mi si è contratto dalla tensione. Eccoci, ho pensato, ora mi silurano.

Palancio, per chi non avesse visto i suoi manifesti elettorali o i suoi tragicomici comizi, è un misto fra Gordon Gekko e Chevy Chase. Una caricatura di uno yuppie italoamericano raccattato da chissà quale buco della East Coast e piazzato qui a Crusade come uomo di paglia. Può vestirsi bene quanto gli pare, spendere ore su lettini abbronzanti ed estetiste. Può curare la sua dizione e farsi preparare i discorsi dal suo staff. Jack Palancio rimarrà sempre un uomo di paglia.

Come se avessi bisogno di una conferma, nel suo ufficio rozzamente arredato con piante di ficus, busti di marmo e attestati vari, ci sono altre tre persone oltre a lui e me.

Il primo me l’aspettavo: Il commissario Leopold Hertzberg, un vecchio figlio di puttana, duro e incazzato. Il precario equilibrio con cui Crusade si regge in piedi lo dobbiamo ai suoi traffici. Se Hertzberg ci dice di chiudere un occhio, noi chiudiamo un occhio.

L’altro è Spyro Hudley, nel suo metro e sessanta di lardo e unto. Era nella DEA prima che venisse trasferito a Crusade. Molti dicono per corruzione.

Infine, in un trench nero, c’è un tizio che potrebbe avere un’età indefinita fra i quaranta e i sessanta, viso affilato, molto aristocratico. Mi guarda divertito appena entro. Non l’ho mai visto prima.

Palancio mi dà le spalle, guarda fuori dalla finestra. Si è preparato per bene la recita. Come da programma mi dice “Siediti”.

Non gli faccio notare che tutte poltrone sono già occupate e mi limito a dirgli “Preferisco stare in piedi, signor Sindaco” Hudley mi guarda, trattenendo una risata.

“Hai qualche problema a tenere in piedi il distretto, tenente?” riprende lui senza voltarsi.

Ora si aspetta un no secco, che lo porterà a sbraitare la ragione perché sono qui e mandare avanti la farsa.

“Si, abbiamo dei problemi. La morte di … del detective Hernandez ci ha scosso molto. È possibile che il responsabile ci abbia presi di mira a causa della campagna mediatica fatta nei suoi confronti”

L’uomo vestito di nero sogghigna.

Hertzberg grugnisce e sbotta “Che mare di stronzate”

Palancio si volta, è paonazzo in viso. “Taglia con le cazzate, Plummer! Qui non c’è nessun cazzo di cacciatore di teste! Vi siete inventati un mare di cazzate”

Hudley mi guarda di sottecchi, fa tamburellare le dita grassocce sulle labbra roteando gli occhi. Penso voglia dirmi di star zitto.

È Hertzberg a continuare il discorso, la sua voce è calma e rasposa. Ogni sua frase mi fa immaginare il bolo di catarro marrone che sputa ogni mattina prima della sua sigaretta. “La Kinkaid è morta mentre era nella cella del tuo distretto. Dovresti controllare meglio la lingua dei tuoi uomini.”

“Non credo di aver capito” mi limito a dire. Come mi diceva sempre mio fratello maggiore “nega, Al, nega anche di fronte all’evidenza”.

Palancio ringhia e riparte a sbraitare “L’agente Cruz è andato da Hertzberg dopo l’omicidio del detective Hernandez. Seriamente, pensavate che potevate dire tranquillamente che una che ha tentato di rapire un bambino era morta durante il trasporto per aver opposto resistenza e nessuno avrebbe fatto domande? Pensi di essere negli anni venti?” Dovevamo aspettarcelo che prima o poi sarebbe saltato fuori che la mantide non era morta durante il trasporto in centrale. Speravamo solo che finisse fra le scartoffie e nessuno facesse domande. Aveva funzionato fino a qualche giorno fa.

“È quello che è successo. Credo che l’agente Cruz sia solo sconvolto per la morte di una collega” continuo a mentire, che altro posso fare?

“E il fottuto cadavere?” Palancio sbatte la mano sul tavolo a palmo aperto, schiva per pochi centimetri un fermacarte di cristallo. Sarebbe stato divertente vederlo con dei cocci nel palmo.

“Dovreste chiedere all’obitorio, Io non mi occupo di baccalà.” Rispondo cercando di mantenere il contegno. Cruz era presente ai fatti del distretto e faceva parte del gruppo di persone che sapevano. Era uno di quelli che si stava impegnando a portare avanti la storia del cacciatore di teste. Hudley sghignazza. Palancio lo fredda con lo sguardo.

“Senti, Plummer, taglia con le stronzate. Sappiamo tutto. Avete trasferito il corpo della Kinkaid dalla cella dopo che questa accattona, che voi chiamate la Mantide, è sparita nel nulla portandosi via una testa. In cella c’era anche questa…Frances Walsh con cui la Kinkaid era stata arrestata e che ora è in terapia da uno psicanalista. Soffre di disturbi epilettici e tende a farsi a fette da sola se non le danno talmente tanto Xanax da stendere un cavallo. Ci dirai che è lei la pazza omicida?”

“Esatto” dico io senza pensarci. Mi sento una merda, ma è senz’altro più verosimile della storia esoterica.

Hudley finalmente prende parola “Quella ragazza è in cura. Era sotto osservazione quando il detective Hernandez ha perso…è morta. Lo stesso vale per gli altri due. Andiamo, Al, ci vuoi dire che cazzo stai coprendo? Le scritte sono ovunque in questa fogna di posto” al termine “fogna”, Palancio fulmina di nuovo Hudley con lo sguardo. Hudley risponde con un’espressione che vuol dire “Che c’è? Prova a dire il contrario, Jack”

La voce che sento poi è quella dell’uomo vestito di nero “Non c’è nessun dio, e il caos è il suo profeta. Spaventoso, e senza dubbio fa il suo effetto” ha un accento britannico marcato.

Palancio sembra imbarazzato “Lui è.…” L’uomo in nero lo interrompe “Io rappresento gli interessi della Heartwork Inc. L’azienda sta ricevendo qualche attenzione non gradita, vero Hudley?”

Hudley annuisce “Quelli dell’IRS e dell’FBI stanno girando per Crusade. A quanto pare hanno avuto alcune imbeccate…”

“Totalmente false” aggiunge di corsa Palancio. L’uomo della Heartwork si limita ad un mezzo sorriso.

“…Su presunte irregolarità dei conti e traffici illeciti. Solite campagne denigratorie da parte di qualche azienda concorrente.”

“…O da individui che covano qualche rancore verso un’azienda che ha permesso a Crusade di diventare quello che è” conclude Palancio.

Hertzberg annuisce. Tutti mi guardano.

“Questo cosa ha a che fare con il serial killer delle teste?” chiedo.

“Non c’è nessun serial killer, Plummer” mi zittisce Hertzberg.

Rimango in silenzio. Palancio continua a fissarmi con odio. O almeno quello che lui crede possa esprimere odio. Aspetto sempre il momento quand il sudore gli farà colare la tinta ai capelli.

“Non serve un genio per arrivarci. Qualcosa è successo nelle celle del vostro distretto. Avete insabbiato la faccenda e l’avete fatto male. Forse qualcuno dei vostri agenti si è fatto prendere la mano, forse vi è scappato un detenuto pericoloso che avevate in custodia. Non me ne fotte un bel cazzo. Io sono pronto a darti in pasto a quei pezzi di merda degli affari interni. Immediatamente” Jack sputa saliva mentre mi sbraita contro. Rimango impassibile. Me l’aspettavo.

“Scherzi a parte, la situazione è grave. Questo posto ce lo siamo sempre gestiti senza bisogno dei federali. È questione di tempo prima che la gente capisca che il cacciatore di teste non è uno psicotico solitario quanto un problema assolutamente fuori controllo. Abbiamo i graffiti, abbiamo gente che sparisce, abbiamo corpi decapitati, abbiamo dell’idolatria pagana del cazzo.” brontola Hertzberg “Va messo un freno a questa cosa prima che degeneri.”

L’uomo in nero mi sorride “Sei fra amici qui, Plummer. Noi siamo solo preoccupati quanto te per questa cosa.”

“Un’indagine dei federali nel distretto è l’ultima cosa che ci serve.” Hudley suda più del solito.

“Ok – mi arrendo io – Che volete da me?”

Il peso di Palancio è dimostrato dal fatto che è Hudley a prendere la parola.

“Abbiamo bisogno che tu dimostri che la polizia è efficiente e sa risolvere un problema come questo. L’agente dell’FBI Emerson ha dimostrato parecchia curiosità per il tuo caso. Uno dei miei uomini l’ha sentito mormorare qualcosa riguardo al fatto che la pista esoterica sarebbe una copertura e che…”

“…Che l’azienda che rappresento sia coinvolta per qualche assurdo motivo. Gli agenti Emerson e Segarra non ne hanno fatto mistero quando sono andati a interrogare il direttore dell’R&S.”

“E lo siete?”  chiedo d’istinto. Palancio impallidisce, scandalizzato. Forse è terrorizzato dalla reazione dell’uomo.

“No, assolutamente. – L’uomo della Heartwork ride alla mia domanda – Siamo un’azienda che produce antiinfluenzali, non siamo dei macellai”

Annuisco. Palancio sembra calmarsi.

“C’è un santone in Aspatria. – comincia Hertzberg – Si chiama Philippe. Gilles Philippe. Noi riteniamo che sia stato lui a causare questo tipo di…comportamento. Sono gente di Haiti. Satanisti, violenti. Fanno messe nel cuore della notte” parla con disprezzo. Evita la parola negro, ma è sulla punta della sua lingua.

Conosco Philippe. Pratica la Santeria ed è molto ben visto nella sua comunità. Ha promosso molte volte il dialogo fra noi e i suoi fedeli quando è stato necessario. Tutto a Crusade si fonda sul dialogo e il compromesso. Quando questo viene a mancare, è la violenza.

“Stasera, tu, accompagnato da una squadra della SWAT, farai irruzione nella…chiesa di Philippe. Arresterai tutti i presenti e chiuderai il caso.” Riprende Palancio.

“Con quali prove?” chiedo.

“Con quelle che Hernandez ha raccolto durante le indagini.  Per questo è stata assassinata. È stato un avvertimento per essersi avvicinata troppo agli adoratori del demonio”

Hernandez non ha raccolto nulla durante nessuna indagine. Non c’è stato tempo per fare indagini.

Quando abbiamo deciso di cercare la vera fonte degli omicidi, lei è stata decapitata.

L’uomo della Heartwork mi sorride di nuovo “Faremo in modo che ci siano le televisioni quando farai l’arresto. Sarà tutto programmato. – mi consegna un fascicolo – ecco le prove che ti servono e il mandato”

Palancio si volta “Puoi andare. Non ho bisogno di sapere se accetterai. So che lo farai”

Hudley si alza “Vengo anche io, Al. Dammi un passaggio al mio distretto”

Usciamo lasciandoci Hertzberg e l’uomo della Heartwork alle spalle.

In ascensore, Hudley mi mette la mano sulla spalla. Un uomo disgustoso, ma in qualche modo confortante “Al, io te lo dico. Sta per succedere un casino grosso come una casa. Fagli ‘sta cosa a quei tre stronzi e poi chiedi il trasferimento a Los Angeles. Non vuoi vedere quello che accadrà dopo”

Sospiro “Dopo? Ma di che cazzo state parlando?”

L’ascensore indica il terzo piano. Scendiamo ancora

“Al… tutta questa storia delle decapitazioni finirà in secondo piano se tu fai come loro ti dicono di fare. Nel giro di qualche mese avranno un sacco di altre gatte da pelare e se gli omicidi non si fermeranno, finiranno semplicemente nell’ordinario. Almeno è quello che ha detto The Chi…Il tizio della Heartwork prima che tu entrassi” L’ascensore indica il primo piano. Scendiamo.

“Mi faranno fuori?” gli chiedo.

Hudley scuote la testa “Non se ti comporti come da programma. Impara la parte, gioca secondo le regole. Poi chiedi un trasferimento a Los Angeles.”

Le porte dell’ascensore si aprono sul pianterreno.

“Ci vedremo da quelle parti, probabilmente”

Hudley mi sorpassa e si dirige verso la mia macchina, oltre le porte a vetri della lobby.

L’ho accompagnato al distretto e mi sono fatto una doccia.

Alle undici e mezza di sera sono in un furgone della SWAT con un giubbotto antiproiettile e un calibro dodici carico fra le mani. Sento ogni buca dell’asfalto, ogni curva. Mi viene da vomitare.

Mezz’ora prima, al briefing, ho recitato la mia parte senza troppe convinzioni.

Gli omicidi del cacciatore di teste si sono rivelati pregni di una ritualità che gli esperti hanno ritenuto essere direttamente collegata alla comunità haitiana di Crusade residente nel quartiere di Aspatria e non sono stati perpetrati da un singolo esecutore, ma da una setta. Abbiamo ragione di ritenere che l’Oungan di Crusade, Gilles Philippe, sia il mandante di alcuni degli omicidi se non addirittura l’esecutore materiale. È potenzialmente pericoloso e potremmo incontrare della resistenza. Sarò io a effettuare l’arresto, voi cercate di tenere la situazione sotto controllo e guardarmi le spalle.

Questo è più o meno quello che ho detto.

Il sergente della SWAT, Ames, aveva già istruito la sua squadra. Ancora prima di ricevere la notizia del raid.

Hudley e Hertzberg erano presenti.

Erano in un angolo, ad ascoltare.

Quando ho terminato, Hertzberg si è limitato ad annuire ed è scomparso assieme agli altri.

All’assalto prende parte anche Cruz.

Per come a rcconta Hudley, è per premiare Cruz della sua onestà.

Non gli rivolgo la parola nemmeno ora che ce l’ho di fronte. È pallido, non si regge in piedi. Le sue mani tremano. Sparerà addosso a qualcuno.

Arriviamo all’edificio fra la Carter e la quarta in Aspatria. La sedicente chiesa Voodoo è nel seminterrato dell’edificio all’angolo. Due auto bloccano i vicoli. Noi entriamo dal portone principale.

Mi sembra di muovermi, ma in realtà sono trascinato dai ragazzi in tenuta antisommossa.

Mi muovo in sincrono con loro, coi loro stivali.

Sopra e sotto di me sento porte sfondarsi, grida e colpi sparati in aria.

Nessuno opponga resistenza, vi prego, nessuno si faccia prendere dal panico e metta mano al ferro o finisce in un bagno di sangue. Continuo a ripetermelo mentre scendiamo nei seminterrati.

Mentre ai piani di sopra fanno sfollare vecchie signore e famiglie di operai delle acciaierie.

È così che iniziano le tensioni razziali.

Arriviamo ai seminterrati. Ho quattro uomini di Ames a farmi da scorta. Tutti con mitra MP5 spianati e sicura tolta. Faccio segno di fare silenzio mentre mi avvicino.

Sentiamo un rumore ovattato di tamburi davanti a noi.

Avanzo e l’odore di cantina si intensifica, penetrandomi nelle narici. Umido, muffa, legno marcio, putrefazione.

Il rumore di tamburi diventa più forte, sento odore di incenso. Parole confuse oltre la porta.

Faccio segno alla scorta di fermarsi.

Mi appoggio davanti alla porta. I tamburi sono assordanti, hanno un ritmo frenetico, caotico.

Do l’ordine e uno degli uomini si fa avanti con il maglio.

La porta viene sfondata e si apre sull’interno.

Entro col fucile spianato gridando “Fermi tutti! Polizia!” Le parole mi muoiono in gola.

Gilles Philippe è maestoso davanti a me, ha gli occhi come due braci e tiene in mano un bastone decorato. Fra noi due, un giovane si contorce a terra come un tarantolato. Vedo il bianco dei suoi occhi. Ha la testa completamente rivoltata. Le dita delle mani compiono spasmi privi di una qualsiasi fisiologia. Vedo le gambe piegarsi al contrario.

Il suonatore di tamburo sulla destra entra nel panico e smette di suonare.

Alza le mani.

Gilles non lo fa.

“Marcel! Kenbe Jwe Rythm la!” grida al suonatore.

Questi, dopo un momento di esitazione, riprende a battere sul tamburo.

Gilles mi guarda diritto negli occhi.

“Finirò questo e poi verrò con voi.”

Abbasso d’istinto il fucile.

Gilles fa roteare il bastone.

Pronuncia una serie di comandi secchi verso il ragazzo, che non smette di contorcersi in maniera spasmodica. I suoni che fa sono quelli di uno scarico che sta sgorgando.

Dietro di me gli uomini della SWAT ringhiano “Spari, tenente!”

Io esito.

Sopra di me sento un grido e una serie di spari.

Gilles fa vibrare il bastone verso la testa del ragazzo. Si blocca a meno di un centimetro dal cranio.

Il ragazzo smette di contorcersi. La testa si rivolta.

Il ragazzo vomita. Dalla bocca esce un fiume di piccoli serpenti neri, come cuccioli di anguilla.

Continua a vomitare.

Il suonatore smette di battere. Gilles abbassa il bastone. Lo lascia cadere a terra.

Mi guarda e annuisce “Ora verrò con voi.” Mi porge i polsi. Lascio passare gli uomini della SWAT. Mi avvicino.

Lui si lascia mettere le mani dietro la schiena. Se avesse voluto, con una mano mi avrebbe potuto spaccare il cranio. Faccio scattare le manette e lo conduco al piano superiore.

La SWAT blocca a terra il suonatore di tamburi, non sa cosa fare del ragazzo.

“Sapevi che stavo arrivando?” chiedo all’Oungan mentre saliamo le scale.

Lui annuisce “L’ho previsto. Ne parleremo al tuo distretto.”

Fuori ci sono già i furgoni della televisione e un capannello di curiosi.

Vedo già i flash delle macchine fotografiche.

Uno degli uomini di Ames mi si para davanti.

“Tutto sotto controllo” mi limito a dirgli.

Lui storce il labbro “Tenente abbiamo avuto un…problema, di sopra.”

Gli spari che ho sentito, ovvio.

“Che è successo?”

“Abbiamo un agente a terra, gli hanno tagliato la gola. Sta arrivando l’ambulanza, ma non penso ci sia molto da fare”

“Avete preso l’aggressore?” chiedo.

“Oh sì, niente processo” dice con un mezzo sorriso.

L’agente non aggiunge altro, mi indica col mento un punto in cima alle scale.

L’Agente Cruz è seduto lì, schiena verso la parete. La faccia sporca di sangue. Lo vedo premersi la mano sulla gola. Per un istante i nostri sguardi si incrociano. Ha paura. Sembra voglia dirmi qualcosa. Vedo uno degli uomini di Ames chinarsi su di lui e dire “Ok, ragazzo, mostrami questa ferita”

Gli allontana la mano dal collo e gli spinge indietro la testa. Uno sguardo di terrore si forma sulla faccia di Cruz mentre gli ultimi fiotti di sangue gli escono dalla carotide.

“È ora” mi ricorda l’uomo in divisa antisommossa.

Annuisco.

Porto fuori Gilles davanti alle telecamere.

 

CODA – The Honest Heart

Porgo un caffè a Gilles nella sala degli interrogatori.

Secondo la versione ufficiale, John Cruz è stato accoltellato alla gola da uno degli accoliti di Philippe in evidente stato confusionale, che è poi stato abbattuto a colpi di mitra in risposta alla sua aggressione.

Niente processo, come ha detto uno degli uomini di Ames.

Gilles sembra tranquillo.

“Che stavate facendo là sotto?” è la prima domanda che mi sento di chiedergli.

“Il ragazzo è stato portato da me perché è stato corrotto dalle stesse persone a cui avreste dovuto dar la caccia. L’ho liberato prima che qualsiasi cosa gli fosse stato fatto avesse modo di attecchire. È gente pericolosa e si ingrassa sui poveri, sui disperati, sulle persone senza speranza.”

“Come ogni religione” aggiungo.

Sorprendentemente, lui annuisce.

“Vuoi sapere cosa sono?” mi chiede

“Quello che sai potrebbe aiutare. Anche se…” non riesco a finire la frase. È stata una giornata lunga.

“Anche se mi stai mettendo dietro le sbarre?” lui ride.

Annuisco.

“Sarò fuori fra non molto. Volevano che tu mi arrestassi in modo che loro potranno liberarmi. Così avrò un debito da saldare.”

“Portatori di picche, macellai, fantasmi. Non sono nella posizione di parlare di loro. Non so chi siano, ma ci sono quando è ora di divorarti.”

Scuoto la testa. Gli faccio segno di andare avanti.

“Non c’è alcun dio e il Caos è il suo profeta. È questo che scrivono in giro. Quello che ti posso dire è che stanno andando tutti verso est. Crusade sta diventando troppo scomoda. Non credo abbiano nemmeno un nome. Quello che è certo è che stanno crescendo in numero. Lentamente, inesorabilmente. Ogni disperato, ogni persona prossima al suicidio, ogni reietto, ogni vittima del sistema viene avvicinata da queste persone che sostengono di saper fare meraviglie. Il ragazzo che ho curato parlava di un uomo chiamato il Vescovo che gli ha mostrato dei prodigi. Diceva che era meraviglioso e terribile e parlava direttamente dentro la sua testa. Lo ha portato a parlare con sua nonna, che è morta tre anni fa.”

Non ho la forza di dire all’Oungan che, senza alcun dubbio, il giovane è stato portato a forza al reparto psichiatrico.

“Che mi consigli di fare?” mi limito a chiedergli.

“Io ti posso dire solo una cosa. La verità è che tutto questo è fasullo. È tutta una messa in scena. Io devo giocare il mio ruolo. Tu il tuo. Ora mi trasferirete in carcere. Starò in cella per un tempo ragionevole per farmi sentire la mancanza del tepore di casa mia e della mia comunità. Poi verrò scarcerato ad una condizione. Quale, non lo so. Il tuo ruolo è quello di dichiarare che Crusade è libera dai satanisti. Ringrazierai il tuo dio e vivrai senza avere mai la certezza che tutta questa storia sia stata veramente risolta.”

Rimaniamo in silenzio per qualche istante. Gilles sorseggia il caffè “È una vera merda”

Annuisco sorridendo “Non l’han mai saputo fare”.

“Lascerai la polizia?” mi chiede.

Io scuoto la testa “mi hanno consigliato di trasferirmi, una volta che il polverone si sarà posato. Non so ancora cosa fare. Tu che faresti?”

Lui porta la tazza alle labbra.

“Cinque anni fa una squadra dell’anticrimine del distretto di El Puerto è venuta ad arrestare il figlio di una mia devota per spaccio di eroina. Durante l’arresto mi hanno spaccato la mandibola con il calcio della pistola. Questa notte siete venuti a svuotare l’intero palazzo e mi avete messo dietro le sbarre per pura propaganda. Mi vedi abbandonare il mio ruolo? Pensi davvero che lo farei?”

“Non è la stessa cosa, il mio è un lavoro. Tu credi in un dio”

Prende un sorso di caffè, mi guarda “Non c’è nessun dio.”

“E il caos è il suo profeta” aggiungo.

The Bishop

L’abbiamo trovata al centro del campo da basket nel cortile della Lincoln Junior High.

Posizione supina, braccia legate dietro la schiena. Dal collo si estendono tracce di schizzi lunghi e curvi, grosse pennellate che tracciano un disegno confuso, crudele. Sulla linea dei tre punti una scritta col sangue:

NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA

 

Tuoni in lontananza, sopra di noi le nubi promettono temporale. Ordino alla squadra di fare in fretta i rilevamenti prima che possano venir cancellate le tracce.

La vittima è una ragazza di 23 anni, bianca, l’altezza può variare da 1,57 a 1,62 forse 63. Difficile dirlo senza testa. Il modus operandi è quello dell’omicidio di Andrea Kinkaid, uccisa il mese scorso e ritrovata fuori da un edificio abbandonato a Muttville. L’assassino è stato soprannominato dalla stampa “Il cacciatore di teste”. La squadra del tenente Plummer e io abbiamo messo in piedi una task force per individuare ed arrestare l’aggressore, abbiamo richiesto anche un profile dell’assassino da Quantico. Una vera e propria caccia al mostro.

Eccetto che il mostro non esiste.

Andrea Kinkaid è stata uccisa in una delle celle del distretto da una vecchia tossica che poi è svanita nel nulla. La sua migliore amica, Frances Walsh, ha dimenticato a fatica la storia in cambio di un salvacondotto per l’arresto. La stessa notte, assieme agli altri agenti, abbiamo fatto spostare il cadavere e l’abbiamo “ritrovato” a Muttville grazie ad una “segnalazione anonima”.

La storia è rimasta in piedi per un mese intero mentre interrogavamo i soliti sospetti, arrestavamo mitomani e consolavamo la famiglia.

Crusade è entrata in paranoia.

C’è un mostro, un mostro a piede libero. Un cacciatore di teste.

Il profile è chiaro. Il mostro non si fermerà, colpirà ancora.

Di colpo le strade sono diventate più sicure. Spacciatori, scippatori, accattoni e pervertiti si sono presi una vacanza per paura di essere arrestati.

Qualche giorno fa ho confidato al tenente Plummer che la morte di quella ragazzina è stata la cosa migliore che potesse succedere.

Abbiamo riflettuto che, forse, avere uno spauracchio in giro per Crusade a seminare il panico, stava contribuendo a rendere la città più sicura.

Fino a stasera.

Carichiamo il corpo quando le prime gocce iniziano a baciare l’asfalto.

La mattina arriva, ma senza luce.

Plummer entra in ufficio bestemmiando.

“Non si risponde più alle chiamate d’emergenza?” gli chiedo.

Lui mormora qualcosa di incomprensibile. Credo abbia detto “scassa cazzo”

“Hanno trovato un cadavere decapitato. Femmina, bianca, 23 anni…”

“Me l’hanno detto. E allora?” mi guarda da dietro la sua tazza di caffè.

Plummer è visibilmente irritato.

“Ci sono buone ragioni per pensare che sia lo stesso della Kinkaid.”

Lui si siede sulla sua scrivania. No, non si siede. Si lascia cadere.

Lo temevamo entrambi, lo temeva buona parte delle persone coinvolte. Quella sensazione in fondo al cranio. Quel pensiero fisso, come un cattivo odore che non vuole andarsene dalle mani.

“Potrebbe essere un epigono. Abbiamo fatto in modo di alzare un fottuto polverone con questa storia. Ricordi solo quanti mitomani si sono consegnati?”

Certo che lo ricordo. Un esercito di mitomani a tutte le ore che affermava di essere il cacciatore di teste. Avevamo in programma di arrestarne almeno uno e chiudere la faccenda, ma nessuno di loro era abbastanza convincente. Senza contare che la pistola fumante sarebbe stata la testa della Kinkaid e nessuno sapeva inventarsi che fine gli avesse fatto fare. Uno si è presentato con un barattolo con all’interno una testa di bambola sotto tequila, affermava di essere il padre biologico e di averla salvata dal peccato.

“C’erano le scritte, Plummer”

Quando Andrea è stata decapitata nella sua cella, senza che le telecamere di sorveglianza registrassero nulla, sono comparsi disegni e scritte, simboli esoterici forse. Non abbiamo mai fatto analizzare la cosa. La parola d’ordine era INSABBIAMENTO.

E quella scritta: NON C’è ALCUN DIO E IL CAOS è IL SUO PROFETA.

Da quando l’ho vista, nella cella di detenzione del distretto, ho iniziato a vederla ovunque.

La potevo leggere grafitata nei vicoli, incisa nelle panchine dei parchi pubblici, scritta a pennarello nei bagni dei locali. Il mantra di Crusade.

L’ho ignorato, non ho fatto domande. Non mi sono chiesta il significato. Ci siamo detti che era sicuramente un caso, un testo di qualche pezzo che danno alla radio, uno degli slogan del terrorista extraordinaire Mark Navarro. Niente che possa aver a che fare con quanto abbiamo visto.

Fino ad ora.

Per la stampa, tutto il contesto soprannaturale della morte di Andrea Kinkaid è stato omesso per ovvie ragioni.

“Merda…Ed era cominciata come una cazzo di giornata tranquilla” brontola Plummer.

Rimaniamo in silenzio qualche secondo, poi è lui a rompere il ghiaccio “ok, che facciamo?”

Io scuoto la testa, ci penso da stanotte. Non riesco a farmi venire un’idea. Non dovremo annunciare che il mostro ha colpito di nuovo, lo sta già per fare la stampa. Sicuramente, presto, trapelerà qualcosa ancor prima di poterci organizzare.

É Plummer a proporre, di nuovo “Mettiamo insieme tutti quelli che sanno dell’affare Kinkaid, creiamo una squadra e troviamo la fottuta mantide”

“Tu eri quello che voleva far finta che non fosse mai esistita, Plummer”

“E tu eri d’accordo, Hernandez. Cristo,che dovevamo fare? Ci avrebbero preso per il culo, riso dietro e poi avrebbero smantellato il distretto per trovare chi, delle guardie aveva assassinato la ragazza”

Apre un pacco di sigarette, ne sfila una e se l’accende. Le sue mani tremano.

“Avremmo dovuto accusare la sua amica.” riesco a mormorare, sentendomi una merda per averlo detto.

Plummer annuisce “Ormai è un po’ tardi”

“Già, ormai è tardi” concordo.

 

Inizieremo le indagini ancor prima di confermare alla stampa che, si, il cacciatore di teste, il nostro maschio sulla quarantina, bianco con disturbi psicologici, problemi legati alla sessualità e al relazionarsi con l’altro sesso, proveniente da un ceto medio basso e possibilmente traumatizzato in età infantile  da un evento che ha influenzato tutta la sua vita aveva colpito ancora. Stavolta ha lasciato ulteriori segni. Ci sta prendendo gusto, non si fermerà. Invitiamo la popolazione a collaborare. Non uscite di casa da sole, se vedete una persona sospetta avvisate subito le autorità.

Qualsiasi informazione sarà ben retribuita.

Plummer propone di battere sulla pista esoterica. Manderemo gli agenti ad interrogare cartomanti, spiritisti, santoni, guaritori ed esorcisti. Sarà tutto fatto in sordina, mentre continuiamo a tenere in piedi la storia del cacciatore di teste, sollevando più polverone possibile. Io mi occuperò di trovare l’identità della nostra mantide, della nostra persona ignota che rapisce bambini.

Ma non oggi.

Sono stanca e voglio solo finire il turno e staccare.

 

Esco dal distretto portandomi dietro una tazza di caffè. Arrivo all’auto. Mi fermo a cercare le chiavi cercando di non bagnarmi troppo per la pioggia.

“Signora” una voce mi fa sobbalzare. Mi volto di scatto.

Un bambino sporco e bagnato da capo a piedi con la testa rasata mi guarda. Ha dieci, forse undici anni, ha le labbra screpolate e la pelle piena di macchie violacee.

“Che succede, piccolo?” gli dico sentendomi piuttosto imbarazzata.

“Mi dispiace signora” Lo vedo puntarmi un piccolo spray, riesco a vedere la cannula gialla.

Un sibilo e i miei occhi iniziano a bruciare come l’inferno. Mi sfila la borsa dalle mani mentre lacrimo e tossisco in maniera isterica.

Riesco ad aprire gli occhi per un secondo. Intravedo il bambino che mi guarda con la mia borsa in mano. Sta in piedi, tranquillo. Incespico e gli vado incontro.

Lui corre via mentre io grido aiuto.

Nessuno risponde.

Incespico e continuo a correre lacrimando. Gli occhi gonfi e irritati mi fanno vedere solo immagini sfocate. “Fermati” grido.

Riesco a vedere il bambino prendere un vicolo verso il cortile interno di un palazzo. Gli vado dietro. Estraggo la pistola d’istinto.

“Fermati o sparo!” urlo sparando un colpo in aria.

Lo vedo lasciar cadere la borsa in una pozzanghera mentre entro nel cortile.

Ho i polmoni in fiamme, credo che gli occhi siano pronti ad uscirmi dalle orbite.

Il bambino non si muove.

Rimane fermo al centro del cortile. La sua sagoma sfocata muove il braccio in un arco.

Di colpo la mia vista torna nitida e rabbrividisco.

Mi ritrovo attorno almeno quindici, venti bambini. Tutti sudici e bagnati, tutti con il cranio rasato.

Rimango paralizzata.

L’unica cosa che esce dalla mia bocca è la frase più trita che possa dire “Che volete?”

Dico la mia battuta incespicando sulle sillabe, incapace di mantenere la mia autorità.

Ho paura.

“Oh, fai bene ad averne, ragazza” Mi volto.

La prima cosa che vedo è una ferita sulla fronte. Un ghirigoro infetto dalla forma simile a quelli trovati nella cella della mantide. La seconda sono due occhi infossati, di un grigio spiritato.

La terza è la bocca. L’uomo di fronte a me non ha labbra sotto il naso. I suoi denti sono grigi e sporchi, le sue gengive sono scure, come cuoio.

“Questi sono i nostri figli, sono la generazione che porterà avanti quello che noi stiamo iniziando. Noi convertiti, noi primi servi, noi indegni” Non muove la mascella mentre parla. La sua voce non la sto ascoltando. La sto sentendo nelle orecchie, la sto sentendo nel cranio.

Indietreggio di un passo. Sento che lo sto facendo, ma non mi muovo. Sono piantata a terra.

“Se io volessi, ora, potrei dire alle cellule tumorali che ti girano nel fegato di iniziare a moltiplicarsi. Potrei dire al tuo utero e al tuo colon di contrarsi in spasmi talmente forti da causarti un prolasso e costringerti a raccattare i tuoi pezzi in giro. Non scapperai, non ti ribellerai. Ascolterai”

Inizio a tremare, la mia mano stringe ancora la pistola. Tento di alzarla e i muscoli della mano iniziano a contrarsi di dolore, come se qualcuno li tirasse e li tendesse.

Il dolore diventa lancinante mentre le mie dita si aprono da sole. Sento la pistola cadere a terra. Uno dei bimbi la raccoglie.

“Ascolterai” dice ancora l’uomo.

Provo ad annuire. Il dolore alla mano svanisce.

“La nostra sorella Faye è andata a compiere il suo rito di passaggio. Anche il fratello James è andato a raggiungerla. Aprire la porta è difficile, ma non impossibile per chi ha appreso le lezioni più importanti. Questi che io faccio a te” fa una pausa, la mia bocca si apre da sola, la lingua scivola fuori. “non sono altro che trucchetti, sono le basi perché noi possiamo difenderci da voi” rimango con la lingua fuori dalla bocca spalancata. Lui alza la sua mano sudicia, appoggia due dita luride sulla mia lingua, sento il sapore salato e disgustoso del fondo di una pattumiera sulle papille gustative. Le dita si insinuano in gola. Sento i conati farsi avanti. Lui non distoglie gli occhi dai miei, mi stritola con lo sguardo mentre lo sento titillarmi l’ugola, premendola come un chicco d’uva. Fa scivolare fuori le dita mentre un getto di vomito mi sale dall’esofago e si spiaccica a terra.

“Quello dei miei fratelli è un compito più grande di quanto possiate immaginare. Io sono stato uno dei primi, ho ricevuto gli insegnamenti e sono stato ordinato dall’emissario in persona”

L’uomo spalanca le braccia “Io ho visto la Dama d’Ys e sono stato folgorato dalla sua bellezza alla luce dei soli neri”

Cerco di tossire per sputare pezzi di vomito, ma non ne sono in grado. Se lui non lo vuole non sarò in grado di farlo.

“Non possiamo permettere che i nostri accoliti interrompano il loro cammino. Io sono tornato da dove loro sono andati per assicurarmi che non interferiate.”

Si sbottona il lungo impermeabile nero, sotto riesco a vedere una massa pulsante e strisciante. Sto per svenire dall’orrore.

“E per farlo devo impedirvi di parlare di quello che è successo” Improvvisamente i muscoli della mascella si contraggono. Tento di impedirglielo, ma non riesco. La bocca si chiude con uno schiocco secco. I miei incisivi affondano nella mia lingua, la tranciano di netto. Sento un dolore atroce, il sangue mi riempie la bocca. Provo a urlare, esce solo un mugolio soffocato. La lingua penzola dalle labbra, la sento sbattermi sul mento attaccata ad un unico brandello di carne. Il mostro che ho di fronte si avvicina ancora di più con il viso. Apre le fauci. Una serie di lingue sottili escono sibilando e mi si chiudono sulla faccia. Mi attira a sé.

“Il Vescovo sta facendo la meraviglia!” urla uno dei bambini.

“Evviva, evviva il Vescovo che fa la meraviglia!” urlano tutti cantando.

Mentre mi attira verso le sue fauci, vedo i suoi lineamenti contorcersi, la sua bocca ora è enorme, gigantesca.

“Ecco la meraviglia, ecco la meraviglia! Il Vescovo porta la signora a vedere la mamma”

Dentro le sue fauci vedo il vuoto abissale, per un istante, un istante solo, riesco a vedere dei soli neri brillare. Le voci dei bambini si interrompono in uno schiocco secco.

Rotolo dentro il Vescovo.

Giù, in un vuoto siderale.

Credit for the image: sunburnedvamp.deviantart.com 

 

The pills won’t help you now

Luis Harris si presenta nel mio ufficio alle 18, quando sto per chiudere.

Chiede permesso, tiene lo sguardo basso.

Ha un taglio nuovo, i capelli castani ora hanno un taglio uniforme, da boy scout.

Non sembra nemmeno la stessa persona.

“Dottoressa Schumann, ha un minuto per me?”

Sfoggio il mio miglior sorriso ricacciando dentro l’istintivo “No, Luis, stavo andando a casa. Mi metti a disagio” e gli rispondo “Certo, Luis, Bentornato”.

Lui si siede sulla sedia di fronte alla scrivania. È chino in avanti, lo sguardo spento, un mezzo sorriso ebete.

“Quando sei tornato a scuola?” gli chiedo cercando di rompere il ghiaccio.

“Un paio di settimane. Mi hanno dimesso il mese scorso, ma ancora non mi sentivo pronto a tornare”

La sua voce è mite, dolce. Non mi è difficile immaginare i bossoli arancioni pieni di Seroquel XR e Xanax allineati nell’armadietto del bagno di casa sua, più un flacone nello zaino per le emergenze.

L’ultima volta che è entrato qui dentro ha fatto volare la foto di mio figlio contro il muro, ha sfasciato la lampada da scrivania ed infine è scoppiato in un pianto isterico.

“L’importante è che tu ti senta pronto Luis. Ti vedo molto bene” Sto mentendo. I suoi occhi sono infossati, la sua pelle è talmente tirata che ne potrei intravedere il teschio. Non ha più felpe nere, borchie e magliette con scritto “Tua madre succhia cazzi all’inferno”. Luis indossa un pullover azzurro, una camicia bianca e dei pantaloni beige.

“Si, sto bene. Il ricovero mi è servito. Ho capito di avere un problema, non potevo farcela da solo. Il ricovero mi è servito. Ho letto molto riguardo ai pellegrinaggi sa? È necessario che un individuo si stacchi dalla propria realtà per poter lavorare su sé stesso. Il ricovero mi è servito, mi è servito molto. Ora sto bene.”

Non si rende conto di aver ripetuto per tre volte la stessa frase. Non lo interrompo, non so come potrebbe reagire.

“Hai già deciso che corsi seguire questo semestre?”

Lui sorride “Beh, ho deciso di lasciare arti visive e concentrarmi su qualcosa di più concreto. Chimica 101 mi sembra più adatto e utile. I medici hanno detto che dovrei evitare ambienti che mi rendono un po’ sovreccitato” l’ultima frase la dice sforzandosi di ridere, vedo le mani stringere i pantaloni in maniera frenetica. Ride imbarazzato.

“Forse dovresti pensarci un po’ su, Luis. Potrei aiutarti a scegliere i corsi se vuoi, hai molto talento artistico ed è un peccato che vada sprecato. Può essere sempre una passione, una valvola di sfogo”

Lui scuote la testa “No, non ho tempo ora per quello. Non ho più tempo. Faccio anche volontariato e vorrei concentrarmi prima sul mettere la mia vita in carreggiata, magari andare a vivere per conto mio e sistemarmi. Poi potrei riprendere come si deve la mia carriera artistica” alza lo sguardo e prova a guardarmi negli occhi mentre mi parla. Cerca di dimostrarmi convinzione e vuole la mia approvazione.

Io gli sorrido. Cerco di essere più sincera che posso. “Questo è molto maturo da parte tua. Fai volontariato, dici? È una cosa molto bella. Di che si tratta?” Luis Harris, prima che venisse sostituito con questo automa imbottito di farmaci, non contemplava il volontariato. Era ambizioso, tormentato, dolce a suo modo. Mi aveva regalato un paio di suoi quadri. Roba forte, roba da adolescente incazzato con il mondo. Nessuno ha mai accettato che la sua fosse una fase, che la sua fosse solo rabbia repressa e stress per la pressione sociale fattagli dai genitori e dal resto del mondo. Luis non è nella squadra di football, Luis non presta giuramento alla bandiera, Luis la domenica non accompagna la famiglia in chiesa.

Una volta Luis è entrato da quella porta con il labbro spaccato. Ha detto che suo padre l’ha colpito con “il Libro”.

Quando gli ho chiesto che libro fosse lui mi ha detto che era l’unico libro creato per far del male.

Ora Luis mi dice che fa volontariato, che è pulito, che deve lasciar perdere l’arte.

“Oh, non è proprio volontariato, è un gruppo di amici, si, un gruppo di supporto. Noi facciamo attività per migliorare il mondo. Ci impegniamo per aiutare le persone, per mandare un messaggio. Penso che tocchi a noi giovani fare la differenza. Mi sento finalmente accettato”

Ora si spiega, penso dentro di me. Luis è stato preso in mezzo a qualche culto. Avrei dovuto immaginarlo. Probabilmente gli evangelisti, forse addirittura Scientology. Non mi stupirebbe, il ragazzo è sempre stato suggestionato dalla fantascienza.

“Sembra…molto interessante, Luis. Come si chiama questo gruppo di cui fai parte?”

Lo vedo arrossire, sorride imbarazzato. “Oh non abbiamo proprio un nome, ma ci hanno confermato che potremo fare un annuncio per la nostra organizzazione prima della partita di basket di stasera in palestra.”

Luis che va ad una partita di basket del suo liceo e parla al pubblico. Non avrei mai detto che sarebbe stato in grado di farcela, la sua timidezza è sempre stata al pari del suo odio per gli sport. Roba da cerebrolesi, la chiamava. Forse ha davvero acquistato fiducia in sé stesso, forse sta davvero meglio. È solo nervoso nei miei confronti per l’imbarazzo che può avermi causato.

Forse si sente in colpa.

“Sa, avrei piacere che venisse a sentirmi. Sarà fra mezz’ora, sono venuto per invitarla.” Luis fa una pausa, smette di guardare il portapenne sulla scrivania, alza lo sguardo. I suoi occhi mi fissano. Mi sorride “Mi farebbe davvero piacere”.

Ancora prima di ragionarci mi faccio fregare e dico “Certo, avrei molto piacere” gli sorrido.

Lui si alza di scatto, come un pupazzo a molla. Scatta in piedi come sull’attenti. Di colpo la sua faccia si illumina, solo per un istante, sembra riacquistare l’energia che aveva prima.

“Grazie” riesce a dire con voce strozzata. Mi sorride, di nuovo impacciato.

“Devo andare. La prego, non faccia tardi. È importante.” Mi dice allontanandosi.

“Ci sarò. A più tardi, Luis. Ora devo chiudere l’ufficio”. Lui annuisce di risposta ed esce chiudendosi la porta alle spalle.

Mi ritrovo da sola in ufficio a sospirare. Cerco di concentrarmi nel sistemare le carte prima di chiudere, ma non ci riesco. Il colloquio con Luis è stato sconfortante, penoso. I miei sforzi con lui sono stati distrutti. Non mi va di andare alla dannata partita di basket, non mi va di sentire Luis parlare di Gesù cristo o di L. Ron Hubbard o di come il metodo Gerson sia più efficace della chemio. Non voglio sapere in che truffa è rimasto fregato. Non lo voglio vedere esporsi davanti a degli adolescenti, fra cui sicuramente ci saranno i bulli che l’hanno tormentato prima del ricovero, che si aspettano una partita e si devono sorbire un’ulteriore lezione imparata a memoria infarcita di propaganda.

Avrei dovuto parlarne con lui, avrei dovuto dirglielo di lasciar perdere, ma la verità è che anche per me Luis è una persona scomoda. Uno che è arrivato al punto di non ritorno e vive solo per dare a noi persone sane l’avvertimento che potrebbe succedere anche a noi. Vivere bombati di psicofarmaci, manipolati da qualche venditore di sogni la cui preda sono proprio gli elementi con bassa autostima, il cui unico desiderio è sentirsi utili. Non avrei mai voluto vedere Luis in questo stato.

Un grido mi riporta sulla terra. Non un grido. Uno strillo.

Uno strillo tanto lungo e tanto assordante da coprire persino il suono dei miei pensieri.

Esco dalla porta.

Non c’è nessuno in giro.

Sento una voce in fondo al corridoio che porta alla palestra.

“…Non siamo qui per imporci su di voi…”

Mi avvicino circospetta. Svolto l’angolo. La voce continua.

“…Ma per mandare un messaggio chiaro alle vostre famiglie…”

Il corridoio che porta alla palestra è disseminato di cadaveri. Sono ragazzi e ragazze con magliette della squadra del liceo. Sono riversi a terra, le cervella sparse per tutto il pavimento. Jeffrey Deagle, un ragazzo del primo anno che stavo seguendo, è seduto a terra, spalle al muro, con una mano premuta sulla gola, tentando di tamponare la ferita che lo sta dissanguando lentamente. Appena la settimana scorsa aveva trovato il coraggio di presentare il suo ragazzo ai genitori. Mi chino su di lui, mi sfilo il foulard e glielo premo sulla gola. Provo a dirgli qualcosa, ma non mi escono le parole di bocca. Le corde vocali si sono polverizzate. Il viso di Jeffrey impallidisce a vista d’occhio mentre il sangue gli continua a scorrere fra le mani.

Le labbra provano a dire un grazie.

La voce continua.

“…Una rivoluzione è un atto di violenza, e preferiamo che voi siate testimoni dell’orrore…”

Mi avvicino alle porte antipanico della palestra. La voce diventa più forte.

“…Piuttosto che inutili consumatori, membri di una società che vi sta uccidendo per un profitto…”

Premo la maniglia della porta.

“…che vi appartiene per diritto. Il nostro simbolo ci insegna che solo con l’orrore, le coscienze si sveglieranno…”

Vengo investita dalla luce della palestra. Sento un grido. Una ragazza mora con una maglietta viola mi si para davanti gridando. Riesco a vedere solo il suo viso contorto in una smorfia di orrore, di disperazione.

La voce si interrompe. Alcuni colpi assordanti scuotono la palestra. Altre grida.

Metà della testa della ragazza mi esplode in faccia. Mi arrivano pezzi d’osso e materia grigia in pieno viso. Cado di schiena. La ragazza si contrae sopra di me in spasmi involontari “A…Aiuto” riesce a dire prima di fermarsi. L’avrò vista qualche volta nei corridoi, forse nel parcheggio della scuola. Non so il suo nome.

Al centro della palestra, l’oratore continua.

“…Per questo noi oggi daremo una lezione di realtà agli Stati Uniti D’America. Questo è il regalo creato da Mark Navarro, a voi morti viventi.”

L’oratore è Luis, e Luis parla da dietro una maschera antigas. Imbraccia un fucile AR-15.

In giro per la palestra, in posizioni strategiche, ci sono altri ragazzi, con le maschere antigas e gli stessi fucili.

Tengono in ostaggio più di un centinaio di studenti.

Luis si volta verso di me, sono sicuro che mi stia sorridendo.

“Sveglia, America! È ora di morire!” Lo vedo sfilarsi un telecomando dalla tasca. Lo tiene in alto.

Tutti gli assaltatori urlano all’unisono “HAIL NAVARRO!”

Il pollice preme il pulsante. Sento solo per un attimo i ragazzi gridare. Poi un fascio di luce e fiamme mi investe. Investe tutti noi.

Il mondo finisce.

Non sento più nulla.

 

The emergency exit

 

Mi han buttato giù dal letto perché c’è stata un’emergenza alle celle del distretto.

C’è stata un’emergenza, non c’è un’emergenza.

Vuol dire che altri cinque minutini di sonno me li potevano anche dare.

C’è stata un’evasione.

C’è anche stato un omicidio.

Non sanno come possa essere successo.

Parlano di una cosa alla Houdini.

Il risultato è che mi tocca prendere la macchina e filare diritto in centrale.

L’agente Cruz mi aspetta all’entrata delle celle di sicurezza, sembra sconvolto.

“Tenente, abbiamo avuto qualche problema” mi fa quello.

“Si l’ho saputo. C’è del caffè?”

“Gliene faccio portare una tazza. La detective Hernandez è giù con la…”

“La…?”

“Non lo sappiamo, diciamo testimone, o sopravvissuta. Non riusciamo a capire niente”

Annuisco, che altro dovrei fare? Nessuno mi ha spiegato ancora un cazzo.

Mentre mi dirigo alla stanza per gli interrogatori passo davanti ad una delle celle.

È aperta.

Dentro gli agenti stanno scattando foto e facendo i rilevamenti.

A terra c’è un telo insanguinato con sotto qualcosa di abbastanza facile da intuire.

Le pareti sono imbrattate di sangue, gli schizzi sono arrivati perfino sulla lampada.

Inquietanti ghirigori sulle pareti. Un graffito col sangue recitava:

“NON C’è ALCUN DIO, E IL CAOS è IL SUO PROFETA”

Mi è subito venuto in mente il sindaco di San Francisco in Dirty Harry che dice “MA CHE HANNO NEL CERVELLO?!” e il commissario che gli risponde: “DROGA”.

La detective Hernandez è fuori dalla porta, ha gli occhi sbattuti e mi guarda avvicinarmi impaziente.

“Alla buon’ora Plummer” mi fa.

“Hey, dacci un taglio Vera, ho staccato alle undici” mi difendo.

“Bravo e io torno dagli straordinari. Hanno fatto secco un pappone a Muttville, palle in gola e tutto il resto. Qualcuno era veramente incazzato” Si è risistemata i capelli. Se non berciasse come un camionista mi chiederei dove lo trova una donna così lo stomaco per stare alla sezione omicidi.

“Professionalità, Plummer, è quello il segreto.” Lo dice come se mi avesse letto nel pensiero.

“Ok, ok…Senti, mi dai qualche ragguaglio prima che entriamo dentro?”

“Si chiama Frances Walsh, la ragazza uccisa si chiama Andrea Kinkaid. Le hanno beccate i ragazzi per ubriachezza molesta. Messe in cella giusto per schiarire loro le idee.” Ho annuito mentre mi passava i fascicoli.

“E questa?” La terza foto segnaletica mostra una donna di trent’anni, il volto scavato, capelli radi e sudici, denti neri, rovinati da crack e meth.

“Questa è il nostro enigma”

“Che vuoi dire?”

“Non abbiamo nome, né indirizzo né nient’altro. L’hanno arrestata qualche ora dopo le due ragazze in seguito ad una segnalazione. Una coppia di coniugi l’ha beccata mentre tentava di portarsi via il loro figlio di sei mesi. Hanno sentito una voce gracchiare al baby monitor, una cantilena strana. Si sono allarmati e son entrati nella stanza del figlio. Lei era china sulla culla pronta ad afferrarlo. Il signor Linson, così si chiama l’uomo, l’ha tenuta sotto tiro mentre la moglie chiamava il 911. Lei non ha opposto resistenza, ma tentava di convincere l’uomo a sparare alla moglie e a darle il bambino farfugliando stronzate su…” Vedo Vera girare la pagina del rapporto “ecco, su tributi da dare all’Araldo del Caos Strisciante, l’Uomo dal Sorriso Scintillante.”

Mentre ascolto, l’agente Cruz arriva con due tazze di caffè.

L’ho ringraziato e ho guardato Vera “Una strafatta di crack a cui è andata male. Ora dov’è? A smaltire la botta?”

Lei ha semplicemente scosso la testa “Meglio che lo senta da te”

Siamo entrati nella stanza degli interrogatori.

Davanti a noi, seduta con una tazza di cioccolato, quella che Vera aveva detto essere Frances Walsh.

Capelli corvini spettinati, un maglione sporco di sangue, le guance pallide costellate di lentiggini. Piercing al naso e al labbro.

Fissa il vuoto tremando. Tiene la tazza con entrambe le mani, sembra che provi a scaldarsi.

“Frances, io sono la detective Hernandez e lui è il tenente Plummer” ha iniziato Vera.

Lei ha alzato gli occhi “Mi manderete al manicomio se ve lo racconto.” ha farfugliato.

Io ho scosso la testa e mi sono seduto. “No, non ti manderemo da nessuna parte. Vogliamo solo che tu ci racconti quello che è successo, poi ti faremo tornare a casa, d’accordo?”

Lacrime hanno iniziato a scendere sulle sue guance.

“Si incazzeranno a morte tutti… Non dovevamo nemmeno uscire stasera” Il pianto diventa presto un singulto isterico. Vera le si avvicina, le appoggia una mano sulla spalla “respira, piano, respira”

La ragazza, dopo qualche momento, si calma. Sospira.

“Andrea mi rubava sempre i marshmellow che mettevo nel cioccolato. Sempre. Siamo cresciute insieme”

Io ho annuito “Quando ti senti pronta puoi raccontarci quello che è successo”

“Ora ve lo racconto”

 

Trapped with a mantis

Ci hanno fermate perché stavamo prendendo a calci la macchina della mia ex coinquilina. Quello troia ci aveva lasciato tutte le bollette da pagare e si era fregata il tostapane. Ci credereste? Eravamo ubriache e un po’ incazzate. Può succedere. Abbiamo risposto male a quelli della pattuglia, non ci vedevamo fuori. Avrò bevuto non so quanti chupitos e abbiamo mangiato…no, non ricordo di aver mangiato.

Ci hanno preso i documenti, fatto le foto segnaletiche e poi ci hanno buttate in cella. È stato mentre ci facevano le foto che abbiamo iniziato a renderci contro che eravamo in un bel casino. Siamo rimaste sedute nella cella vuota senza dire niente per non so quanto tempo prima di avere il coraggio di parlare fra di noi, solo sussurrando. Abbiamo iniziato a discutere, ci siamo prese a parole. Se sapevo che…non importa.

Abbiamo sobbalzato entrambe quando abbiamo sentito le guardie tornare. Il tanfo di sudore e sporcizia che si avvicinava ci faceva lacrimare. Speravamo fossero qui per farci uscire, invece ci hanno messo in cella quella…Cosa. Era pelle ed ossa, con indosso una canottiera sudicia e un paio di pantaloncini, sorrideva mentre la spingevano dentro, sorrideva mostrando dei denti neri e marroni, come se fossero incrostati di resina.  Appena le guardie se ne sono andate ha iniziato a cantilenare, parlava da sola.

Si è messa in ginocchio contro il muro di fronte alla cella, in una pozza di piscio, e ha iniziato a mormorare.

Teneva le mani piegate, coi dorsi delle mani in avanti, come una mantide. Aveva queste unghie lunghe e giallastre, incrostate di lerciume. Continuava a dire che non importava, che presto avrebbe raggiunto la Dama d’Ys. Lo ripeteva continuamente, come una cantilena.

È stata Andrea a dirle di piantarla. Ci stava facendo ammattire. Seriamente, era come un disco rotto. La sua voce era acuta come quella di una bambina.

Lei non accennava a smetterla, continuava a dire che era ora di partire, che presto sarebbe stata dalla Dama d’Ys. Non voleva smetterla.

Andrea si è alzata prima che potessi fermarla e l’ha spinta a terra “PIANTALA DI FARE CASINO, CAZZO!” le ha gridato. Se aveva anche solo l’emicrania che avevo io in quel momento, non potevo biasimarla. La sua voce ti penetrava in testa, capite? Come un trapano.

La vecchia è caduta a terra e ha smesso. L’ho sentita mormorare qualcosa, qualcosa riguardo al momento giusto. Non so bene come ha fatto, ma l’ho vista infilarsi le unghie sotto la pelle. Si è aperta uno squarcio nella pelle, vi dico. Sanguinava. Ha sfilato una piccola asta metallica dallo sterno.

Era lunga una decina di centimetri, forse, non sono riuscita a vedere bene. Grondava sangue. Si è voltata e ci ha guardate col suo sorriso sbilenco, sembrava non sentire dolore. Andrea ha indietreggiato, ma non è stata abbastanza veloce. La vecchia ha spiccato un balzo e le è piombata addosso. Ho sentito solo il rumore, come tessuto strappato. Andrea è crollata all’indietro sbattendo la testa sul pavimento. Aveva la gola squarciata da parte a parte. Stavo per gridare aiuto, ma quella mi ha guardato. È stato come se mi bloccasse con lo sguardo “No, no, no piccola mia. Quando gli adulti parlano si sta zitti. Succhia, succhia un bel limone. Piccola mia” mi ha sussurrato. Credeteci o no, ma quando mi ha detto quelle parole ho sentito un sapore aspro in bocca, le labbra accartocciarsi e la lingua impastarsi. Hanno iniziato a lacrimarmi gli occhi. Più tentavo di gridare e più il sapore aspro diventava forte. Continuavo a contrarre le labbra. Provavo ad alzarmi, ma lei mi inchiodava con lo sguardo agitando le sue unghie lunghe. Ero pietrificata. Credete che non avrei aiutato la mia amica? Non riuscivo a muovermi. Non ne ero in grado. Era come uno di quegli incubi del cazzo dove ti senti soffocare, ma non riesci a fare nulla. Ha strappato la testa dal collo di Andrea canticchiando, poi ha iniziato a disegnare qualcosa di simile ad un pentagramma, difficile dirlo. Continuava a imbrattare le pareti e lavorare con tutta la calma del mondo. Dov’erano le guardie? Dove? Non c’era nessuno che passasse, era come un incubo. Ad un tratto si è rimessa in posa come una mantide davanti al corpo di Andrea, grondava sangue, era sudicia. Volevo svenire, volevo distogliere lo sguardo, ma lei, lei mi costringeva a guardare. Sentivo la sua voce insinuarsi nel mio cervello e dirmi che dovevo guardare, che ero testimone della grandezza di quello che l’Araldo del Caos strisciante le aveva insegnato. Che dovevo credere se volevo essere salvata. Mi bruciava la vescica, avevo tanta paura da farmela addosso, ma non usciva nulla, era come se i miei sensi fossero tutti bloccati, se enormi cisti acide sbarrassero il passo a qualsiasi cosa dovesse uscire fuori di me.  Poi è successo. Gli interstizi delle mattonelle si sono illuminati di luce, luce rossastra. Poi tutto è diventato buio. Quando la luce è tornata ho subito sentito un gran freddo, da gelarmi le ossa, un freddo polare a meno quaranta gradi, tutto in un secondo. Dove c’era la parete ora potevo vedere una distesa bianca, con un cielo pieno di stelle nere. Da quel posto non veniva alcun rumore. La vecchia si è alzata e senza degnarmi di uno sguardo, tenendo la testa di Andrea per i capelli, si è diretta oltre la parete. Quando ha varcato la soglia, la luce è andata via un’altra volta. Quando è ritornata, la parete era ancora al suo posto e la vecchia mantide era scomparsa. In quel momento, come se tutto quello che mi bloccava si fosse di colpo vaporizzato, ho iniziato ad urlare, strillare, non riuscivo più a smettere. Continuavo a gridare anche se non avevo fiato, ho iniziato a sputare sangue, poi quando sono arrivate le guardie sono svenuta.

END

Io e la detective Hernandez ci siamo guardati. Abbiamo detto a Frances di riposarsi e di stare tranquilla, poi siamo usciti.

“Evidentemente era strafatta, altrimenti come te lo spieghi quel mucchio di boiate che ha appena detto?”

Vera ha scosso la testa “E quella che era in cella con loro? L’omicida?”

Ho sospirato “Era pelle ed ossa no? Magari è riuscita a scivolare fra le sbarre”

“Con una testa in mano? Senza lasciare una traccia di sangue?”

“Guardiamoci i cazzo di nastri della sorveglianza! Ci sarà qualcosa, Cristo!”

Vera ha fatto un sorriso sarcastico e mi ha accompagnato a vedere il nastro.

Ore 3:00, la porta della cella si apre, entra la vecchia senza nome.

Ore 3:14, Andrea spinge la vecchia a terra.

Ore 3:14 e un secondo, la vecchia è sparita. Andrea è un corpo senza testa a terra e Frances è in un angolo con la bocca spalancata che grida a squarciagola.

Riporto indietro il nastro.

Lo riporto avanti. Non c’è nulla.

Provo la registrazione della telecamera del corridoio.

Ore 2:59, la vecchia viene scortata dalle guardie in cella.

Ore 3:00 la vecchia entra nella cella.

Ore 3:14 si intravede Andrea alzarsi.

Ore 3:14 e un secondo. Dalla cella si spande un lago di sangue, si intravede la mano del corpo oltre le sbarre.

Mi alzo dalla sedia. Vera mi indica i monitor “Come la risolviamo? Diciamo che avevamo un’adoratrice del demonio e che ci è sfuggita dopo aver ammazzato una ragazza che i tuoi avevano messo dentro per farle passare la sbornia?” Vera tenta di essere sarcastica, non ci riesce. Non riesce a nascondere il panico crescente nella sua voce.

Io non so che dire, non ne ho idea. Non so cosa cazzo sia successo lì dentro. Non c’è alcun segno di blocco della registrazione, non c’è nulla che faccia pensare ad una manomissione. Qualcosa deve essere successo, ed è successo in una specie di bolla d’aria.

“Te lo dico io cosa faremo. Rilasceremo Frances Walsh e annulleremo l’arresto suo e quello di Andrea, a condizione che Frances sia d’accordo a raccontare la storia come noi vogliamo.”

“Che vuoi dire?” Vera era già sul piede di guerra.

“Voglio dire che chiunque tocchi questa storia sarà coperto di piume e di pece e sinceramente non mi sento né di mettere la ragazza sotto accusa né di aprire una caccia alle streghe fra i miei uomini. Il corpo di Andrea Kinkaid è stato trovato questa notte alle ore 3 e 14 a Muttville, decapitata da un maniaco. Qualche pervertito deve averla seguita dopo che lei e Frances si erano salutate per tornare a casa. Faremo delle indagini e cercheremo il colpevole fra i soliti sospetti, sposteremo il corpo se necessario per far le foto per i rilevamenti. Non ha importanza. Il maniaco può averla scaricata lì dopo aver fatto i suoi porci comodi.”

“Ti sei bevuto il cervello, Plummer? Non possiamo fare una cosa simile, non è.…” Vera si blocca. Lo sa che non c’è altra strada.

“E cosa facciamo dell’arresto della vecchia pazza? Quello come lo spieghiamo? Ha aggredito delle persone Cristo santo, una famiglia la vorrà vedere dietro le sbarre”

Mi dirigo verso la porta e, senza pensarci troppo, le rispondo “Non è mai arrivata al distretto. Ha opposto resistenza durante il trasporto e l’hanno freddata con due colpi di pistola. Se chiedono di vedere il corpo, ci inventeremo qualcosa”

“E se avesse avuto dei parenti? O se – la sento esitare, so a cosa sta pensando – Se dovesse tornare?”

Mi tiro fuori una sigaretta, gliene passo mentre usciamo “Se dovesse tornare, allora, che Dio ci aiuti”